Intanto, splendidezza d’abiti, di Corti, di apparati; dall’Occidente e dall’Oriente nuove ognidì squisitezze vengono a lusingare i sensi; oggi Brescia ode proclamare per le vie, a suon di tromba, che il suo Tartaglia scoperse un nuovo teorema matematico; domani non si parla che del nuovo canto dell’Orlando, letto jeri dall’Ariosto nel palazzo di Ferrara; un giorno allocuzioni, sonetti, scampanìo, luminarie annunziano che s’è dissotterrato il Laocoonte, o che Michelangelo aperse la cappella Sistina, o Gian Bologna espose la Sabina.
Il dominante spirito aristocratico cerca nelle scoperte quello che può dar gloria alla nobiltà, anzichè quello che migliori ed arricchisca le plebi. Una politica egoista che dell’astuzia si fa merito più che della forza, un’inettitudine irrequieta, un viluppo di maneggi, fanno e contrasto e lega con una malvagità or ipocrita ora sfrontata, e cogli abusi della forza, che, dalla grande migrazione in poi, non aveva mai così inverecondamente proclamato la sua morale onnipotenza, quanto nelle guerre pel Milanese e per la Toscana, nel sacco di Roma, negli assedj di Firenze e di Siena. L’acquisto di cognizioni e di libertà era ancora a servizio delle passioni; innestate l’ispirazione colle reminiscenze, il genio colla pedanteria, il paganesimo colle esaltazioni devote, la santimonia coll’empietà, l’azione colla meditazione, la moralità col machiavellismo.
Del medioevo durano ancora gl’incidenti, in bizzarro contrasto coi nuovi costumi. Tutte le fasi delle repubbliche sussistono accanto a tutte quelle del principato, esse decadendo, questo assodandosi; le secrete tranellerie de’ gabinetti trovansi a fronte con impeti di generosità cavalleresca; i condottieri rompono ancora le ordinanze delle fanterie stanziali, e pretendono opporre le armadure di un tempo alle bocche di fuoco; principi eroi sono uccisi a Ravenna perchè fecero voto all’amante di non coprirsi; o ne’ tornei s’avventurano re moderni, mentre la tragedia regolare chiama a piangere sulle simulate sventure degli antichi.
Strigatisi dai ceppi del medioevo, ma senza aver assunto ancora quelli che impongono le convenienze, abbandonavansi agli istinti od alle ispirazioni della fantasia o della coscienza; ribaldi o virtuosi ma francamente, senza insuperbire nè vergognare. Quindi nella vita tradizioni di lealtà insieme con un epicureismo non dissimulato; scetticismo micidiale, e fanatismo sterminatore; l’entusiasmo e l’ironia; l’assiderante regolarità del Trissino, e il geniale sbizzarrire dell’Ariosto; il ghigno sguajato dell’Aretino, e il belare dei Petrarchisti; la silvestre semplicità de’ Bucolici, e l’insaziabile accattare di Paolo Giovio; la bizzarria spensante di Benvenuto e l’austerità di Michelangelo, forse unico artista in cui appaja la lotta dello spirito colla materia; il sarcasmo del Pomponazzi e la convinzione del Savonarola, le orgie di Lucrezia Borgia e i roghi di Pio IV, Machiavelli e Filippo Neri, Leone X e Adriano VI, Carlo V e Francesco I: stampasi il Corpus juris, mentre ogni dritto è calpestato: la serenità della scuola di Rafaello fa contrasto al ceffo del Borbone e del Frundsperg. Di qui l’immensa difficoltà di giudicare della moralità delle azioni e della grandezza dei personaggi, dipintici da passione e da spirito di parte, convulsi fra idee così disparate, fra pregiudizj inumani e servili, fra l’insuperabile efficacia degli esempj e quel che chiamasi senso comune.
Aggiungiamo la desolazione che entra negli spiriti allorchè un gran dubbio gettato nella società rimette in problema tutto quello su cui essa riposava.
CAPITOLO CXLV. La Riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani. Inquisizione[272].
Tanto sovvertimento di costumi e d’opinioni crescea forza ai Protestanti, i quali con ispaventosa celerità propagaronsi dai Pirenei all’Islanda, dall’Alpi alla Finlandia, occupando le menti pensatrici, allettando le frivole, trasformando nazioni intere. Vi sono errori antichi, i quali, col resistere alla prova del tempo, mostrano essere compatibili col bene; vi sono verità nuove che, balzando su calle insolito la società, le riescono micidiali: laonde ogni rivoluzione, e per ciò che demolisce e per ciò che erige, cagiona perturbamenti e guerre.
Al disordine, che dagl’intelletti trasfondevasi nelle volontà, da queste nella politica, avrebbe dovuto rimediare la Chiesa; ma da principio i suoi capi parvero non accorgersi dell’intensità del male, e con frecce di legno e lance di piombo repulsavano un attacco decisivo. Fra i campioni da lei scelti, Silvestro Mazzolini da Priero presso Mondovì[273], maestro del sacro palazzo, raffinì tra le mani per modo che parve spediente comandargli di cessare; pur costituendolo vescovo, e giudice di Lutero. Girolamo Muzio (pag. 165) ne’ viaggi avendo osservato i costumi de’ Protestanti, non gli parvero quali da’ lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a’ laici, il matrimonio de’ preti, e le altre novità, sostenne che non era necessario adunare un concilio, dissuase Lucrezia Pia de’ Rangoni dall’abbracciar gli errori diffusi tra i Modenesi. L’Inquisizione romana aveagli dato incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d’Urbino, e d’informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Quivi udendo predicare Celso Martinengo, lo chiamò ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito a Ginevra, dove fu assunto pastore de’ Protestanti in Ginevra, e l’effigie del Muzio chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d’infanzia; ma non che lasciarsene sedurre, non lasciò strada intentata per ritrarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria, e più dopo che apostatò. Nei tre testimonj fedeli esaminando le dottrine de’ santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri: Pio V gli affida la riforma dell’ordine di san Lazzaro, e di rispondere all’Apologia Anglicana e alle Centurie Magdeburghesi: a sostegno del concilio di Trento scrisse principalmente il Bullingero riprovato; l’Eretico infuriato contro Matteo Giudice professore di Jena; la Cattolica disciplina de’ principi contro il Brenzio. L’Antidoto cristiano, la Selva odorifera, la Risposta a Proteo, il Coro pontificale, le Mentite Ochiniane, le Malizie Bettine, la Beata Vergine incoronata sono i bizzarri titoli d’opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzar l’errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.
Erasmo, che fra i dotti d’allora rappresenta il cattivo moderato, avea dato spinta e spirito alla Riforma colle lepidezze e cogli epigrammi, sebbene poi ricusasse farsene campione per amor di pace, onde era blandito dai prelati: ma Alberto Pio signore di Carpi, delle lettere e delle arti e di Aldo Manuzio protettore, benchè attivamente involto negli affari, scrisse contro di lui e di Lutero, con qualche eleganza, ma scarsa forza.
Non di tali difese era tempo, e meglio operarono Girolamo Amedei, servita senese spedito in Germania; il padre Silvestri domenicano, che fece un’Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla evangelica libertà; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che già avea confutato il Pomponazzi, senem delirium, hominem maledicum, patriæ vituperium, e dettò contro Lutero tre opere, che non furono stampate; Cristoforo Marcello veneziano, vescovo di Corfù, e famoso per dottrina non meno che per disgrazie (t. IX, p. 371); e principalmente Ambrogio Caterino domenicano, che nel secolo era stato Lancellotto Politi senese, uomo di molta dottrina ma litigiosa[274], per la quale s’abbaruffò anche co’ teologanti cattolici, e massime col cardinale Gaetano, ch’egli imputava d’interpretazioni nuove e opinioni singolari.