È solito de’ tempi di setta attribuire ad uno i vizj più opposti a’ suoi meriti. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati; il vulgo soggiunse avessero un demonio famigliare, che gli avvertiva quando convenisse mutar paese; fu divulgato che fossero stati arsi dall’Inquisizione. Ma il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa, sant’uomo, ne compresero la virtù, della quale davano prova assistendo agl’incurabili; Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj; quando poi gli presentarono il disegno d’un Ordine, diretto ad assodare la fede, propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll’assistere a prigionieri e malati, l’approvò, chiamandoli Cherici della Compagnia di Gesù, come testè dicevasi della compagnia del conte Lando o di frà Moriale. Ignazio, militarmente designatone generale, ben tosto la sua milizia diffonde per tutta la cristianità; ed egli la governa senza uscire dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una onde rimettere in pace gli abitanti di Tivoli coi loro vicini di Sant’Angelo; una per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d’Aragona sua moglie. Francesco Strada, suo discepolo, cento e più giovani guadagna a Dio in Brescia; e a Ghedi, ove si solea prendere in burletta i predicatori, egli col lasciar via i fioretti oratorj, e col venir alle strette, ottiene copiosissimi frutti. A disciplinare la difficile Corsica faticarono i padri Silvestro Landino di Lunigiana ed Emanuele di Montemayor. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajutò a porre la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl’introdusse a Messina, poi a Palermo, ove presto ottennero l’Università. Il doge di Venezia ne chiese due ad Ignazio, fra i quali il Laynez che fu poi generale, e che ivi predicò ai tanti eretici chiamativi dal commercio: alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch’egli protestò dal pulpito non riceverebbe più nulla. Poi il priore Lippomani provvide d’una casa i Gesuiti, che n’ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona. Degl’italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Paolo Achille, Benedetto Palmia, oltre Paolo da Camerino e Antonio Criminale, che apersero l’India alla fede[287].

Quando Ignazio morì (1556), contavansi più di mille Gesuiti in dodici provincie: Portogallo, Italia, Sicilia, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile.

Le loro costituzioni portano i tre voti soliti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Legavansi ai voti solo a trent’anni, e dopo che lungo e scabroso noviziato avesse prevenuto le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta diretta ad azioni reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione d’impieghi, dipendenti dal generale, che, a differenza degli altri Ordini, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano, e conoscendo ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi, sorvegliava l’amministrazione de’ beni, disponeva dei talenti e delle volontà. Acciocchè l’ubbidienza fosse più intera, non cercavano dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l’ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi e d’una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi li emendano cogli spedienti migliori, cioè l’esempio e l’educazione. L’alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Vedono ottenere lode la poesia latina? essi formano a quella gli scolari. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciata la venalità e l’ingordigia del clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime, istituiscono scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sin a portare all’entusiasmo della devozione. Non stitichezza nel confessare, non vulgarità nel predicare, non eccessiva disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l’applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici. Liberi pensanti e scopritori di nuove verità, porgeansi officiosi, affabili, l’un l’altro coadjuvanti, staccati da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d’affievolire gli affetti domestici.

I letterati d’allora sono una voce sola a magnificarne le scuole; e per tutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a confessori. Al tempo che contro del papa s’elevano l’esame e la resistenza, essi professano obbedire incondizionatamente ad ogni suo accenno; e propugnarne l’autorità, non la temporale già crollante, ma quella che poneva Roma a capo dell’incivilimento; combattere i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d’assolvere gli eretici dalle pene temporali. Mentre poi i re ed i mercanti mandavano nel Nuovo mondo a uccidere e conquistare, essi vi corsero a convertire le Indie, il Giappone, la Cina, le Americhe. Non v’è forte pensatore che i meriti de’ Gesuiti non confessasse; non v’è ciarliero da caffè che non ne esagerasse le colpe, sicuro d’esser creduto, come l’accertava due secoli fa il maggiore scettico[288], e come ne diè prova fin il secolo della tolleranza, ricusandola solo a costoro e a chi osasse non bestemmiarli. E per vero una società che proponeasi per canoni il sentimento e l’esempio dell’unità, il rassegnare la propria alla volontà superiore, la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente cogli istinti rigogliosi e coll’irruente fiducia dell’uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d’inestinguibile odio, e se ogni lampo di libertà portò un fulmine sul loro capo. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d’Austria, costituitasi guardiana dell’ordine, spingeasi alle riazioni; onde i novatori nell’avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o incitatori o stromenti. Ma la storia vive d’indipendenza e libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può contentarsi di beffe e leggerezze nel giudicare quest’associazione, fusa e robusta come l’acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogni altra coesione fuorchè quella de’ governi; questa milizia che mette brividi di paura perfin nel suo sepolcro, e che allora, baldanzosa di gioventù e di sagrifizj, offrivasi ai pontefici per la giornata campale.

Perocchè Roma era convenuta anch’essa sull’opportunità d’un concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che con nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Chi non ricorda le assemblee o legislative o costituenti, volute dai popoli e promesse dai principi nel 1848? Con altrettanta lealtà l’imperatore, il re di Francia, gli ecclesiastici, Lutero aveano chiesto il concilio: altri il tragiversavano col solito sotterfugio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non capo ma membro, e che anche i novatori avessero voce deliberativa; lo che equivaleva a dare già per concesso lo scisma. Paolo III, che da senno il voleva, e che all’uopo spedì in Germania Ugo Rangone quantunque contrariato dalla lega Smalcaldica e da mille ostacoli[289], intimò il concilio (1545) a Trento, sul limite dell’Italia e della Germania. Inviando a presederlo come angeli della pace Gianmaria Ciocchi Dal Monte e Marcello Cervini, italiani che divennero papi, e Reginaldo Polo inglese che ne fu ad un punto, dichiarava scopo del concilio l’estirpazione delle eresie, l’emenda dei costumi e della disciplina, e la concordia fra i principi cristiani.

Ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi, ogni passo era reso scabroso da puntigli dei re cattolici e dei prelati delle nazioni: e la prima adunanza (13 xbre), con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vedemmo rinnovarsi pur jeri, e non da frati e cardinali. Sospese le tornate in pericolo di peste, poi riassunte, quando Maurizio di Sassonia marciò sovra Trento per sorprendere l’imperatore, i padri sgomentati si dissiparono.

Non vi si doveano mettere in dibattimento quistioni parziali come a Costanza, bensì l’essenza stessa della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti quanto non era pericoloso il raccorlo, difficile il tenerlo ne’ limiti! Nè il divisarne il procedimento appartiene al nostro racconto, bastando toccare quei sommi capi che valsero sull’avvenire.

Dopo settantacinque giorni di baruffe tra la fazione imperiale e la francese, Gianmaria Ciocchi Dal Monte per via di promesse e transazioni ottenne la tiara col nome di Giulio III (1550), e subito dalla lodatissima operosità cascò nell’infingardaggine, e abbandonando gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo e denari in una deliziosa vigna fuor di Roma, divenuta proverbiale. Di titoli e beni fece prodigalità ai parenti; diede Camerino in governo perpetuo a Balduino suo fratello, al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria, e «maggior grandezza in Roma che se fosse stato duca o signore naturale e antiquato in qualsivoglia parte d’Italia» (Segni). Donn’Ersilia, moglie di Giambattista, lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell’imperatore penava a ottenerne udienza. Ai nipoti per sorelle diè stati e titoli di signori, ed ornolli di cardinalati, di titoli di capitan generale, e li fece simili a veri signori, essi di cui jeri s’ignorava la stirpe. A un pitocchetto raccolto e che lo spassava giocolando con un bertuccione pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero, lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.

Erano andamenti da togliere pretesti ai Riformati? anzi il costoro apostolato si diffondeva anche in Italia. Ci fu veduto come qui prima che altrove se ne svolgesse il seme, tra per senno di pensatori, tra per arguzia di letterati. La estesa reputazione de’ nostri dotti fece che i novatori forestieri ne bramassero l’adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Veramente nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze che compresse invigoriscono, e la vicinanza facea che coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Gl’Italiani, la cui immaginazione non era inaridita dal raziocinio, mal poteano gradire un culto senza bellezza, senza vita, senz’amore, che riprovava le esteriorità, e sbandiva dal santuario le pompe tanto popolari, e quella liturgia or festante e trionfale, or tenera e melanconica, grave sempre e maestosa; quelle cerimonie derivate dalle idee più sublimi unite ai simboli più graziosi, dai sentimenti più puri manifestati colle forme più splendide e variate, e che nutrivano le arti, sì gran parte della gloria nazionale. Sentivano poi come il papato conservasse all’Italia l’importanza che sotto ogni altro conto smarriva, e vi traesse denaro, persone, affari; tutti i principi e le case magnatizie tenevano parenti nelle prelature e nel sacro collegio, i quali e godevano pingui benefizj, ed esercitavano influenza: molti contavano dei santi fra i loro antenati: i letterati chiamavansi riconoscenti ai papi e ai cardinali, che gli aveano per secretarj o clienti: insomma l’interesse che spingeva i forestieri, distoglieva i nostri dal volere la Riforma; oltrechè li vegliava più dappresso l’autorità ecclesiastica.

Lutero avrebbe avuto efficacia sopra le profonde convinzioni di Dante; non sopra i contemporanei dell’Ariosto che di tutto ride, e ride dei dogmi più che Lutero.