La libertà del Trissino (t. IX, p. 316) prova quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si pensava a correggerli. I nostri godeano udirle ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, — Anch’io l’avea detto e prima di loro»: chi vagheggiasse fama di franco pensatore assentiva alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d’epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia.
Come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch’essi della libertà, così era allora del religioso: sparlavasi della Corte romana, senza per questo volerla disfare; chi gridava ad una riforma del clero, chi al depuramento del culto; alcuni o a voce o per iscritto emettevano errori di cui aveva colpa l’intelletto non la volontà, più scusabili quando i dogmi non erano stati nè così ben definiti, nè così popolarmente espressi come dopo il concilio di Trento. E molti potevano lealmente credere che la critica non farebbe che appurar la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto succedersi dottrine tutte cangianti, tutte discutibili in modo, che gli spiriti non si inebbrierebbero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almeno si sentiva che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli denno venir dall’amore non dalla collera, dall’autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.
Ma già appariva la moltiforme natura della Riforma; in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Isvizzera, deleterica in Polonia. A noi proveniva o da Germania o da Ginevra: i pensatori propendevano piuttosto a Zuinglio che a Lutero, perchè quegli avea scritto in latino, e più serio e più logico. Ma presto anche di qua dell’Alpi si comunicarono i litigi che di là si dibattevano intorno alla presenza reale; e Lutero, interrogatone dai novatori del Veneto, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio «dottori contagiosi, falsi profeti».
Eppure i dissensi non doveano qui limitarsi; e i nostri, non solo contribuirono a distendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze. Lutero aveva mantenuto molti dogmi, e la gerarchia, e il canone dell’autorità, rendendola però servile al potere temporale che solo, rinnegata la scomunica, potea mantenere colla spada quell’unità di fede che appunto erasi spezzata; onde non fece che diroccare l’ecclesiastica disciplina, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino dall’inerte uffizialità del luteranismo avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all’individuo, sicchè restava interposto un abisso: eppure nelle vertigini della ragione egli non si spinse fino all’estremo. Furono Italiani che senza ritegno compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, unendovi quella delle fondamentali verità; e in nome dell’irrefrenata autorità della ragione intaccarono l’idea stessa, l’ontologia cristiana. Non gente di stola e di tonaca, ma giureconsulti e medici, ammessa unicamente la Bibbia, e in questa non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, come gli antichi Ariani, negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre che diceano introduzioni de’ sofisti greci.
Forse ne dubitavano l’Ochino ed altri Riformati, e probabilmente l’Accademia di Vicenza; ma risoluti antitrinitarj si dichiararono i figli del medico Matteo Gentile, che per seguire la Riforma era spatriato. Alberico professò giurisprudenza a Oxford sinchè morì del 1611. Scipione insegnò ad Eidelberga e altrove, latinizzò i due primi canti della Gerusalemme liberata appena usciti. Giovanni Valentino di Cosenza professò a Ginevra, in Francia, in Polonia; esigliato dalla Svizzera, perchè ruppe il bando, fu decapitato a Berna. Gianpaolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere (1564-65) a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso», da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma affatto frenetico sin alla rabbia»[319]. Aggiungi l’abate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri, Dario Socino.
Matteo Gribaldi detto Moffa, legista chierese, che professava a Padova collo stipendio fin di mille fiorini, e vi acquistò tal fama che la sala non bastava agli ascoltatori, ne fuggì perchè sospettato d’eresia in grazia di un libro stampato a Basilea nel 1550, ove descriveva la morte di Francesco Spiera, accompagnata, dicevano i Protestanti, da orribile disperazione per avere disertato dalle loro opinioni. Calvino temendolo infetto dell’eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, nol volle ricevere. Bruciato poi questo, l’invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; e perchè l’intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo a una professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguito come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire (1564) tornasse cattolico[320].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino, fuggito ad altri compatrioti in Ginevra, v’ebbe una cattedra di legge; ed era disputato dalle Università di Francia e di Germania per opere di diritto e di filosofia, ora affatto dimenticate. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben provveduta, e dopo molti anni abjurò in fatto; a Padova insegnò diritto civile, poi finì a Valenza.
Lelio Socino (-1562), discendente da illustri giureconsulti, da Siena passato in Isvizzera e in Germania, si amicò i principali Riformati e Melantone; disgustato dell’intolleranza di Calvino[321], andò in Polonia, professando apertamente le credenze antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin di Corfù, priore de’ Francescani e confessore della regina Bona Sforza. Accolto a gara dai signori polacchi e dal re Sigismondo, morì a Zurigo (-1604). Fausto Socino, nipote e allievo di lui, bello scrittore, facile parlatore, gentile di modi, occupato dodici anni presso la corte di Firenze, quando i suoi parenti furono perseguitati si mutò a Basilea, studiando teologia; e pubblicò opere anonime. Per una disputa con Francesco Pucci, avendo dovuto partirsene, fu chiamato in Transilvania e Polonia, ed ereditati gli scritti dello zio, ne trasse fuori un nuovo simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo lui, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d’origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d’essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, ch’esso acquistò colla morte, coll’obbedienza e colla risurrezione. L’uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo abolendo il peccato, l’avrebbe sottratto alla morte; nè si trasmette colpa originale. L’uomo è libero nel proprio arbitrio; l’onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. Alla giustificazione sono necessarie le opere buone: Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: il battesimo d’acqua è meramente atto allusivo all’iniziazione.
Socino fu dunque il vero grande eresiarca, poichè non accettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: se Lutero e gli altri avevano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio, e togliendo il soprasensibile, fu il padre del razionalismo, che è l’eresia dei tempi nostri.
Gravi contraddizioni gli suscitarono queste dottrine, e perseguitato e povero dovette vivere della generosità de’ suoi adepti; i quali crebbero tanto, che le differentissime sêtte di Unitarj si ridussero a quest’una, detta de’ Sociniani. Ma i suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo strascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, e alla sua morte gli fu posto quest’epitafio: