Al Tridentino, maestosa assemblea de’ Cattolici più consumati negli affari, nelle lettere, nella santità, viene apposto d’essere stato menato a senno degl’Italiani; ma questa parola, come avviene delle denominazioni di partito, significa chiunque caldeggiasse le prerogative romane. In realtà la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del cardinale Turchsess vescovo d’Augusta; uno dei tre presidi n’era il cardinal Polo inglese; Andrea de Vega, Volfango Remio, Genziano Hervet, luminari di quell’adunanza, non erano italiani. Vero è che i vescovi forestieri ogni tratto scarrucolando, era d’uopo mandarne di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de’ Gesuiti, che allora furono più che mai, come alcun li chiamò, i giannizzeri della santa Sede.
L’importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea condurre al votar per testa, anzichè per nazione; ma ne derivava la prepollenza degli Italiani, giacchè agli ottantatre prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette dei nostri. Oltre san Carlo, che non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo, primeggiava tra questi il cardinal Morone, figlio del famoso grancancelliere di Milano, in alta fama di sapere e d’abilità negli affari, che ad istanza di sant’Ignazio promosse la fondazione del collegio Germanico, e perchè il papa mancava di denari, indusse a obbligarvisi i cardinali, e vi diede ordini che poi servirono al concilio di Trento per norma nel regolare i seminarj. Malgrado di ciò, malgrado che avesse adoprato ogni poter suo nel reprimere l’eresia in Germania ed escluderla da Modena, fu sospettato di novatore e fautor de’ novatori, onde Paolo IV lo carcerò in Castel sant’Angelo: ma il nuovo pontefice non solo lo trasse giustificato, ma lo destinò a presedere al concilio.
Fra gli altri cardinali distingueremo il Foscarari bolognese, che a Modena fondò un monte di Pietà e profondea l’aver suo ai poveri in modo, che non si sapeva dove tanto pigliasse; l’eruditissimo Seriprando di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il Bertani, autore d’un commento a san Tommaso e d’un trattato sulla podestà del papa; il veneziano Gianfrancesco Comendone[347], di limpida dicitura e abilissimo a trarsi dagli affari più difficili e meno attesi; nunzio in Inghilterra, poi in Polonia, donde ottenne fosse cacciato l’Ochino, poi alla dieta di Augusta per impedire vi si decidesse sopra materie ecclesiastiche; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, a Guglielmo Sirleto, ai migliori d’allora. Per un Antonio Ciurelio di Bari, vescovo a Budua in Dalmazia, che esilarava con profezie e buffonate, severa scienza mostrava il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, che parlava francese, latino, greco, ebraico, non fu eletto papa per tema che gli studj nol distraessero troppo, e sepoltosi nella biblioteca Vaticana, colà pose affatto l’animo in ajutar tutte le opere altrui, benchè di sue niuna pubblicasse, provvedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo; eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co’ fasci della legna per istruirli nel catechismo. In Agostino Valier vescovo di Verona non sapeasi qual più ammirare, la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una Rethorica ecclesiastica spesso ristampata, e una storia di Venezia; e impugnò la barbarie scolastica e il timor delle comete. Daniele Barbaro d’ordine pubblico scrisse la storia veneta, fece poesie filosofiche lodatissime col titolo di Predica dei sogni, fondò in Padova l’orto botanico e l’accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio, diede bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d’Inghilterra. Ivi pure Gianantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo d’Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro Clario, Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco, senza trascurare l’esegesi dei Protestanti. Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori, Alessio Stradella di Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano, Cornello Musso vescovo di Bitonto (t. IX, p. 289), intorno alla cui eloquenza Bernardino Tomitano medico e retore di Padova compose un ragionamento, e gli fece coniare una medaglia con un cigno, e l’iscrizione Divinum sibi canit et orbi.
La Chiesa professa di essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere: i Protestanti arrogano a ciascuno l’intendere come vuole le sacre carte, all’autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità d’accordo, talchè al sinodo, non potendo mettersi conciliatore, nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa sin allora, restava soltanto da «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». E già a quel punto ciascuno avea preso partito; le opinioni religiose eransi interzate cogl’interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili.
I punti capitali della divergenza furono risoluti al bel principio, mettendo fine alle ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti. I libri dei due Testamenti furono dichiarati canonici, come le tradizioni concernenti la fede e la morale, conservate nella Chiesa. Il peccato originale fu riconosciuto, non con decreto dottrinale[348] ma condannando chi lo negasse; ed esprimendo che, nel dire nati in peccato tutti gli uomini, non comprendeasi la Vergine Madre, per rispettar le bolle che Sisto IV avea emanate in proposito dell’immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e Tomisti. Sulla Grazia e la giustificazione restava assolutamente condannata la dottrina che Lutero pretendeva appoggiare a sant’Agostino, in sedici capitoli di decreto dottrinale riconoscendo la giustificazione per mezzo della Grazia preveniente e del libero consenso; condannando le false idee sulla predestinazione, e che la Grazia basti senza le opere. I sacramenti furono prefiniti a sette, giusta la dottrina di Pier Lombardo appoggiata alla tradizione; ed espressi canoni sopra ciascuno.
Giacomo Lainez generale dei Gesuiti, nel discorso più celebre di quest’assemblea, sostenne la potestà della giurisdizione essere data unicamente al pontefice, e da lui ogni altra derivare. E vinse; e restò consolidata quella supereminenza del papa, che erasi voluta crollare; egli solo interpretasse i canoni, imponesse le regole della fede e della vita. Già i vescovi, anzichè inuzzolirsi d’ingradire la propria a scapito dell’autorità pontifizia, vedeano necessario di salvarla all’ombra di quella; e i principi vedendo la propria esistenza messa a repentaglio dalle quistioni teologiche, provvedeano men tosto a sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico, che ad appoggiarvisi.
Spetta alle storie particolari lo svolgere la rete complicatissima delle pretensioni, dei ritardi, delle domande, delle opposizioni; a noi bastando attestare che, se in alcune decisioni sembrò aver parte la politica, le più comparvero dettate da persuasione e coscienza.
La Riforma, a cui toglievano pretesto gli oracoli di quell’assemblea cui essa aveva continuamente appellato, rimase una manifesta rivolta; e dagli oppositori che si staccavano ed isolavano, la Chiesa non potea difendersi che col fortificarsi entro le barriere della fede antica. Fra’ Cattolici non occorrevano transazioni, nè quasi dibattimenti, restando solo a porre in chiaro l’intero sistema della fede cattolica: e in effetto vi si eliminò una serie di discrepanze, di modo che la teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla dialettica; le decisioni tridentine, divenute credenza cattolica, parve superfluo ogni altro concilio; e come chi convalesce da pericolosa malattia, la Chiesa cattolica parve animarsi di vita nuova, e tutta si applicò a migliorare se stessa e la società. Dell’uniformità de’ riti si fece una condizione della cattolicità, mettendola sotto la vigilanza d’una sacra Congregazione.
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, affinchè cogli insuperabili suoi tipi pubblicasse i santi Padri. Le lezioni apocrife, le goffe antifone, i riti burlevoli, introdotti dall’ignoranza e dalla semplicità, domandavano emenda; ma dotti preoccupati della eleganza, cardinali cui facea stomaco san Paolo per l’impulito latino, poteano essere acconci a questo servigio? Gli inni che, per commissione di Leon X, introdusse Zaccaria Ferreri vicentino, vescovo della Guarda, quanto puri di stile tanto erano freddi nel sentimento; e meglio parve di quelli che per Urbano VIII rispettosamente corresse il Sarbiewski[349]. Pio V mandò un nuovo breviario obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almen ducentenario: la quale riserva non tolse che le più adottassero il romano, cui tenne dietro il messale. Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica avesse autorità, e v’attese egli medesimo col Nobili, l’Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rôcca, il cardinale Caraffa[350]: ma appena uscita vi si conobbero molti errori[351], onde fu ritirata, e un’altra ne diè fuori Clemente VIII.
Non pare che nel medioevo si formassero catechismi, che ad uso del popolo esponessero l’essenziale della religione. Il concilio di Trento ne ordinò uno, incaricandone san Carlo, che prese a collaboratori i domenicani Foscarari suddetto, Muzio Calino bresciano vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marini genovese arcivescovo di Lanciano; e fu pubblicato italiano e latino[352], poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell’edizione di Andrea Fabrizio, unendovi una tavola dei vangeli di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami all’opera stessa per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sopra i diversi punti della Dottrina, in modo che ad esso servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni. Questo Catechismo romano, ammirato per eleganza e lucido metodo, provava che la profonda e solida erudizione sacra non ha bisogno di invilupparsi in argomentari e formole da scuole, ma si accorda coll’esposizione chiara e precisa, e colla sublime semplicità del pensiero. I Gesuiti, in punto alla Grazia dissonanti dai Domenicani, gli scemarono credito, ed altri ne pubblicarono, fra cui primeggia quello del Bellarmino.