A tali editti probabilmente la Signoria fu obbligata per dare soddisfazione ai vicini: certo il papa la querelò di cotesto intromettersi di materie ecclesiastiche; ma la Inquisizione romana non fu mai stabilita nella piccola repubblica, che si serbò monda di sangue. Bensì nel 1555, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti se n’andarono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia, Giacomo Spiafame vescovo di Nevers, Pietro Perna, che pose tipografia a Basilea moltiplicando edizioni principalmente di Riformatori, e avendo a correttore Mino Celsi senese, il quale esaminò Quatenus progredi liceat in hæreticis coercendis; il già detto medico Simon Simoni: anche intere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Balbani i Calandrini, i Minutoli, i Buonivisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[343].

Nel 1561 si raddoppiò d’oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d’oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera e in Francia non ne contraessero l’infezione, il senato proibì di dimorare in quelle contrade; coloro che abitano a Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e il veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne’ quali la nazione nostra suole conversare, abitare e negoziare assai»; e se vi siano trovati, «chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascuno di loro, de’ denari del Comune, scudi trecento d’oro; se bandito rimanga libero; se no, possa rimettere un altro bandito». Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio e di san Carlo: ma che non abbia spinto nessuno all’assassinio, ce ne dà speranza l’udire l’anno stesso lamenti che molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi profughi, e ricevessero opere protestanti[344].

CAPITOLO CXLVI. Rimbalzo Cattolico. Concilio Tridentino. Riforma morale.

Del famigerato Giangiacomo Medici, marchese di Marignano, era fratello Giannangelo, valente giureconsulto milanese, che successe pontefice col nome di Pio IV (1559). Disapprovava la severità del predecessore, eppure i tre nipoti di quello mandò a processo e a morte, non eccettuando il porporato. Il supplizio d’un cardinale diacono era tal novità che il mondo fu pieno; tutti cercarono conoscerne il processo, nessuno lo vide intero, nemmanco l’imputato o il suo difensore; e vi si volle scorgere una vendetta della Spagna contro codesti suoi avversarj ch’eransi vantati capaci di torle il reame di Napoli. Pio IV espresse allo storico Pallavicino che peggio d’ogni cosa eragli rincresciuta quella condanna, ma averle dovuto lasciare corso per lezione dei futuri nipoti: dappoi Pio V, rivedutane la causa, li dichiarò condannati iniquamente, fece tagliare la testa ad Alessandro Pallentieri, orditore del processo, e questo fu bruciato, così togliendo alla posterità di giudicarne in supremo appello[345].

Pio IV cavalcando ascoltava chiunque gli parlasse, agli ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; benchè aderente per origine all’Austria, non prese parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti ed abbondanti; ridusse a fortezza la città Leonina, dov’è il Vaticano: a questo aggiunse molti abbellimenti, fra cui la sala regia, ove da Giuseppe Salviati fece storiare le geste de’ papi con epigrafi dettate da apposita commissione; ed una di queste ritrae il convegno di Federico Barbarossa con Alessandro III a Venezia, e l’umiliarsegli a’ piedi[346].

Neppur Pio IV si astenne dal favorire i nipoti, e diede l’arcivescovado di Milano, e ben tosto la porpora a un giovinetto di appena ventitre anni (1560) e non ancora sacerdote, e su quello accumulò benefizj e cariche; egli legato a latere di Bologna e Ravenna, poi d’Italia tutta; egli abate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici, della bassa Germania, degli Ordini francescano e umiliato, dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de’ cavalieri di Malta e del Cristo; sicchè unendovi il contado d’Arona sul lago Maggiore, e il principato d’Oria nel Napoletano, fruiva dell’entrata di almeno novantamila zecchini; e aveva cognata una duchessa d’Urbino, maritate le sorelle una nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia. Scialava dunque principescamente, quando la morte che colse il fratello Federico in mezzo al fasto e alle speranze, lo concentrò ne’ gravi pensieri della tomba, e d’allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno dei prelati che meglio onorarono la Chiesa e più efficacemente faticarono nel riformarla. Rinunziando a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novanta restrinse a ventimila zecchini il suo spendio domestico; non più sfarzo e spassi, ma ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì un’accademia settimanale di lettere e morale, detta le Notti Vaticane: eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò s’edificassero per tutta Italia, e l’Università di Bologna.

Invece di soggiornare a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle Corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano, che da quarant’anni costituiva una commenda per cadetti di casa d’Este. Qual meraviglia se la disciplina vi si era sfasciata, e pietà e costumatezza scomparse dai preti? I quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano a segno, che si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano; secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand’anche non ne facevano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche porgeano occasione soltanto a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all’ozio in convento, agl’intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l’abilità non manifestavano che in confortini e manicaretti.

Attorniatosi di valent’uomini, de’ quali mai non si mostrò geloso, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi: e armato di qualità penetranti e sovrane, di autorità sensibile, direi della verga di penitenza per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzati, autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l’uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni; vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d’animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de’ viziosi, l’indifferenza dei beneficati, con que’ decreti che costano poco a farsi ma molto a far eseguire, disciplinò la sua Chiesa nelle materie più importanti, come nelle minime di sacristia. Diceva l’uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose; teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell’impedire che dalla vicina Svizzera l’eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, semenzajo d’apostoli e parroci a que’ paesi (V. pag. 352).

Principale impegno egli pose nel trarre a compimento il concilio ecumenico. Indicato primamente a Mantova nel 1537, poi a Vicenza, in fine fu aperto a Trento il 13 dicembre 1545: dopo la settima sessione del 3 marzo del 47, se ne decretò la traslazione a Bologna: nel dicembre 1550, Giulio III lo restituì a Trento, ove nel 51 e 52 si tenne fin alla decimasesta sessione, sciogliendolo poi all’appressarsi della guerra. Pio IV ne ordinò la riunione nel 29 novembre 1560; ma si cominciarono le tornate sol nel 18 gennajo del 62, per finirle il 3 dicembre dell’anno successivo. La bolla di conferma uscì il 26 gennajo 1564.

I concilj, da quel di Nicea fino al Tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate per la dignità dei personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l’elevazione delle idee, superiori a restrizioni di paese, di razza, di tempo, fondate su principj irremovibili, e ispirate da una generosità non d’astrazioni, ma effettiva nè mai smentita. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza; i popoli di tutto il mondo congiungere in unità di credenze e di riti, e mondare l’interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v’ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. So che gli spiriti negativi disputano su questi meriti: noi parliamo ai serj e leali.