Girolamo Aleandro della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell’ebraico, da Alessandro VI dato segretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, chiesto da Luigi XII professore all’Università di Parigi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo. Invece parve condiscendervi troppo il veneziano Gaspare Contarini, ne’ più difficili momenti mandato nunzio di Paolo III in Germania per indurre i Protestanti a riconoscere almeno i principj fondamentali, cioè il primato della santa Sede, i sacramenti ed altri punti appoggiati alla Scrittura e all’uso costante della Chiesa. Eruditissimo di filosofia, matematica, politica, avea scritto contro Pomponazzi e Lutero sopra la giustificazione per mezzo della fede, e due libri dei doveri del vescovo con semplice gravità e con minori triche scolastiche che non solessero i teologi[275].
Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria ferrarese agostiniano, vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X, il quale fece sospendere la stampa del suo Defensorium apostolicæ potestatis contra Martinum Lutherum, comparso poi dopo la morte di esso. Frà Girolamo Negri di Fossano, che con abbondevole frutto missionava nelle subalpine valli di Luserna e d’Angrogna, fu impinto d’eresie, e sospeso dal predicare, finchè si provò innocente, e scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino 1554).
Ma una vigorosa ed assoluta confutazione non apparve allora; nè tampoco fu tra noi chi facesse quel che Erasmo tedesco tentò e lo spagnuolo Melchior Cano compì, di ristabilire le vere nozioni sulla teologia e le prove di cui essa si vale: dissertavasi sovra punti particolari, non si toccava al fondamentale qual è l’autorità della Chiesa; si discuteva davanti al tribunale inferiore della ragione individuale; si filavano sillogismi de’ quali era impugnata la maggiore; non erasi scoperto il lato debole della Riforma, nè incalzati gli avversarj entro barriere saldamente posate col mostrare che il dogma fondamentale di essi, l’individuale interpretazione, distrugge l’essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, e il protestante non può condannare l’ebreo, il deista, l’ateo, giacchè nol potrebbe che coll’opporre alla ragione di questi l’autorità.
Tutto poi esponeasi con tecnico gergo, argomentazioni opponendo ad argomentazioni; i teologi sprezzando i letterati come gente da frasi, ed essendo sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant’uomo Gregorio Cortese da Modena benedettino, riformatore del famoso monastero di Lerins, vescovo d’Urbino, poi cardinale, contro Ulrico Velenio dimostrando che san Pietro fu veramente a Roma, deplora la scurrile polemica allora usitata[276], ed alla quale egli porgeva sì diverso esempio.
Si scusi quanto si vuole Leone X, ma dicano i leali credenti se fosse un papato opportuno a richiamare all’ovile gli erranti quando le divinità dell’Olimpo erano evocate ad esilarare il Vaticano. Gli successe (1522) Adriano VI, il quale, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, non poteva supporre buona fede ne’ Protestanti, al tempo stesso che deplorava fossero stati spinti all’eccesso col serrar loro le porte in faccia. D’altra parte, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana, e sgomentò coll’annunzio di volerli svellere di colpo; mentre col confessarli e promettere di ripararvi porse soggetto di trionfo ai nemici. Alla dieta di Norimberga dal nunzio Cheregato fece dichiarare ai principi tedeschi «conoscere il papa che l’eresia luterana era supplizio di Dio per le colpe spezialmente de’ sacerdoti e dei prelati, e che però il flagello avea cominciato dal tempio, volendo prima curare il capo che le altre membra del corpo infermo; che in quella sedia già per alcuni anni eransi viste abominazioni, turpi usi nello spirituale, eccessi nei comandamenti, il tutto insomma pervertito»[277]. Sta nella biblioteca Vallicelliana a Roma il discorso che Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò all’entrata in Roma, esponendogli sette ricordi, che sono: 1. eliminare le arti antiche, che sono simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de’ governatori; 2. riformare la Chiesa sicchè più non paja una congrega di peccatori; 3. i cardinali e gli altri ecclesiastici amare d’amor reale, esaltando i buoni, e provvedendo ai bisognosi perchè non s’avviliscano; 4. amministri la giustizia senza divario; 5. sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità; 6. faccia guerra ai Turchi; 7. compia la basilica di San Pietro[278].
Gli scrittori d’allora gareggiano nell’esaltare sopra quanti predicatori viveano frate Egidio da Viterbo; il cardinale Sadoleto lo vanta per facilità di parlar toscano, profondi studj di teologia e filosofia, talchè sa nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, accendere le languide all’amor della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all’osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d’uomini o donne, di primati o vulgari tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d’elettissime parole, d’eccellenti sentenze[279]. Non v’era solennità cui non fosse invitato, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch’e’ ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d’accordo nell’esaltarne la virtù e l’integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva colla famigliarità d’amico, lo ornò della porpora.
Egli dirigeva ad Adriano VI un commentario sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s’insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata più a vantaggio degli uomini che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla, considerandola come uno de’ principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d’uomini integri ed esperti; escludere le aspettative de’ benefizj, che fanno desiderar la morte, quand’anche non la procurino; evitare quell’avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l’ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de’ loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal provveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a’ principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l’uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di conceder le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l’equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili, fedeli, si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl’indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente fu il modo di maneggiar le indulgenze; sicchè voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l’autorità vescovile. Nessuna cura paja soverchia nell’amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguar sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l’anno, or si comperano a più di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero garanzia del loro operare, finchè subissero un sindacato; e a chi n’esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leone X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l’anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl’investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[280].
Una riforma conciliativa sarebbe ella stata ancora possibile?
Roma nel concilio Tridentino confessò col fatto che Lutero in molti appunti avea ragione; e se ella immediatamente avesse corretta la disciplina, receduto dalle pretensioni meramente curiali, non trasformate in dogmatiche le quistioni giurisdizionali, ceduto in somma di voglia ciò che poi dovette per necessità, avrebbe almeno levato pretesto alle declamazioni più popolari. Tuttodì noi vediamo le temporalità togliersi alle chiese senza scisma; circa alcuni riti s’era già condisceso coi Greci e cogli Ussiti; nè sul conto delle indulgenze, dei dogmi essenziali e dei misteri non parea fin allora stesse interposto l’abisso. Potè dunque Adriano VI sperare ancora un ravvicinamento, e vi si accinse: ma la luce di quel pontefice rivelò la profondità dell’abisso. Entrando in Roma, non volle le burbanze e lo spendio che si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo, — Le son cose da Gentili, e non da Cristiani e religiosi»; come il nome, così serbò i costumi prischi; si menò dietro la dabbene fantesca, che il servisse al modo di prima; per pranzo non spendea meglio d’un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, — Te’ per la spesa di domani»; richiesto di prendere dei servi, rispose voler prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leone X tenea cento palafrenieri, si fece la croce, e disse che quattro basterebbero[281]. Essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: — Idoli pagani», e torse gli occhi dalle classiche nudità. Avendo dato un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che poi gliene chiese uno vacato di cento, gli rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto da molti preghi, glielo concesse, volle prima rassegnasse l’altro. Si fece promettere dai cardinali che deporrebbero le armi, non darebber ricetto ne’ loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v’entrasse per esecuzione della giustizia.
«Se gli ecclesiastici aveano barba grande alla soldatesca o abito non lecito a preti, ei riprendevali, perchè era tanto scorsa la cosa che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi in Firenze un nostro fiorentino, ch’era arcivescovo di Pisa, d’anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch’era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio de’ Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d’andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare»[282].