Ebbe poi ordine d’inquisire Vettore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio Medolago: ma la costui potenza avrebbe impedito l’inquisitore se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Girolamo Albani. Mercè del quale il Medolago fu preso: ma la Signoria veneta lo fece levare a forza delle carceri del Sant’Uffizio e trasportarlo nelle sue, nelle quali morì. L’opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Niccolò da Ponte che poi fu doge, e che perciò venne in odore di luterano. Quell’Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la Signoria; ma quando due suoi figliuoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, fu per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, conferì ai figliuoli il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della marca d’Ancona, poi il cappello cardinalizio, che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.
Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero fuori venivano obbligati a tornare ai loro conventi e ricevere il castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra: e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.
In generale l’Inquisizione, severissima a chi si ostinasse, ai confessi e ricredenti mostrava carità: alquanti furono arsi in Roma e mazzerati a Venezia: molti obbligati a ritrattarsi d’errori, in cui erano incorsi prima di saperli condannati. Ma il popolo ne prese tal disamore a Paolo IV, che appena morto abbattè la sua statua, erettagli poco prima dal troppo labile favore di quella plebe, e ficcò il fuoco al palazzo dell’Inquisizione. Pontefice difficile a giudicare fra atti così disformi; ma certamente coll’alienarsi dall’imperatore per istudio dell’italica indipendenza, tolse che questo il coadjuvasse ad estirpare l’eresia che allora prese consistenza.
Carlo V, che odiava i Protestanti dacchè in Germania l’aveano costretto a concessioni repugnanti al suo orgoglio, s’accorse come le loro dottrine serpeggiassero in Napoli, e con un severissimo editto del 1536, valevole per tutti i suoi regni, v’interdisse ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d’eresia, pena la morte e la confisca. Colà avea predicato e fatto proseliti l’Ochino: poi Giovanni Valdes, gentiluomo spagnuolo, dall’imperatore lasciato segretario al vicerè Pier di Toledo, disputò della Giustificazione; sebbene scarso di dottrina, coll’enfasi cattivava gli animi; e gl’inquisitori attestano che fin tremila proseliti si trasse dietro. Fra questi Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, figlio d’una Caraffa, parente di Paolo IV, marito d’una duchessa di Nocera, gentiluomo dalla chiave d’oro di Carlo V, le dottrine di Pietro Valdes e di Pietro Martire propagò, poi abbandonando la famiglia, e una splendida fortuna, andò nel 1551 a fondare a Ginevra un concistoro italiano, e chiesa distinta con un formulario proprio. Primo ministro ne fu Massimiliano Martinengo conte bresciano, poi Lattanzio Rangoni profugo di Siena. Invano i parenti procurarono richiamarlo; suo padre, pregatolo ad un colloquio in Venezia, non potè espugnarne la fermezza; trattolo un’altra volta a Vico, il padre, i figliuoli, la moglie ch’esso teneramente amava, il supplicarono rimanesse in patria e nella fede comune, ma egli s’ostinò al niego. Proposto a Calvino, a Pietro Martire, al Zanchi se potesse far divorzio, decisero di sì, ond’egli sposò una dama di Rouen, visse onorato fin al 1586, e Calvino gli dedicò la seconda edizione de’ suoi commenti sull’epistola ai Corintj.
Antonio Caracciolo, figlio del principe di Melfi maresciallo di Francia, lasciò la corte di Francesco I per farsi certosino: ma anche nel chiostro recò l’inquietudine, intrigò in Corte, e fatto vescovo, nè potendo da Sisto V ottenere il cappello rosso, si diede coi Riformati, dapprima continuando a dirsi vescovo e ministro del santo Vangelo: scrisse poesie francesi e italiane; e polemiche religiose, finchè morì nel 1569. Lorenzo Romano di Sicilia, già agostiniano, disseminati occultamente gli errori di Zuinglio qui, poi rifuggito in Germania, tornò a casa nel 1549 insegnando la logica di Melantone, sponendo le epistole di san Paolo nel nuovo senso, e pubblicò anche un’opera intitolata Beneficio di Cristo. Citato all’Inquisizione fuggì, poi venne volontario a costituirsi, si disdisse e ottenne perdono, facendo molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessando d’avere assai proseliti, fra cui molte dame titolate.
Il vicerè Toledo, cui Carlo V nessuna cosa aveva raccomandata più che d’impedire la diffusione dell’eresia, bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò l’introdurre qualunque trattato di materie teologiche non approvato dalla santa Sede, e le accademie che, sotto coperta di letteratura o di filosofia, facilmente invadevano il campo teologico. Poi, spintovi dall’imperatore che vedeva in Germania gli scompigli causati dalla Riforma, cercò introdurre nel regno l’Inquisizione spagnuola, la quale, operando indipendente dai vescovi e da ogn’altra autorità, nè dando contezza de’ testimonj, apriva agevolezza alle vendette e alle false deposizioni, e aggiungeva alle pene anche la confisca. Pertanto i Napoletani vi si oppongono, e non valendo le parole, le piazze insorgono (1547) gridando arme, strappano i cedoloni, surrogano ai vecchi eletti del popolo altri più creduti; i nobili si mescolano co’ plebei aizzandoli e chiamandoli fratelli. Il Toledo citò Tommaso Anello sorrentino plebeo, e il nobile Cesare Mormile, capi del tumulto; ma tal folla gli accompagnò, ch’egli dovette dissimulare, e lasciar che fossero portati in trionfo alle varie piazze onde rassicurare e attutire il popolo; intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s’introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.
Un accidente da nulla dà occasione di far sangue; gli Spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello; la via Toledo e la Catalana inorridiscono di carnificina; alcuni nobili, non più rei degli altri ma per esempio, sono mandati sommariamente al supplizio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Nessuno gli fece atto di rispetto; la plebe, a fatica rattenuta dal farlo a brani, formò regolarmente un’unione, considerando per traditore della patria chi non v’entrasse, e prese le armi, guidata dal Mormile e dai Caracciolo; si deputò all’imperatore Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido Sangro, per chiarirlo come non fosse ribellione contro lui quell’insorgere contro un rigore illegale, giacchè fra i capitoli del Regno era che non si porrebbe l’Inquisizione spagnuola. Stettesi dunque lungo tempo in aspetto di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa che all’antica ragione di sovranità univa ora l’odio particolare contro gli Ispani, o di chiamare Pietro Strozzi e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: i baroni erano stati domandati in castello dal vicerè a titolo di obbedienza feudale: le buone famiglie si ritirarono, sicchè la feccia prevalendo e i fuorusciti, tutto andava a disordine l’infelicissimo paese, e bisognava blandire alla ciurma coll’esagerazione delle parole e la villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall’altra cercavansi sussidii e munivansi fortezze.
A suggerimento pure del papa e di san Carlo fu deputato all’imperatore il famoso giureconsulto Paolo d’Arezzo con calde suppliche, nelle quali si dà questa strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno si terrebbe sicuro della vita e dell’avere. L’imperatore a fatica volle concedere udienza ai deputati, e ordinò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d’eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall’amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e provveduto; l’imperatore dichiarò fedelissima la città, e le impose centomila scudi d’ammenda. Il nuovo papa Giulio III vietò per bolla si facessero confische per casi d’eresie, cassando anche le fatte sin allora[336]: e i colpevoli erano diretti a Roma, dove fatta abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.
A Carlo V era succeduto nel regno di Spagna e ne’ dominj dell’Asia, dell’America e dell’Italia Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l’eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il tipo della tirannide, della fierezza, dell’ipocrisia. L’Inquisizione, da suo padre in testamento raccomandatagli, fece esercitare coll’inflessibilità di chi crede compiere un dovere. Allora si estesero quelle arsioni di eretici, teatralmente solennizzate, talmente credevansi giuste: e perchè i suoi sudditi non fossero trattati disugualmente, voleva anche a Milano fare l’infausto dono del Sant’Uffizio al modo spagnuolo; ma la città deputò alti personaggi al re, al concilio, al papa che si adombrava di questo tribunale da lui indipendente; e si ottenne di non aggiunger questo ai tanti mali della Lombardia.
Nel Napoletano esacerbati i rigori e i sospetti, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, molte furono citate al vicario dell’arcivescovo; e Giovan Francesco d’Alois di Caserta e Giovan Bernardino di Gargàno d’Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni, malgrado il privilegio di Giulio III. Ciò empì la città di sgomento; molti migrarono; le piazze inviarono al vicerè duca d’Alcala onde sincerarsi se stesse il disegno di piantarvi l’Inquisizione spagnuola, ed egli assicurava di no. Nè però ricusavano l’Inquisizione consueta, esercitata dai vescovi; e nel Seggio di Capuana è detto[337]: — Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che queste sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta la norma de li canoni e senza interposizione di corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione tantum». Però anche que’ paesi vedremo allagarsi di sangue per cagione religiosa.