Celio Secondo Curione valente grammatico da Chieri, studiando giurisprudenza a Torino, prese contezza delle innovazioni, e invogliatosene fuggì per la Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d’Aosta, dopo due mesi di fortezza fu collocato in un monastero ad esservi istruito nella fede: ma egli a reliquie di santi sostituì una Bibbia, poi sottrattosi, girò molte città d’Italia; a Milano ebbe moglie e cattedra; sinchè udito che di ventitre fratelli e sorelle suoi una sola era rimasta, ripatriò. Quivi udendo un domenicano in pulpito confutar Lutero, gli gridò, — Tu menti!» e cacciò a mano le opere di questo. Scontò l’ardire in carcere a Torino; ma, benchè incatenato, riuscì a sottrarsene tanto miracolosamente, che fu creduto opera di magia[302]. Per la qual evasione «non feci voto (dic’egli) di visitare Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, perchè Dio solo può darla, ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro». Presto ebbe una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si potè arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua tutela. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese svellesse quella gramigna, egli si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa gli diè lettere per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma domandandolo caldamente il papa, la republichetta il consigliò di mutar aria; sicchè entrato negli Svizzeri, fu maestro a Losanna, poi a Basilea, donde più non si scostò, per larghe offerte che ricevesse. Una volta ardì tornare a Lucca per prendervi la moglie e i figli; il bargello si presentò per coglierlo, ma egli con un coltello da tavola alla mano si salvò. Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui è una rarità il suo Pasquino in estasi (Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium). Anche suo figlio Celio Orazio, professore di medicina a Pisa, latinizzò alcuni sermoni dell’Ochino; e in quel senso pendettero pure Agostino e l’Angelico, fratelli di quello.
Questa connivenza de’ Milanesi indica che fra loro non mancassero fautori ai Riformati. Milanese era frà Giulio da San Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col nome di Girolamo Savonese[303]. Di un processo contro sospetti luterani nel 1535 fa memoria il pizzicagnolo Burigozzo, narrando che gl’imputati, fra cui un prete, furono in duomo riconciliati dall’inquisitore e dall’arcivescovo dopo lettone la condanna, obbligandoli per alcune domeniche a stare alla porta maggiore vestiti di sacco, e con una disciplina battersi dal principio della messa fin all’elevazione[304]. Nel 1556 Paolo IV lagnavasi col vescovo di Modena si fossero a Milano scoperte conventicole di persone ragguardevoli d’ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista di Crema[305]. Da Milano era pur fuggito tra gli Svizzeri e i Grigioni quell’Ortensio Landi (pag. 253), le cui opere furono dal concilio di Trento messe fra le condannate in primo grado.
Il cardinale Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pure dolevasi che il papa non s’accorgesse della defezione degli spiriti e dell’indisposizione loro contro l’autorità ecclesiastica[306]; e il cardinale Caraffa dichiarava a Paolo III che l’eresia luterana aveva infetto l’Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[307]. Più ancora esprimono le baldanzose speranze d’alcuni apostati.
Troppo vicina di Ferrara era Modena «città piacevolissima d’aere, d’acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle muse»[308]. Della famiglia de’ Grillenzoni, Giovanni era stato scolaro devotissimo del Pomponazzi, del quale raccolse le lezioni: neppur omettendo gli scherzi di che talvolta le condiva. Tornato in patria, imparò il greco da Marcantonio di Cretone, pel quale fece istituirvi una cattedra; e in casa teneva una specie d’accademia, ove ogni giorno davasi una lezione di latino, una di greco, s’interpretavano autori, e massime Plinio, potendo ognuno recar in mezzo il proprio parere. Vi s’aggiungeano banchetti letterarj, dati per turno da ciascun accademico, con frugalità delicata; e ogni volta si proponeva qualche esercizio d’ingegno, qualche epigramma o sonetto o madrigale; vivande non doveansi domandare se non nella lingua prefissa dal capo del convito, non ripeter le formole già usate da un altro, citare tutti i proverbj relativi a un animale o a una pianta, o a un tal santo o a una tal famiglia, ovvero recitare una novella.
Essendosi nel 1537 divulgato non so qual libro delle nuove opinioni, quell’accademia tolse a difenderlo, onde venne in sospetto; poi nel 1540 capitatovi l’erudito siciliano Paolo Ricci, che faceasi chiamare Lisia Fileno, banditore di dogmi riprovati, con baldanza se ne discuteva nelle piazze, nelle botteghe, da dotti e indotti, e fin dalle donne, allegando testi e dottori che mai non aveano veduti. Preso e menato a Ferrara, costui si ritrattò; ma gli effetti durarono, ed apparivano specialmente nel cuculiare che faceasi i predicatori, e sinistrarne i detti, tanto che più d’uno fu costretto scendere dal pergamo, e il cardinal Morone colà vescovo scriveva: — L’altro jeri un ministro dell’ordine ingenuamente mi disse che li suoi predicatori non voleano più venire in questa città, per la persecuzione che gli fanno questi dell’accademia, essendo per tutto divulgato questa città esser luterana»[309]. Il cardinale Sadoleto a nome del papa ne mosse querele con Lodovico Castelvetro, che n’era il migliore ornamento, e fu mandato un formulario di fede che i sospetti sottoscrivessero, come fecero alcuni, e fra gli altri il vescovo Egidio Foscarari, i cardinali Sadoleto, Cortese, Morone ed esso Castelvetro[310], e poco poi avendovi due Francescani predicato errori, furono puniti.
Il Castelvetro avea tradotto i Luoghi comuni di Melantone, che impressi in Venezia, furono bruciati dal carnefice. Essendosi poi inviluppato nel turpe arruffio che dicemmo con Annibal Caro (pag. 162), fu imputato d’eresia, e affidatane l’indagine a Pellegrino Erri, prelato modenese che avea tradotto i salmi dall’ebraico, e che procedette con zelo rigoroso. Il Castelvetro fu citato a Roma con Filippo Valentino, e suo fratello Paolo prevosto della cattedrale, e lo stampatore Antonio Gadaldino: il prevosto fece pubblica ritrattazione; il Gadaldino, che avea divulgato libri ereticali, fu sostenuto; Filippo fuggì, e con lui il Castelvetro, che si ritirò a Chiavenna. Condannato in contumacia con Gianmaria suo fratello, chiedeva perdono dal concilio di Trento, ma il papa pretendeva si presentasse al Sant’Ufficio di Roma, che aveva iniziata la procedura; onde vagò coi soliti guaj degli esuli, finchè a Chiavenna ebbe dai Salis onorata sepoltura, con un’iscrizione ove ancora si legge: Dum patriam ob improborum hominum sævitiam fugit, post decennalem peregrinationem tandem hic, in libero solo liber moriens, libere quiescit.
Nel 1825, nel basso Modenese, in una casa già dei Castelvetro, si trovarono murati da sessanta libri ereticali di prime edizioni, e furono acquistati dalla biblioteca Estense: i molti manoscritti che gli accompagnavano, lasciaronsi sciaguratamente disperdere.
Chiavenna, come la Valtellina, era allora suddita dei Grigioni, i quali avendo adottato le dottrine zuingliane, nei loro paesi davano pace a chi fuorusciva per religione. La Pregalia e l’Engadina, valli retiche confinanti coll’Italia, aveano avuto predicazione e chiese da frati apostati nostri.
A Chiavenna pure visse e morì Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l’Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo. Francesco Negri da Bassano agostiniano, legatosi con Zuinglio, lo accompagna alla conferenza di Marburgo, alla dieta d’Augusta caldeggia la libertà di coscienza, si asside a Chiavenna come maestro e pastore, finisce cogli Antitrinitarj: nella sua Tragedia del Libero Arbitrio, la Grazia giustificante tronca la testa al re Libero Arbitrio, e il papa è riconosciuto per Anticristo[311]. A Chiavenna stessa fe lunga dimora come pastore Girolamo Zanchi, canonico di Alzano bergamasco, che convertito da Pietro Martire, a Ginevra stampò sei volumi d’opere teologiche, onde salì in tal conto, che Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i padri tridentini. Dolce e conciliante, procurava ravvicinare i dissenzienti, ma le sue concessioni spiacevano ai Luterani. Vedovo d’una figlia di Celio Orione, sposò Livia Lumaca, ricca chiavennesca, e n’ebbe molti figliuoli: professò ad Eidelberga, finchè il successore dell’elettore Federico III suo patrono escluse quei che deviavano dal luteranismo, onde lo Zanchi andò a finire nel Palatinato.
In Trento episcopava Bernardo di Clees nel 1535 quando le idee luterane vi presero piede, non tanto per convinzione, quanto per odio de’ valligiani contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi, e non riuscendo si ritirò a Riva, mentre gli abitanti della val Sugana e della val di Non tentavano prender Trento per forza; ma prevalsero le milizie del principe vescovo, il quale tornato ne fece appiccare e decapitar molti e mutilare e tenere in carcere. Di là era Jacopo Acconzio, giureconsulto rifuggito a Zurigo, poi a Strasburgo, e che alla divina Elisabetta d’Inghilterra, da cui ebbe ripetuti segni di stima, dedicò i famosi suoi Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), tradotti in molte lingue, dove tende a ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, affine d’indurre a vicendevole tolleranza le sêtte. Ma la tolleranza era ignota fin di nome, e tutte le parti lo disapprovavano, quasi menasse all’indifferenza[312].