Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione: e quel tribunale fu esteso come una legge marziale contro l’irrompere di eresie, che dove prevalsero, cagionarono ben maggior effusione di sangue, che non tutti i roghi del Sant’Uffizio.

Prevalse poi le idee di tolleranza, vengono obbrobriati coloro che propongono spiegazione, non giustificazione alle vecchie persecuzioni, mentre pajono eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che a carico della religione posero e quei rigori e quegli atti di fede[328].

Fatto è che allora, in nome della religione della misericordia, si rinnovavano gli orrori dell’imperio romano, e al gentilesimo delle voluttà e dell’ingegno credeasi riparare con quello dell’oppressione e de’ supplizj, togliendosi e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare[329]. Paolo IV dando all’Inquisizione un’insolita vigoria, non la volle più dipendente da ciascun vescovo, ma dalla congregazione del Sant’Uffizio, autorizzata a giudicare delle eresie di qua e di là dall’Alpi; laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell’Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell’istessa Inquisizione erano eretici»[330]. Singolare confessione!

Allora si estesero le procedure del Sant’Uffizio, il quale doveva inquisire gli eretici o sospetti d’eresia, i fautori loro, i maghi, malefici e incantatori, i bestemmiatori, quelli che si oppongono al Sant’Uffizio ed a’ suoi uffiziali. Sospetto d’eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendono gli ascoltanti o fanno atti eretici, come abusare de’ sacramenti, battezzare cose inanimate, quali sarebbero calamita, cartavergine, fave, candele; percuotono immagini sacre, tengono, scrivono o leggono libri proibiti; si allontanano dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati, e simili.

Le procedure sue, che tanto ci destano orrore, non erano che le consuete; e basti in prova l’essere pubblicamente stampati i suoi codici, secondo i quali, al reo è dato un procuratore, persona intelligente e di buon zelo, col quale egli possa comunicare e che ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant’Uffizio, per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo; senza il nome de’ testimonj, e senza quelle particolarità per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[331].

I principi, accortisi che al religioso teneano dietro cambiamenti politici, fecero causa comune con quella Roma di cui aveano avuto gelosia, e per tutto fu invigorita l’Inquisizione, repudiando la connivenza tanto consueta in Italia; con privilegi e indulti si allettavano fraternite d’uomini e donne a servire di famigli al Sant’Uffizio, che non solo investigava l’eretica pravità, ma la negligenza delle pratiche religiose, fiutava le cucine al venerdì, sofisticava qualche parola sfuggita ai professori, insomma avviava alla polizia odierna; superiore a questa solo in quanto supponeva andarne di mezzo, non l’interesse momentaneo d’un principe, ma la salute delle anime. La tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell’uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi conoscevala in quell’età? Lutero invocava le spade regie contro i dissidenti, mentr’esso li perseguitava colle imprecazioni; e tutti potemmo vedere a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro gli avversarj, dov’è scritto: Hüt dich Calvinist: Calvino facea bruciare Serveto: Enrico VIII ed Elisabetta scriveano col sangue de’ Cattolici tiranniche leggi, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici: Ferdinando d’Austria colle stragi d’Ungheresi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro: insomma inviperiva una lotta dove chi non uccidesse, sarebbe ucciso.

Fu allora che l’Accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa fuggirono; molti Ferraresi, tra’ quali Olimpia Morata ch’era stata educata da Giovanni Sinapio, protestante precettore delle figliuole della duchessa, e sposò Andrea Grundler protestante, studente all’Università di Ferrara. Scrisse ella dialoghi latini e poesie greche; e rifuggita ad Eidelberga professò lingua greca, e morì di soli ventinove anni. Di là scriveva: Ferrariæ crudeliter in Christianos animadverti intellexi, nex summis nec infimis parci: alios pelli, alios vinciri, alios fuga sibi consulere[332].

I Riformati, che ci conservarono il nome de’ loro martiri, descrivono la fierezza de’ supplizj subiti dal Fannio di Faenza in Ferrara, da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna, da Pomponio Algieri di Nola, da Francesco Gamba di Como, da Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, da Luigi Pasquale di Cuneo. Il Poggiali estrasse da vecchia cronaca il nome di molti inquisiti piacentini[333].

Ogni causa ha tristi apostoli, che credono servirla col mostrare come abbia molti nemici, e in quella generalità di nomi che esclude la critica e la discolpa avvolgono le persone meno meritevoli di sospetto. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo Paolo IV fe gittare prigioni il cardinale Morone ed Egidio Foscarari vescovo di Modena, reputatissimi prelati, e i vescovi Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse. Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d’eresie[334]. E per verità, se la Riforma, filosoficamente considerata, era un lanciarsi dello spirito verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano ricevuti dall’autorità, ne scendea drittamente che divenissero sospetti tutti i pensatori, tutti, anche gli zelanti.

Questo frà Michele Ghislieri alessandrino si segnalò nell’alta Italia per zelo inquisitorio; e l’opposizione che trovò dappertutto ci rivela non tanto il precipitare delle opinioni in senso protestante, quanto l’indispettirsi della violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all’Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il capitolo comasco, spalleggiato dal governatore, voleva fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò tal rumore che frà Michele dovette ritirarsi. Anche a Morbegno in Valtellina eresse processo di eresia contro Tommaso Pianta vescovo di Coira, senza citarlo nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse senza previa loro licenza: e perchè egli, obbedito alla prima, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.