La semplicità di Adriano, il suo dir la messa e l’uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leone X. Da un pezzo non v’erano papi forestieri, e questo neppur sapeva la lingua italiana; di che s’arricciava il patriotismo de’ nostri. Egli, che oltr’Alpe era reputato protettore degl’ingegni, e che aveva rimossi gli ostacoli dalla fondazione del collegio trilingue a Lovanio[283], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti che più non salariava, e che presero la fuga beffando e bestemmiando: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[284]; il Negro querelavasi che tutte le persone da bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei quaranta poltroni cardinali che l’aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d’un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Molti interessi offendeva, perocchè, volendo togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che le avevano legalmente prese in appalto: gravi nimicizie si suscitò coll’abolire le sopravvivenze delle dignità ecclesiastiche: privo d’appoggi di famiglia come straniero, di nuovi non se ne creò, perchè innanzi di conferir benefizj ponderava a lungo, e così lasciava scoperti i posti: diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; onde fu inteso esclamare: — Quale sciagura che v’abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere». In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minor della peste che allora correva; la morte sua fu pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche ob urbem servatam.
Per verità il peggior momento a riformare è quando sia impossibile il differirlo. Ora, solo col tempo si poteva riparare ai guasti recati dal tempo: ma intanto la Riforma procedeva colla violenza di chi distrugge; nei popoli s’introduceva l’abitudine dei riti nuovi, e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i preti ammogliati v’erano avvinti col doppio legame dell’interesse e degli affetti; e i figliuoli s’educavano nel nuovo credo.
Qualunque volta una grave eresia le lacerò il grembo, la Chiesa erasi adunata in concilio attorno al successore di san Pietro, onde profferire secondo il sentir suo e dello Spirito Santo. Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l’autorità della Chiesa, fu proposto al cominciamento del male, e primi i Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellarono al concilio, e i Cattolici confidavano potere in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove. Clemente VII (1523), succeduto pontefice, mandò fuori lettere, ove coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava la discordia dei principi e lo sformamento dell’ordine ecclesiastico; dovere la correzione cominciarsi dalla casa di Dio; egli emenderebbe se stesso, i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordar una pace, fatta la quale, celebrerà un concilio per restituirla anche alla Chiesa. E persuaso che la suprema importanza consistesse nell’opporsi al Turco e sopire l’incendio germanico, rassegnavasi a qualunque transazione coi novatori: stile delle autorità minacciate, che si riservano di eluderle quando siansi rimesse in assetto. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da’ Luterani; e n’ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto conformi alla fede cattolica; altri poi capaci d’un’interpretazione non contraria alla fede se i Luterani volessero prestarsi a un accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe impossibile»[285].
Carlo V, che la Riforma guardava principalmente dall’aspetto politico, come imperatore potea desiderare l’umiliamento di questi papi che aveano tenuto al freno i suoi precessori, e che con Giovanni XII aveano proclamato il distacco dell’Italia dall’Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d’altro lato prendea dispetto che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell’impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno dall’imperatore che dal pontefice; diversione disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d’interessi mondani: ma quando uscì vincitore dell’emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de’ papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il concilio.
Ma un concilio generale, che al modo di quel di Basilea potrebbe dichiararsi superiore al pontefice stesso, maggior ombra dava a Clemente VII, nato illegittimamente e poco legittimamente eletto; sicchè abbindolò soprattieni e objezioni, dicendolo inutile e pericoloso: inutile, perchè l’eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè parrebbe si revocassero in dubbio le antiche decisioni della Chiesa, e radunamento di tante teste torbide potrebbe al papa o all’imperatore strappare concessioni, di cui si pentissero poi. Se l’imperatore lo credeva opportuno, l’intimasse pure a nome del pontefice, patto però che gli eretici promettessero obbedirvi, e i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, onde non perder tempo. Uberto Gámbara nunzio pontificio spiegò più chiaro che i Luterani domandassero il concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell’estinguere l’eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli a cui spettava per gli antichi canoni.
Carlo mostrò aderirvi: ma Francesco I pretese che il concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse. Intanto Clemente VII disgustava anche i Cattolici; per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose all’interdetto la città. Altrettanto fecero, due anni dopo, i preti di Parma, esclamando contro i rigori esorbitanti; quand’ecco arrivare Vincenzo Canina canonico d’Imola commissario papale, e tutto in collera esporre cedoloni minacciosi: ma i preti stanno al niego, anzi insorgono, il popolo li seconda, e il canonico è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove. I Riformati poi ebbero di che ridere al vedere, sotto il nome imperiale, saccheggiata Roma, e provocato uno scisma.
Di Paolo III succedutogli (1534) severamente giudicammo il nepotismo e la versatile politica; ma come pontefice comprese che lo spirito cattolico, assonnato nella tranquillità, pel contrasto raddrizzava gl’ingegni e i costumi; e secondandoli con sincerità, si cinse di ottimi cardinali, Caraffa, Contarini, Sadoleto, Polo, Ghiberti, Fregoso, tutti che avevano cominciato per fatiche particolari la ristaurazione della Chiesa. Incaricati della riforma, essi col modenese Tommaso Badia maestro del sacro palazzo, virilmente levarono rimproveri contro i papi che «spesso avevano scelto non consiglieri, ma servidori, non per apprendere il dover loro, ma per farsi dichiarare permesso ogni desiderio»[286]; denudarono gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità, — E che? (disse il Contarini) dobbiam darci pena de’ vizj di tre o quattro papi, e non anzi correggere ciò che è guasto, e a noi medesimi procacciare fama migliore? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch’essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».
Paolo III riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria: e i Protestanti, che volevano la morte non l’emendazione di Roma, ne menarono vampo quasi ella si confessasse in colpa.
Ma oltrechè negli abusi profondamente radicati può temersi che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, gl’interessi personali impedivano i buoni e pronti effetti. Il clero superiore s’era invecchiato fra abitudini aliene dalla religiosa austerità: il basso (lasciam via le eccezioni) si conformava a quegli esempj, nè l’educazione lo aveva addestrato ad armeggiare nella lotta decisiva. Negli Ordini monastici alcuni per gli ozj opulenti destavano scandalo; altri le beffe per la povertà degenerata in sudicieria, per la semplicità ridotta a grossolanità, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante da tempi di dubbio e di controversia. Venne dunque a grand’uopo l’istituzione di un Ordine vigoroso di gioventù, addottrinato e pulito come il secolo.
Ignazio di Lojola, gentiluomo di Guipuscoa in Ispagna, paggio alla Corte di Fernando e Isabella, poi uffiziale, distinto per valore non meno che per belle forme, nel respingere dalla patria gli stranieri è ferito (1521): stando a letto prende a leggere alcune vite di santi, e commosso da quelle austere virtù, vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond’altri dedicavasi a una donna, e strappatosi alla famiglia, mendicando s’avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero, e in tempo di peste. Baciati i piedi di Adriano VI, arriva a Venezia, sozzo, macilento, rejetto, donde in Terrasanta. Nel pellegrinaggio risolve di fondare una nuova cavalleria, che combatta, non giganti e castellani e mostri, ma eretici, maomettani, idolatri; e con sei amici entrati nel suo disegno fa voto di mettersi all’obbedienza del papa per le missioni. Tornando in Italia, e agitando le ampie tese de’ patrj cappelli, predicano penitenza in quell’italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minaccie e improperj.