La Riforma erasi sempre invocata da’ Cattolici in nome dell’autorità, opponendosi all’individualità sia d’opinioni, sia di morale, quand’anche questo individuo fosse pontefice, soggetto anch’egli all’errore e alla debolezza, giacchè in lui si connettono l’autorità e l’uomo. Or la superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non distolse dalla riforma morale, e il sentimento religioso fu sovrapposto alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del concilio passò senza decreti di riforma onde restituir alla Chiesa anche la purezza delle opere; proibiti i matrimonj clandestini, o senza le tre pubblicazioni; la comunione sotto le due specie; l’ordinare senza benefizio; i questori e spacciatori d’indulgenze le quali non possono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la collazione degli ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; nessuno sia messo in questi prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e sempre con esame preliminare; i vescovi ogni anno visitino le chiese, dando cura a quanto vi occorre, e provvedendo vi si facciano i necessarj restauri; delle cattedrali e collegiate un terzo delle rendite si eroghi in giornaliere distribuzioni; con dignità e disinteresse si compia il sagrifizio dell’altare, senza canti che destino idee profane. I vescovi avessero ciascuno un seminario, e ne’ sinodi provinciali e diocesani estirpassero i resti delle superstizioni e delle indecenze: e chi ne guardi i decreti direbbe che que’ pii riformatori si fossero lusingati di tornare il mondo all’apostolica purità, neppur evitando gli eccessi che possono guastar le cause migliori.
Il cardinale Ghiberti, già datario, dalla stamperia posta nel suo vescovado di Verona fece riprodurre le opere dei santi Padri, rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, talchè il concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch’egli aveva introdotto.
Di lui teneva in camera l’effigie e seguiva le pedate Carlo Borromeo, vero restauratore del regime ecclesiastico e della direzione delle anime, e tipo di questi cattolici riformatori. Gli Atti sono come la carta costituzionale della Chiesa, l’universalità di questa applicata al governo delle varie diocesi in que’ comizj che si chiamano concilj provinciali, venerabili per la promessa che lo Spirito Santo sarà ove due o tre si congreghino nel santo nome. E sei di questi concilj tenne san Carlo, donde gli Atti della Chiesa milanese, corpo ammirato di disciplina[353]. Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoperò per rimettere l’uso quasi dimenticato de’ sacramenti, e la decenza nelle chiese, più ch’altro simili a taverne, senza campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l’adempimento de’ legati pii; istituire nuove parrocchie ove prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola bianca e nera; render regolari i registri di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le leggende di santi e miracoli. Istituì le compagnie della dottrina cristiana[354], ove la festa s’insegnasse, oltre le verità della fede, anche il leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di essa di cercar rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l’osservanza delle feste; cercò purgare dalle profanità carnevalesche le domeniche di sessagesima, quinquagesima e quadragesima: sebbene però in quei giorni esponesse il Sacramento, e facesse processioni, «strepitavano quasi sulle porte della chiesa tamburi, trombe, carrozze di concorso, gridi e tumulti di tornei, correrie, giostre, mascherate ed altri simili spettacoli profani». Niuna donna, qual che ne sia lo stato, il grado, la condizione, entri o stia in chiesa, nè accompagni le processioni se non col velo non trasparente o zendado o tela o altro panno di tal modo che stiano coperti tutti i capelli. Niuno entri in chiesa con cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d’asta o simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di chiesa, nè le deponga ne’ cimiterj o negli atrj[355]. I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.
Moltissimo s’incarica della dignità e del contegno dei preti nel vestire, nel radere la barba, nel conversare, nell’abitare. Alla tavola del vescovo si servano due piatti, tre al più, e non confortini o altri delicature di zuccaro. Vuol diligenza nel riconoscere le antiche reliquie e nell’accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione o per penitenza; bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de’ discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel della Scrittura, Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter. I suffraganei suoi si facessero mandare una volta l’anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedesser migliorare, vi spedissero un predicatore. I morti si sepelliscano in campagna, cinta di muro; si tenga cura delle biblioteche, ove le suntuosità de’ vecchi ha raccolto libri d’ogni genere, e principalmente de’ manoscritti. In generale voleva il clero oculato su’ costumi de’ fedeli, sino a tenere in ogni parrocchia un registro della condotta di ciascuno: avrebbe anzi voluto rintegrare le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in antico ai varj peccati, fra cui v’era che, chi consulta maghi, stia penitente per cinque anni; chi getta tempeste, anni sette in pane e acqua; chi canta fascinazioni, tre quaresime; chi fa legature o malìe, due anni; chi sortilegi, quaranta giorni; chi cerca i furti nell’astrolabio, due anni[356]. E fra le penitenze che poteansi imporre, enumera il vietar le vesti di seta e d’oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.
Il commercio dei libri sorveglia; non si tengano bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino andar i fedeli ne’ paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura o d’imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il Sant’Uffizio. Gli Oblati di Sant’Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza all’arcivescovo, istituì perchè accudissero alle parrocchie più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni. I frati Umiliati, arricchiti colle manifatture della lana (tom. VI, pag. 315), possedeano nel Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite d’orribile depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un d’essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l’Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.
Traversando la val Camonica, ove alcun tempo non si pagavano le decime, Carlo non dà la benedizione, e que’ popolani ne restano sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici e maliardi[357]: illusioni che al par di certe esorbitanti pretese di giurisdizione, come d’avere forza armata a sua disposizione, di far eseguire le sentenze del suo fôro anche contro laici i quali non vivessero da buoni cristiani, vorremo perdonare ai tempi, piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl’infermi d’una terribile peste allora scoppiata, e che, prevalendo l’idea della carità a quella de’ patimenti, oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san Carlo.
Suo prediletto Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, vescovo di Vercelli, dove sostituì l’uffizio romano all’eusebiano, fabbricò il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un monte di pietà colla propria sostanza[358]; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede pericolò anche la vita, e introdusse Gesuiti a Friburgo, Cappuccini ad Altorf, poi andò nunzio apostolico all’imperatore, indi nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Ed essendo avvenuta la defezione del vescovo di Colonia, fu il primo nunzio ordinario a Utrecht, nunziatura che durò fin ai giorni nostri. San Carlo lasciò a lui i manoscritti delle sue prediche, e n’abbiamo a stampa due poemi, uno in lode di quel santo, uno per la vittoria di Lepanto, e altri versi e molte orazioni e lettere e sinodi.
Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[359], dove insieme con evangeliche maniere ed elevati intenti appajono esagerazioni che viepiù risaltano dopo cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non vasellame d’argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor precipuo uffizio è la predicazione, nè possono mancarvi senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per ascoltare chi si presenti; ogni due anni compia la visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta: dia facile udienza a tutti, anzi v’incoraggi i poveri; veda e spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui professione di fede: le feste si vogliano osservate coll’astenersi da opere servili e dagli stravizzi. Vieta l’usar figure e anelli magici a curar uomini od animali, le stregherie, le fasciature, il trattar feriti e mali colla recita di certe preci e formole. Il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore; i maghi e indovini siano puniti dal vescovo, come pure le maliarde che affascinano o uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola. Ogni anno si rinnovi l’intimata della scomunica a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto di opinioni dissenzienti dalle cattoliche; si pubblichi la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del Sant’Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati coll’inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia Dio o la beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l’infamia. Non gli ha? alla prima stia colle mani legate al tergo, genuflesso tutt’un giorno di festa al limitare della chiesa; se ricade, sia per le strade battuto a verghe; alla terza, foratagli la lingua con un acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è cherico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti della comunione pasquale.
La prebenda de’ parroci si migliori col prelevare dai benefizj inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all’avarizia de’ curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i sepolcri elevati in chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di necessità lo chiedano alla badessa; v’abbia carceri e ceppi e catene ne’ monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dappertutto. La Corte e la città di Roma presero aspetto ecclesiastico e spirito di regola, e il cardinale Tosco non fu eletto papa perchè lasciavasi sfuggire certi lombardismi. La residenza fu ingiunta rigorosamente ai vescovi, come a tutti i benefiziati; cessò l’abuso d’attribuire badie, collegiate, vescovadi a secolari e fin a militari, che dicevano la mia chiesa, i miei frati, come avrebbero detto i miei famigli, i miei cavalli. Un gentiluomo tedesco, udendo sempre declamare contro i costumi di Roma, era voluto venire accertarsene co’ proprj occhi, e ad un principe scriveva nel 1566 come avesse invece trovato gli abitanti dediti alle pratiche pie, rigorosi osservatori della quaresima, frequenti alla comunione e alla visita delle chiese; la settimana santa poi dormire per terra, e veglie, e digiuni, e tutti gli artifizj della penitenza adoprati per raggiungere i beni dell’anima. E segue descrivendo quelle commoventi solennità ponteficali del giovedì santo; e le scomuniche lette a gran voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio, e il bombo de’ cannoni che vi tien dietro, gli davano sembianza del terribile giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi giungeano a San Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e il volto santo, fra singhiozzi, gridi, preghiere.