Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,
Calvinus muros, sed fundamenta Socinus[322].
Giorgio Biandrata saluzzese (-1585), dottore nell’Università di Montpellier poi di Pavia, scrisse intorno all’ostetricia e alle malattie muliebri il meglio che fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly vaivoda della Transilvania, lo portò al grado di prendere moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non è da annoverare fra i perseguitati di Vicenza[323], perocchè nel 1552 lo troviamo reduce in quiete a Mestre; di là pare fuggisse a Ginevra, dove udì Calvino, ma datosi agli Antitrinitarj, fu dal Vermiglio chiamato a Zurigo, poi capo d’una chiesa istituita da Olesnieski signor di Pinczowia; e quando Sigismondo Augusto di Polonia aperse questo regno agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due concilj, collaborò alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radzivil, e sostenne calorose dispute[324], tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consigliere intimo. Pure non si staccava affatto dai Cattolici, tornò talvolta alla Corte polacca, che l’adoprò in importanti nunziature: onde Fausto Socino lo mise in sospetto al vaivoda, poi inveì contro di esso, e sparse fosse ucciso dal nipote Bernardino.
In Polonia predicò pure Francesco Stancari mantovano (-1574), che insegnando ebraico in un’accademia eretta a Spilimbergo da Bernardino Partenio, manifestò idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della Riformagione. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò, perchè professava che Gesù Cristo fu mediatore presso l’eterno Padre come uomo non come Dio; e dappertutto venne contrariato per dottrine esorbitanti. A Cracovia seppe dissimularle; ma quando il vescovo insospettito il fece arrestare, i signori ne ottennero la liberazione; ond’egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l’antico culto, e diede un codice in cinquanta regole per le nuove chiese. Nell’opera contro i ministri di Ginevra e di Zurigo (Cracovia 1562) scrive che «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; dei quali tutti, se si pestassero in un mortajo non si strizzerebbe un’oncia di vera teologia».
Francesco Pucci fiorentino, stando a Lione per commercio e frequentando i letterati contrasse le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si pose alla teologia in Oxford, dove fu dottorato il 1574. Nel trattato De fide in Deum quæ et qualis, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell’Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d’amicizia e di credenze con Fausto Socino, pubblicò una tesi che tutto il genere umano fin dall’utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità. Per essa dovette andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti disputò. A Cracovia due alchimisti inglesi lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò persuaderne altri. Disingannatone, si ravvide anche de’ suoi errori, in man del vescovo di Piacenza nunzio a Praga si ritrattò, e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d’Aragona[325].
Da qui siete chiari come la Riforma straziasse se stessa; e qualvolta il senno individuale sottentri al comune, è egli possibile trovar un punto d’accordo, cui si pieghi l’orgoglio della libera interpretazione? Intolleranti come quelli da cui s’erano staccati, e senza avere come questi l’appoggio dell’autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli essere al possesso della verità, sicchè condannava il dissenziente; i sinodi scomunicavano l’un l’altro; l’un predicante cacciava l’altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelevasi altamente dei tanti Italiani rifuggiti in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti d’istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi[326].
Risentiva dunque tutta la società le scosse della Riforma, la quale era giunta alle estreme sue conseguenze, cioè fino a rinnegare Cristo, e surrogare al deismo epicureo il deismo razionale; onde i Cattolici aveano bene di che sgomentarsi, e voler riparare con una riforma cattolica. Di questa fu zelantissimo Paolo IV, succeduto (1555) al brevissimo papato del sant’uomo Marcello II. Avea istituito i Teatini, detti così dal vescovado cui egli rinunziò per entrarvi; e avendo a Trento costantemente propugnato la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale, si meravigliò al vedersi eletto. Se appuntammo il suo sparnazzarsi in una politica secolaresca, lodiamolo d’aver piantato la politica pratica fondata sui diplomi, e che perciò fu poi detta diplomatica: poichè il cardinale Vitellozzo Vitelli avendone raccolto un gran numero, principalmente concernenti la famiglia Caraffa, chiarì di quant’uso potessero essere, incoraggiò le grandi famiglie a fare altrettanto, e il papa secondò le ricerche. Questo gloriavasi di non aver trapassato un giorno senza fare un ordine per emendazione della Chiesa; onde ben gli si appropriò una medaglia, portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori.
La dominazione spirituale ben s’impianta sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, palesa un indebolimento già sentito. Nessuno negherà nè che la Chiesa abbia diritto di eliminare e punire chi la contamina, nè che nell’applicazione siasi ecceduto: ma la storia contemporanea non ci spiega abbastanza questi trascorsi, comuni a tutte le nazioni? L’inquisizione come tribunale, ignota ai primi secoli quando pena era la scomunica, cioè l’escludere dalla comunione delle preghiere e de’ sacramenti, fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per assodare nella Francia quella nazionalità che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo: negli altri paesi, in mancanza d’eretici, vegliava sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie anche dette per ira o malvezzo, la bigamia, le superstizioni, lo sparlar del clero. In Ispagna diretta pure in senso della nazionalità, cioè a svellere ogni residuo della dominazione straniera, trascese, come avviene delle nazionali vendette; e quando essa perseguitava i Musulmani, migliaja di famiglie arrivarono a Genova e in altri porti d’Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano.
Sisto IV, deplorabile pontefice, sin dal primo momento che re Ferdinando la introdusse, ne mostrò tal disgusto, che d’ambe le parti si arrestarono gli ambasciatori, e il Cattolico richiamò i suoi sudditi. Sisto da poi cedette, e confermolla nel 1478; ma udendo lamenti sulla durezza de’ primi inquisitori, dichiarò surrettizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero che d’accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant’Uffizio alle altre provincie; poi destinò un giudice d’appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; molte sentenze cassò e addolcì; e per quanto i Cattolici e Carlo V procurassero eludere quest’intervenzione della santa Sede, è memoria di condannati a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l’onore civile, almeno i figli cercarono salvarne dall’infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d’assolverli in segreto, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. In tali arti perseverarono Giulio II e Leone X, e quali dispensarono dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente, a quali tolsero d’in sulla tomba i segni di riprovazione: Leone scomunicò l’inquisitore di Toledo nel 1519, ad onta di Carlo V; ed essendo condannato il Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo disse innocente, e lo pose vescovo delle Canarie: il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all’ombra papale: Leone proferì reo di morte chi falso testimoniasse davanti al Sant’Uffizio, e voleva riformare radicalmente l’Inquisizione di Spagna, legandola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò col solito spauracchio di Lutero[327].
Fin dal suo tempo il Segni accorgevasi che l’Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull’onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un’istituzione politica: è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può: ma l’interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore, approvava gli assessori, fra cui due dovevano essere del consiglio supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, così padrone della vita e della roba de’ sudditi, e che della cassa dell’Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl’inquisitori non restava tampoco abbastanza per le spese; i grandi e il clero n’erano colpiti egualmente, senza privilegio o eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure un artifizio regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà.