Si manifestò essa in forma scientifica e in forma vulgare, e l’una diede mano all’altra per riuscire a spaventosi effetti. Dal neoplatonismo, cioè da quell’impasto mezzo poetico e mezzo filosofico di dottrine indiane, egizie, greche, ebraiche, che la scuola d’Alessandria pretendeva sostituire ed opporre al cristianesimo, vennero inoculate alla società moderna le arti teosofistiche. Conservatesi traverso al medioevo, rinvalidate dal contatto coll’Asia nelle crociate, parve che il rinnovato studio degli antichi, che pur doveva invigorire il pensiero, trascinasse a credenze, ove da principj falsi deducevansi logicamente errori sciagurati. Alla ricerca dei tre maggiori beni del mondo, salute, oro, verità si dirigevano tali scienze.
Guardate gli scrittori più spregiudicati, e sarete chiari come si credesse generalmente all’astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l’immortalità dell’anima, sostiene (De incantationibus) gl’influssi dei pianeti, ai quali non a demonj è dovuta la facoltà di alcuni d’indovinar l’avvenire; e secondo il loro ascendente, l’uomo può scongiurar il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie[223]. Credettero all’astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando molti casi predetti da congiunzioni di pianeti. Carlo VIII acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia promettitrice d’insigni vittorie. Del valente astrologo Galeotto Marzio di Montagnana è manoscritta nella biblioteca di Padova una Chiromanzia del 1476: accusato d’eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia; cascando poi da cavallo fuor d’Italia, s’uccise. Ebbero pur grido il veronese Lionardo Montagna autore d’un Breviarium vaticinii, Lodovico Lazarelli da San Severino, Luca Guaríco napoletano, che molte opere scrisse, e fece fortuna; ma predetto al Bentivoglio di Bologna che per le sue crudeltà sarebbe espulso, questi fece dargli cinque tratti di corda, de’ quali risentì tutta la vita, e imparò ad esser meno preciso e più cauto. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell’astrologia, fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.
Più tardi il buon matematico Cavalieri nella Ruota planetaria pretese rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell’astrologia per Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicò Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc., con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo senz’acqua nè peso.
Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea sostenuto potersi, per mezzo dell’astrologia, prevedere il diluvio universale; e fu confutato nel 1516 da Gerolamo Armellini faentino, famoso inquisitore di quei tempi[224]. Sul qual proposito frà Giuliano Ughi nella cronica di Firenze scriveva: — A quel tempo si conobbe falsa una lunga opinione, la quale quasi da tutti gli astrologi era tenuta per vera; e questa fu, che per alcune congiunzioni di pianeti dovesse nell’anno 1524, di febbrajo e di marzo, venire in Italia e vicini paesi tanta quantità di pioggie, che dovesse distruggere e rovinare tutti o gran parte degli edificj e case propinque a’ fiumi o in luogo basso poste. Lo messono in scritto e nei pubblici pronostici: e furono tali che, per fare sollecita provvisione, le case loro fornirono di vittuaria per più tempo; alcuni altri di barchette e legnami; altri imbottarono il vino nei palchi, o vero in su i monti: ed era in tutte le parti d’Italia quasi un comune timore[225]. Ma Dio, che la notizia delle future cose ha a sè riservata, mostrò l’umano vedere esser di poca certezza; imperò ch’io non mi ricordo mai un febbrajo ed un marzo il più bel tempo, nè manco piovve, e fu un anno abbondantissimo d’ogni bene, e di buona sanità. Ben è vero che in molti seguenti anni, per sei o sette anni, seguitarono pioggie più che il consueto; onde dal 1525 in là, seguitò tre anni assai carestia e peste. E pensavasi che la divina Bontà misericordiosamente avesse le pioggie, che nel 1524 dovevano naturalmente con nocumento del mondo venire, in più anni scompartite, non senza qualche nocumento. E così nell’anno 1524 fu molto dileggiata e schernita l’astrologia da quelli che non pensavano che Dio fusse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fusse moderatore de’ celesti corsi, pensarono esser vera l’astrologia; sicchè secondo il corso de’ cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l’avesse impedito».
Singolare contesto di pregiudizio e buon senso! Eppure quando lo Stöffer di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa fu in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in grand’apprensione, per quanto Agostino Nifo il rassicurasse. Altri parziali spaventi eccitarono i dotti compilatori degli almanacchi[226], or una peste minacciando, or la venuta dei Turchi, ora il mal anno; e poichè indicavano non pure la stagione, ma i dì precisi in cui conveniva fare il salasso, molti morivano piuttosto che farsi trar sangue contro tale indicazione.
Tutte le vite son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranj che da’ suoi, e su quest’aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, lor avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentar al tribunale, gli diè una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l’indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa.
Due mercanti milanesi, mentre passavano per le foreste di Torino andando in Francia, incontrarono un uomo che ordinò loro di tornare in patria a presentare una lettera a Lodovico Sforza; e soggiunse lui essere Galeazzo Sforza, nipote defunto di questo. Obbedirono: ma come impostori furono incarcerati e posti al tormento; persistendo però essi all’affermativa, dopo lungo discutere del senato si aperse la lettera, e fu letto: — O Lodovico, guardati, perchè Veneziani e Francesi stanno per allearsi a’ tuoi danni, e annichilare la tua stirpe. Ma se mi darai tremila scudi, vedrò di conciliare gli spiriti, sicchè i destini siano sviati». Il duca non credette, e ne seguì quel che sapete.
Anche un secretario di Lodovico Alidosi signor di Imola incontrò il fantasma del padre di questo, che gli ordinò di dirgli al domani si trovasse in quel luogo stesso, e gli rivelerebbe cose di supremo rilievo. Lodovico mandò in sua vece altri; a cui affacciatosi lo spettro, si lagnò della disobbedienza, e gli commise di annunziare a Lodovico che, dopo ventidue anni, il tal giorno perderebbe la città. E così fu appuntino, per quanto l’Alidosi se ne fosse tenuto in guardia[227].
Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura colà vicina, si vedeano di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall’altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano in battaglia due grandi eserciti per un’ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[228]. Benvenuto Cellini vede diavoli, come li vedeva Lutero. Machiavelli consuma uno de’ capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl’imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva sì a fondo meditate nella nequizia degli uomini e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe umana.
In quel sensualismo tra cui smarrivasi la legge morale, l’oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d’Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici invadendo i beni della Chiesa, così gli alchimisti persistevano a rintracciarlo in fondo ai crogiuoli, struggendosi ai fornelli ed ai lambicchi, o andando imparare la grand’arte fra gli Orientali, o a strapparla alla natura ne’ monti magnetici della Scandinavia.