Ma se l’amore della novità non invase nè le plebi nè i principi, e se quelli che si occupano di regolare la propria fede son pochissimi a fronte di coloro che ne usano e ne vivono, erra chi crede la Riforma non abbia qui avuto ed estensione e conseguenze civili e politiche[290]. Alcuni nostri teneansi in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto scriveano all’erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero. Gli studenti tedeschi che qui venivano a raffinarsi, o i nostri che s’addottoravano nelle Università tedesche, servivano di conduttori alle nuove dottrine. Francesco Calvi da Menaggio (Minicio), librajo a Pavia, andò a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, e le propalò in Lombardia[291]: a Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero anonima, i Luoghi comuni di Melantone col titolo di Principj della teologia d’Ippofilo da Terranegra, poi il catechismo di Calvino, e il commentario di Bucer sui salmi col nome d’Arezio Felino, e le opere di Zuinglio sotto quello di Corisio Pogelio; pseudonimie che eludevano la superiore vigilanza.

Con apostolato diverso, la negazione era stata sparsa dai guerrieri, qui scesi a straziarci; fra i quali il fanatico Giorgio Frundsberg, inventore de’ lanzichenecchi (t. IX, p. 367), portava allato una soga d’oro colla quale vantavasi volere strozzare in Clemente VII l’ultimo dei papi. E poichè i partiti non sottigliano sulla moralità dei mezzi purchè giungano al fine, vi fu chi esultò dello strazio che que’ ribaldi recarono all’Italia e al papa; e un frate Egidio della Porta comasco, il quale con Zuinglio divisava i modi di diffondere la protesta evangelica di qua dall’Alpi, esclamava: — Dio ci vuol salvare; scrivete al Borbone che liberi questi popoli; tolga il denaro alle teste rase e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore; la forza dell’Anticristo è prossima al fine»[292].

In quella corte di Ferrara, dove s’era veduta ogni bruttura, e dove il duca Alfonso fece dipingere dal Lotti la sua Laura Dianti in figura di Madonna col versetto Fecit mihi magna qui potens est, Renata di Francia figlia di Luigi XII era venuta moglie d’Ercole figlio di esso duca, che le regalò gioje per centomila zecchini. Aveva essa imbevute le dottrine di Calvino, e la troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia, per gran religione dal Betussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, e da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini (rigoroso giudice) parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle epistole di san Paolo. Essa formò della Corte ferrarese un focolajo di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne’ giorni di digiuno; vi ricoverò alcun tempo Calvino e Marot, traduttore francese dei salmi, e quanti per religione fossero spatriati; e istituì una piccola chiesa riformata.

Il marito, sollecitato dal padre Pelletario, per alcun tempo tenne essa ed i suoi chiusi nel castello di Consandolo; ma e quivi e ad Argenta essi diffusero le loro dottrine, sicchè il duca riferiva al re di Francia i traviamenti della moglie, narrando come dovette interporre prelati e ambasciatori perchè lasciasse far la pasqua alle proprie figlie; onde esorta il re a vincere un’ostinazione, la quale non potrà che recare disgustosissimi frutti[293]. In fatto, non venendone a capo, la rimandò in Francia.

Colla Renata vivea Francesco Porto cretese, insegnatore di greco nelle nostre città, poi ricoverato nel Friuli, in fine a Ginevra, dove Teodoro Beza ne compose l’epitafio. Emanuele Tremelli ferrarese, dal giudaismo convertito per cura del poeta Flaminio e del cardinal Polo, ben presto in patria e a Lucca sorbì le opinioni protestanti, e piuttosto che rinunziarvi, passò con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, poi in Inghilterra; insegnò ebraico a Eidelberga, a Metz, a Sedan ove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia siriaca e quella del Testamento Vecchio sul testo ebraico.

Frà Bernardino Ochino da Siena godeva tal rinomanza d’eccellente predicatore, che Carlo V diceva: — Farebbe piangere i sassi»; e il Bembo: — E’ fa girar tutte le teste; uomini, donne, tutti ne van pazzi; qual eloquenza, quale efficacia!» Dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso, dai libri di Lutero imparò a cercare nella sacra scrittura ciò che alla sua passione piacesse, e fin dal 1542 Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma[294]. Presto gli fu ripermessa, ma forse perchè il papa non gli concedette la porpora cominciò a insultarlo, poi temendolo fuggì a Ginevra, e pubblicò molte opere, fra cui Cento apologhi contro gli abusi della sinagoga papale, de’ suoi preti, frati, ecc.

Filosofo e dialettico non vulgare, insegnava egli che non è possibile giungere al vero colla ragione, ma è necessaria l’autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l’autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire nel misticismo e nell’immediata ispirazione[295]. Sarebbesi rassegnato a credere a Calvino, egli che non avea consentito a credere alla Chiesa universale? Fu dunque maledetto e perseguitato a Ginevra; da Zurigo pure sbandito di settantasei anni con quattro figliuoli nel cuor dell’inverno; nè raccolto a Basilea ed a Mülhausen, s’ascose in Moravia, dove perduto due figli e una ragazza dalla peste, morì nel 1564.

Fu de’ più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l’aver sostenuto l’indissolubilità del matrimonio a fronte delle regie lubricità. Ma già Lutero, per favorire il landgravio d’Assia, aveva approvato la bigamia: ora l’Ochino nel XX de’ suoi Trenta dialoghi sostenne che un marito il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorar da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l’istinto, che conoscerà certamente provenir da Dio, e prendere una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[296].

In quel centro di studj e di gioventù ch’era Bologna, seminò le novità nel senso zuingliano Giovanni Mollio di Montalcino minorita; e dalla corrispondenza de’ corifei forestieri appare che in molti germogliarono, anzi un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati se si recasse guerra al papa[297]. Al Mollio teneva bordone Pietro Martire Vermiglio fiorentino, predicatore dottissimo, il quale potè stabilire una chiesa a Napoli, una a Lucca, una a Pisa[298], finchè fuggì a Strasburgo, e vi ebbe moglie e la cattedra lasciate dal famoso Capitone, e vien contato fra i loro ministri meglio versati nelle sacre scritture. Seco erano vissuti Paolo Lazise veronese, che a Strasburgo professò greco ed ebraico; Alessandro Citolini da Céneda, autore d’un’Arte di ricordare, nella quale riduce sotto certe categorie tutte le cose escogitabili[299]; Celso Martinengo bresciano; Girolamo Zanchi bergamasco, professore di teologia a Strasburgo, dove non essendovi chiesa italiana, i nostri si radunavano nella casa di lui.

Di Firenze fuggirono Gianleone Nardi, che molto scrisse a difesa delle eresie, e Michelangelo frate predicatore, che apostolò a Soglio ne’ Grigioni, e stampò un’Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell’essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de’ concilj e autorità loro ecc. Fuori professarono pure e Alfonso Corrado mantovano, autore d’un commento sull’Apocalisse, violentissimo contro i pontefici, e Guglielmo Grattarola medico bergamasco, e parecchi Napoletani[300]. Girolamo Massari vicentino, a Strasburgo insegnò medicina, e descrisse un processo dell’Inquisizione[301]. Scipione Gentile da San Ginesio nella marca d’Ancona, autore di molte opere legali e di annotazioni sopra il Tasso, morì professore di leggi in Franconia il 1616.