I principi trovarono l’Inquisizione spediente a reprimere i germi repubblicani, e sotto il granduca Cosmo si fece a Firenze un atto-di-fede: la processione degli Eretici condannati a far ammenda era preceduta dal gonfalone, colla croce in campo nero tra la spada e il ramo d’ulivo, e colla scritta Exurge, Domine, judica causam tuam; ventidue soggetti seguivano Bartolomeo Panciatichi, già ambasciatore ducale alla corte di Francia, vestiti con cappe e sanbeniti dipinti a croci; e condotti alla metropolitana, vi ottennero l’assoluzione, mentre sulla piazza bruciavansi i loro libri. In San Simone subivano la stessa cerimonia privatamente alcune donne, sospette di novità.
Pure esso granduca non accettò il decreto di Paolo IV sui libri proibiti, se pure non fossero avversi alla religione, o trattassero di magia od astrologia giudiziaria; de’ quali il 3 marzo 1559 fu bruciata una catasta avanti a San Giovanni e Santa Croce. Lodovico Domenichi, per aver tradotto e stampato con falsa data la Nicomediana(?) di Calvino, fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere; ma ne ottenne remissione per istanze di monsignor Giovio. Frà Luca Baglione perugino nell’Arte di predicare (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale città, contro gli eretici, un di costoro gli tirò un’archibugiata, da cui però Iddio preservollo; e un’altra volta assalito da più di quindici siffatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[338].
Presa Siena, i soliti zelanti subillarono Cosmo contro i Socini, eresiarchi di colà; ed egli sulle prime non vi badò, poi li tolse a perseguitare: furono presi alquanti Tedeschi che vi stavano a studio, oltre alcune maliarde, cinque delle quali bruciate nel 1569. Maestro Antonio della Paglia di Veroli che latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, scrittore coltissimo d’un poema sull’immortalità dell’anima, che Vossio chiama divino e immortale, attinte a Siena le idee de’ Socini e dell’Ochino, le diffuse a Colle e a San Geminiano; scrisse il Trattato del beneficio della morte di Cristo, dove sostiene la giustificazione per mezzo della fede, che fu confutato da Ambrogio Caterino; e l’Actio in pontifices romanos et eorum asseclas, quando trattavasi di raccorre il concilio di Trento; e lettere a Lutero e Calvino[339]. Perseguitato, indirizzò a’ senatori di Siena una pomposa diceria latina, e, — Non siamo più a’ tempi dove un vero cristiano possa morire a suo letto. Ma ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità». Allora passò a Lucca e v’ebbe impiego, poi dal senato di Milano fu invitato professore, indi rifuggì a Bologna, infine vi fu consegnato alla romana Inquisizione, che dopo tre anni di carcere il condannò ad essere strozzato ed arso, di settant’anni.
Fu allora che il Torrentino, nitido editore, si mutò dalla Toscana ne’ paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà fece prosperare la tipografia[340]. Antonio Bruciòli, durando ancora la repubblica fiorentina, aveva sparlato dei monaci: a che tante religioni e tanti abiti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d’affari mondani, dove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati acciocchè trionfino e poltreggino, invece di lavorare come san Paolo; ed «era tanto costante e ostinato in questa cosa de’ preti e de’ frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch’egli rimanere se ne volesse, dicendo Chi dice il vero, non dice male» (Varchi). Stabilitisi i Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu imprigionato; uscitone, si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò la Bibbia tradotta in lingua toscana (1538). Sebbene pretenda aver lavorato sul testo originale, pochissimo sapeva d’ebraico, e la sua Bibbia fu trovata riboccante d’eresie, come il prolisso commento che ne stese in sette tomi: non sembra però che egli disertasse la Chiesa cattolica[341].
Monsignor Pietro Carnesecchi, gentiluomo favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma, conobbe in Napoli Pietro Valdes, l’Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo il vescovo Vittore Lorenzo, il Vergerio, Lattanzio Rangone, Luigi Priuli, Apollonia Merenda, Baldassarre Altieri, Mino Celsi; ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini; con Melantone e con altri eretici trattò di presenza poi per lettere, e col credito e col denaro combattè l’autorità pontifizia, i frati, il purgatorio, le indulgenze, la confessione, la cresima, i digiuni; l’invocazione dei santi, i voti di castità; a salvarsi bastare la fede senza concorso delle opere; nell’eucaristia trovarsi veramente il corpo di Cristo, ma non transustanziato; potersi senza colpa leggere i libri ereticali e mangiar grasso in qualunque giorno. Paolo IV citatolo invano, lo fece scomunicato; ma perchè continuava senza dissimulare, Pio IV ottenne che Cosmo gliel consegnasse. Sì bene si difese, che fu rimandato; nè però tacque, sovvenne di denari Pier Leone Marioni e Piero Gelido da Sanminiato, ecclesiastico di molta dottrina, che scoperti di eresia poterono rifuggire a Ginevra. Cosmo non gli diminuiva la sua famigliarità; ma poi richiesto dal rigido Pio V, il consegnò all’Inquisizione, ove confesso e convinto, fu condannato al fuoco. Il papa sospese dieci giorni l’esecuzione se volesse intanto ricredersi; ma disputando egli in sinistro senso fin col frate che il confortava, venne decapitato ed arso[342] (1567).
Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l’accademia degli Alterati e fu console della Fiorentina, servendo al cardinale d’Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare a liberamente professarle. Ma scoperti, l’amico fu côlto e dato al Sant’Uffizio; l’Albizzi fuggì (1626), e tornò ad Innspruck poi a Hempen in Svevia; e quando appunto il Sant’Uffizio gli iterava la citazione, morì. Intanto in Toscana crescevansi i famigliari del Sant’Uffizio, distinti con una croce rossa, esenti dalla potestà secolare ed autorati a portar l’armi. Il granduca temette che quest’abito non servisse di maschera ai molti che avversavano la sua dominazione; pure non potè frenare gl’inquisitori, che a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chiunque uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezze di studenti.
Se la paura che si volgesse la critica dalle cose sacre alle politiche faceva rigorosi i governi principeschi, anche l’aristocratica Lucca se n’inquietava. Già fin dal 1525 proibiva i libri di Lutero e di Luterani, e chi n’avesse dovea consegnarli; ma molti proseliti già vi erano, e il cardinale Bartolomeo Guidiccioni da Roma nel 1542 scriveva al governo di quella sua patria: — Qui è nuova per diverse vie quanto siano multiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicole qual si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s’insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provvisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le S. V. che ci faccino tal provvigione, che rendi presto tanto buon odore, quanto fetore ha sparso e sparge il male; e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...
«Intanto pareria che le S. V. col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (il Curione) che sta in casa di messer Nicolò Arnolfini, il quale dicono aver tradotto in vulgare alcune opere di Martino, per dare quel bel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenzia in quei frati di Sant’Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s’intende per certo che ha comunicati più volte molti de’ nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell’ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenzia, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad instanzia di S. B.; acciocchè ogni uomo cognosca che le S. V. vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa Sede apostolica...
«Questa mattina, da poi la partita dell’ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e errori luterani, dinanzi N. S. sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregionara, le quali sono tanto dispiaciute a N. S. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a V. S. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant’Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenzia, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiaciono, e faranno cosa grata a Dio».
Nè tale sollecitudine era senza motivo; perocchè Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l’apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per aver ragione di piantarvi l’Inquisizione, sì il signor di Firenze per pretesto di mettere le mani su quell’ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori (1545). Il Consiglio generale «dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenza delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fossero gran teologi, et in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e leggere anche libretti senza nome d’autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s’avvilupassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro delli altri», multa siffatti ragionari, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d’eretici si consegnino, pena la confisca; non si conservi corrispondenza con eretici, e nominatamente coll’Ochino o con Pietro Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per sovrintendere a tali colpe. Nel 1548 rivedeasi la legge mitigando le pene, ma estendendole a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant’Uffizio.