Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, a quattordici anni già si occupava nell’alchimia, e ispiratosi da Geber e Rases, spese da tremila scudi in esperienze; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di prove «tanto in ciurmadori, che per me onde conoscerli, spesi circa seimila scudi». Cominciava a scoraggiarsi quando un suo paesano insegnogli a far la pietra con sal marino: ma in un anno e mezzo tentatala quindici volte invano, adottò un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte, argento e mercurio; e lasciatele un anno, mescolò le soluzioni e le concentrò su ceneri calde in modo da ridurle a due terzi; questo residuo pose al sole in una storta, poi lasciavalo cristallizzare durante cinque anni; ma non ne seguì l’effetto atteso. Bernardo, giunto a quarantasei anni, si mise per altra via, insegnatagli da mastro Goffredo cistercese: comprarono duemila ova di gallina, le fecero sodare, e levato il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i torli dall’albume, e li fecero fermentare a parte entro concio di cavallo; poi li distillarono trenta volte, finchè n’ebbero un’acqua bianca ed una rossa; si rifecero più volte da capo, variarono, ma senza frutto; onde Bernardo abbandonò anche questa via, dopo seguitala otto anni. Nè però disilluso, lavorò con un gran teologo e protonotaro, che pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coperosa; calcinavasi per tre mesi, poi metteasi in aceto distillato otto volte; il misto passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. Qual meraviglia se la fatica e l’ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita?
Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell’imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Detto fatto, eccolo in viaggio per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, n’ebbe dieci marchi d’argento e il processo che era siffatto. Mesci mercurio, argento, olio d’ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi, si secchi in una storta di vetro coperta d’argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sulle ceneri calde; vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d’un terzo: ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò d’abbandonare quelle fantasie; i parenti esultavano della risoluzione sua; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia; e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grand’opera. Così arrivò ai settantadue anni, avendo dissipato il ricavo del venduto patrimonio, e giunse a Rodi senza denari, ma colla fiducia nella polvere cercata tutta la vita. Deh perchè una fede altrettanto viva non hanno i cercatori di ben più utili spedienti?
A Rodi tenea stanza un religioso, rinomato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma d’avvicinarlo il conte perdea la lusinga, se un mercante veneziano, conoscente di sua famiglia, non gli avesse prestato ottomila fiorini, e raccomandatolo a quel savio. Tre anni costui lo tenne in studj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d’oro e argento amalgamati a mercurio; e alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica. Perocchè gli indicò che tutto era frode, lo persuase a cessare dalle illusioni, nel codice della verità mostrandogli questo assioma, — Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura». Qui sta il gran secreto, significando in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l’alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.
Perdere a settantasett’anni l’illusione di tutta la vita, è pur penoso. Ma il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravvisse a scrivere diversi trattati su quella scienza, il più celebre de’ quali è intitolato Il libro della filosofia naturale de’ metalli; e ognuno può leggerlo, e certo pochissimi il leggeranno nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques. Opera inutile anch’essa, giacchè, invece di confessar chiaro i suoi inganni a scanso degli altrui, si rinvolse in modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand’opera. Altrimenti pare a noi, sia per quell’assioma fondamentale, intorno a cui si raggira sempre, sia per questo passo del libro suddetto: — Ondechè io conchiudo, e credetemi; lasciate le sofisticazioni e chiunque vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni ed altre decezioni; e taciano quelli che offrono qualsiasi altra tintura diversa dalla nostra, non vera nè di alcun profitto; e taciano quei che van dicendo e sermonando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia, e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l’unità della propria natura; e non vi è altro aceto che il nostro, nè altro regolo che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra sublimazione che la nostra, nè altra soluzione che la nostra, nè altra che la nostra putrefazione»[229].
La lezione per verità non sembra abbastanza evidente: d’altra parte sarebbe stata inutile, giacchè qual avvi evidenza alla quale ceda la passione? E certamente allora si continuò in tali ricerche, formandosi una scienza tutta distinta, il cui canone fondamentale era che ogni metallo si compone di solfo e mercurio; per mercurio però intendendo il principio metallico, variante secondo i diversi corpi; e per solfo il principio combustibile[230]. Eppure nella ricerca del grande incognito e dell’immortalità in terra, questa scienza scontrava per via il gas acido carbonico, il fosforo, l’antimonio, l’arsenico, quella chimica insomma che oggi aspira ad essere la scienza delle scienze.
Sciagurata nominanza ne acquistò Marco Bragadin veneziano, che pretendeasi nato a Candia dal famoso Bragadino, segato dai Turchi. Gittata la tonaca per darsi tutto all’alchimia, e protetto da Giacomo Contarini nobiluomo, spacciava aver trovato il secreto filosofale, s’intitolava conte di Mammona, cioè genio dell’oro, e menava seco due cani col colletto d’oro, che doveano credersi due demonj a suo servizio. Molte tramutazioni di metallo effettuò egli al cospetto del pubblico per mezzo d’una polvere che vendeva carissima: in fondo però il suo secreto consisteva in un amalgama di mercurio e d’oro, e facendo svaporar quello, restava questo. Ben avvedeansi che il peso era diminuito, eppure se ne faceano le meraviglie; il doge comprò a gran valsente il suo secreto, con uno scritto che trovasi nel Trattato chimico di Manget; Enrico IV gli scrisse per averlo a sè; altri principi lo domandavano, ed egli splendidamente vivea corteggiato da tutti. Vero è che non mancava chi ne ridesse, e una brigata di giovani veneziani mandò in giro una mascherata di alchimisti con tutti i loro arnesi, e un tra loro, figurando il Mammona, gridava: — A tre lire il soldo l’oro fino». L’elettore Guglielmo II di Baviera l’ebbe poi; ma quando ne sperava ricchezze, trovatosi illuso, lui fece impiccare alla forca d’oro destinata agli alchimisti, e i suoi cani uccidere a schioppettate.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso (1501-70), predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni soprannaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell’imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al consiglio di Pisa, fatto professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da gran re, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che diede lo stillato delle teorie e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a questo entusiasta e scettico insieme possiamo raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, teosofista e insieme scienziato illustre, di variatissima erudizione e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, talaltra dissotto del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un bambino. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d’uomo vivente nel mondo poeticamente disposto dalla dottrina cabalistica. Se tu gli credi, e’ poteva a sua voglia cadere in estasi; vedeva quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premunito in sogno, e da certe macchie sull’unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s’impara a schivarlo: anzi per lui era un bisogno il penare o far penare altrui; flagellava se stesso, e morsicavasi le labbra o si pizzicava. Giocatore e perciò dissestato, ricorre a bassezze; un suo figlio fu attossicato dalla moglie, che perciò venne strozzata; a un altro dovette far tagliare un orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita andò bersagliata da sciagure. Conoscevasi invido, lascivo, maledico, spensierato? ne riversava la colpa sulle stelle, ascendenti al suo natale[231]. Del resto credesi oggetto d’una predilezione speciale del cielo; sa più lingue senz’averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale l’avea tenuto per trent’anni[232]; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente, e prevede l’avvenire. Appena ogni mill’anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l’abilità nel disputare; infine, per avverare il pronostico fatto, lasciasi morir di fame.
Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; bizzarri elogi sulla podagra e di Nerone; pubblicò centotrentun’opere, ne lasciò centundici manoscritte, e ne’ dieci volumi in foglio[233] a stampa m’ha l’aria di un giornalista ch’è obbligato ad empiere le pagine, e più tira in lungo meglio è pagato, meno riflette più lavora. Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch’egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In essa tre principj eterni e necessarj, lo spazio, la materia, l’intelligenza del mondo, cui funzione è il movimento. Lo spazio eterno, immobile, non è mai senza corpi; cioè, come poi disse Cartesio, non si dà vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma mutasi di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una ed immateriale, laonde tutti i corpi sono provveduti d’anima; tant’è vero, che sono suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell’anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; e somiglia alla luce del sole, una ed eguale nell’essenza, infinita nella diversità d’immagini.
Non potea dunque sottrarsi al panteismo se non col sospendere le conseguenze, o col variare egli stesso quanto all’unità dell’intelligenza. L’uomo, organo di quest’intelligenza universale, ha però un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere dal corpo l’anima, di cui mostra l’immortalità mediante gli argomenti de’ predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto gran mali, come le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano.