Compagno eragli stato Francesco Betti romano, segretario del marchese di Pescara, che fuggito a Zurigo poi a Strasburgo, pubblicò una Lettera all’illustrissimo marchese di Pescara, nella quale dà conto della cagione che lo mosse a partirsi dal suo servigio e uscire d’Italia; specie di disfida ai Cattolici. Vi rispose il Muzio colla solita beffarda iracondia (pag. 362); molti si accinsero di richiamarlo all’ovile; ma egli continuò in varie città, e nel 1587, già vecchissimo, stampò a Basilea la traduzione di Galeno.
Pier Paolo Vergerio di Capodistria, nominato vescovo di Madrusch ancora laico, il giorno stesso ricevette tutti gli ordini e l’unzione episcopale da suo fratello Giambattista vescovo di Pola. Spedito nunzio papale in Germania, si lusingò di convertire Lutero, ma parve invece se ne lasciasse pervertire. Reduce, e non compensato quanto sperava, ritirossi vescovo in patria, dove cominciò a introdurre novità, dalle chiese tor via certe immagini e le tavolette de’ miracoli, negare il patronato speciale de’ santi su certe malattie, ed altri partiti che seppero d’empietà ai timorati, e singolarmente al Muzio e a monsignor Della Casa suoi violenti detrattori. Il quale monsignore si mostrò in fatto zelantissimo, non tanto per la santa Sede, diceva egli stesso, quanto per servire all’illustrissimo sangue della casa Farnese; e al famoso Pierluigi, da Venezia ove stava nunzio pontificio nel 1544, scriveva[313]: — Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, essendosegli trovato addosso, quando fu preso, un epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro Signore, ed avendo sua santità a Roma con l’oratore di questi signori fatto ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per poter mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete ed è stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato precisa negativa, fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato deva sforzarsi di mantenerla».
Il Casa instruì il processo del Vergerio, e mentre il papa insisteva per averlo sott’occhio, egli esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, perchè «in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e spezialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano; per la quale particolarità, quand’io mandai a vostra signoria reverenda il detto processo, ne levai la parte della maldicenza, acciocchè nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l’ha sentita fin qui»[314].
A questo modo s’ingannano i grandi! Intanto il Vergerio continuava con tale impudenza, che dal dotto Egnazio, presso cui ospitava, fu mandato via di casa: mostrava credere che suo fratello vescovo fosse stato avvelenato perchè apostato, poi d’essere in pericolo egli medesimo, tanto più dacchè venne inquisitore il suo compatrioto e nemico Annibale Grisoni. Presentatosi al concilio di Trento, per la cui convocazione egli si era tanto adoperato, non ne ottenne udienza, onde ricoverò in Valtellina, e il dispetto o il bisogno lo trasformò in caloroso novatore. A Poschiavo stampò il Libro ai principi d’Italia, ricco di particolarità storiche; trattò delle superstizioni d’Italia e dell’ignoranza de’ sacerdoti; girò la Germania, «invece di tesori mondani» portando molti scritti de’ novatori[315], e piacendo «per una certa sua eloquenza popolare e audacemente maledica» (Pallavicino); lanciava dardi infocati contro di Paolo III, dei prelati e del concilio, e principalmente di monsignor Della Casa, il quale poi vecchio e scaduto di speranze, ritirossi a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno, e diceva di sè: Puer peccavi, accusant senem.
Il Vergerio alla Riforma acquistò credito e proseliti coll’autorità di vescovo e lo zelo di apostolo; favorì assai tra i Grigioni gli arrolamenti per Francesco I; ma perduta l’alta sua posizione nel clero nostro, neppure acquistò la fiducia de’ Protestanti, perchè, libero pensatore, non aderiva a Lutero più che a Zuinglio, sicchè dovette andar a morire a Tubinga (1565), dove qualche zelante disperse le sue ceneri.
Con lui stette in corrispondenza il militare Orazio Brunetti di Porcìa, le cui lettere (Venezia 1548) abbondano in senso protestante; in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli di forma, non mostra lealtà o convinzione, combattendo il cattolicismo collo svisarlo.
Simone Simonio lucchese, perchè dal niente non si fa niente, sosteneva che il Verbo era fatto, e vantava d’aver sillogismi che imbarazzerebbero san Paolo, e si dicea credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. Buttatosi or con Calvino, or con Lutero, or cogli Unitarj, imprigionato a Ginevra, esulante per Germania e Polonia finchè visse, è dopo Melantone contato fra i restauratori della scienza dei Protestanti[316], mentre altri lo svillaneggiavano; nemici cui allude nel libro intitolato Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori.
Alessandro Citolini di Serravalle nel Trevisano rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, ed è grandemente lodato da Sturm; ma la sua Tipocosmia, imitazione del Camillo, è una confusione inestricabile.
E molti potremmo indicare, che dalle ricerche scientifiche erano tratti nell’errore. Paolo Mattia Doria napoletano, autore della Vita civile, avea preparato l’Idea d’una perfetta repubblica, ma ne fu sospesa la stampa, e come lorda di immoralità e panteismo fu arsa. Il Panizzi, nell’edizione inglese dell’Orlando innamorato, ripubblicò un opuscolo del vescovo Vergerio (Basilea 1554), dov’è asserito che il Berni al burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, espunte dopo morto l’autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto, donde l’editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella classe educata d’Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non nuova; chè già altri vollero noverare tra i Riformatori il Manzolli pel Zodiacus vitæ, astiosissimo contro il clero, l’Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama la ragione individuale per unica interprete del codice sacro[317]. Fra essi è Vittoria Colonna, le cui poesie spirituali rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, sofferenti dei mali della patria, che attribuivansi alla depravazione de’ costumi, e alla negligenza e peggio de’ prelati. Massime chi era contemplativo più che indagatore doveva restar commosso dai dubbj allora gettati nell’intelligenza della fede, onde furono confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla loro stessa austerità, col congregarsi a ragionar di Dio, coll’occuparsi delle indagini teologiche protestavano contro l’indifferenza dei più. E molti infatto della predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata, ma invaghita d’una purezza che deploravano perduta nella Chiesa; un compiangere le persecuzioni fatte all’Ochino o a Pietro Martire, mentre si tolleravano l’Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di Gesù Cristo, senza accettare l’autorità e i sacramenti da lui istituiti.
Così di Marcantonio Flaminio, elegante latinista che ridusse i salmi in odi, messe all’Indice, si dà per segno di apostasia l’ardor suo per Cristo, le lettere piene di pietà, e il raccontare egli stesso come, essendo malato, per le preghiere del Caraffa risanò[318]. Lo storico Pallavicino, sebbene appunti il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d’andare secretario del concilio di Trento», soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinal Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente.