Un tal padre Carlo (forse il Bescapé), sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d’alcune fra queste: — In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, a’ lati della quale fu appiccato il fuoco; e tanto fervea l’incendio, che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l’ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l’anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitare delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[264].

Il padre Carrara, nella storia di Paolo IV, l. II, § 8, riferisce che in quel tempo i demonj fecero l’estremo di lor possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d’orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay, e Giambattista Rossi generale de’ Carmelitani, perchè riconoscessero il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Trastevere promise guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa, onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo raccomandò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo trovò veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle còltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj: e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l’oro, con un nodo lento: due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo; due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d’unghia umana, grani di cicerchia e d’altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d’uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di x; nell’altra tredici nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto: «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena sarai» e parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell’acqua santa e riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.

Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all’abjura. Questo Francesco, di cui si hanno molti trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d’olj santi e d’altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole dell’Agrippa; saper fare venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l’ascendente di Venere, costringere alla benevolenza, e stare preparandone altre sotto l’influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di potere con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figlio; avere scoperto il senso de’ geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de’ Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch’esso v’aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe’ vizj e il disordine spesso si trovava sprovvisto. Fu condannato a dare pochi denari di che far crocette d’argento, e a praticare alcuni atti di pietà «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali con li quali hai avuta famigliarità»[265].

Ben peggio andavano le cose fuori d’Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[266]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Dite altrettanto dell’Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[267], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 94 furono arse trentacinque streghe. Tra i Riformati usavasi altrettanto, anzi più ferocemente che tra i Cattolici; e da penna straniera, quella di Martin Delrio, uscì la più seria dimostrazione e il più compito codice di siffatte credenze e procedure.

Così durò tutto il XVI e XVII secolo[268], e gran parte di quel che precedette il nostro. Ma le scienze progredendo portavano spiegazione a molti fenomeni, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le naturali analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l’accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e dove, le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che rispondere sì o no. Alcuni diedero intrepidamente di cozzo all’ubbia popolare, e principali fra questi i gesuiti Adamo Tanner e Federico Spee, le cui opere lasciarono ben poca novità a quella, più efficace perchè breve e vulgare, del Beccaria; se non che essi trattavano la quistione per via di testi e canoni, ad uso dei dotti, lasciando che la plebe covasse i proprj inganni.

Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretano Girolamo Tartarotti[269] negando le tregende, e ribattendo specialmente il Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magìa; col che concedendo l’immediata potenza del demonio, come potea ricusargli la potestà di trasferire anche le maliarde? Riducevasi dunque a conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovrattutto al loro numero. E non che questa fosse una concessione da lui fatta ai pregiudizj del suo secolo, allorchè Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[270] estesero quella negativa ad ogni immediata arte diabolica, egli protestò che, tacciando d’illuse le streghe, non aveva inteso mettere dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana ha bisogno di forza per sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. E il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[271].

Sovra i beati e ridenti uomini del Cinquecento pendeva dunque da una parte il terrore delle potenze malefiche, dall’altra la spada di orribili quanto irreparabili processi, che dirigevansi pure contro gli eretici, e ne colpivano persino i figliuoli. Il Rategno sancisce che i figli d’eretici, quantunque buoni cattolici, sono privati del retaggio paterno; gli eredi, obbligati adempire la penitenza imposta al reo; possono privarsi degli uffizj e delle dignità i fautori, i figli, gli eredi degli eretici; uno si può dopo la morte dichiarare eretico, e confiscarne i beni; poichè il delitto d’eresia non s’estingue neppur colla morte. Dei beni confiscati il diocesano non tocca: se ne dà un terzo al Comune ove segue la condanna, l’altro agli uffiziali del Sant’Uffizio, il resto s’adopera ad incremento della fede ed estirpazione delle eresie.

Secolo singolare il Cinquecento, misto di tanta grandezza con tanta miseria, tanto splendore con tanti errori, tanta civiltà con tanta fierezza; secolo che tutto cominciò, nulla finì; e che di particolari attrattive riesce per noi, atteso che, come oggi, ogni cosa vi era in moto, e possiamo trovarvi esempj, consolazioni, speranze. Mescolato tuttora l’antico col nuovo, non godevansi più i vantaggi dell’uno, nè ancora quei dell’altro; del passato tenevasi un’energia selvaggia che, qualora dal carattere passi nelle idee, fa guadagnare in forza e dimensione quanto si scapita in delicatezza e misura: ma erasi perduto la fede e la docilità; verso il futuro spingeasi coll’intelligenza, ma non n’avea la pulitezza e la regolarità.

Colombo scrive ad Isabella: — Il mondo conosciuto è troppo piccolo», e altrettanto pare s’intimi da ogni parte anche pel morale; nè in verun altro periodo erasi ampliata cotanto la sfera delle idee relative al mondo esteriore, o l’uomo avea sentito sì vivo bisogno d’interrogare la natura; in verun altro fu messa in giro tanta copia e varietà d’idee nuove. Come in Grecia Platone, Aristotele, Fidia, così in Italia Ficino, Michelangelo, Falloppio concorrono a scoprire la natura dell’uomo sotto il triplice aspetto intellettuale, artistico, materiale: quasi a un tempo fioriscono sette artisti a cui non sorsero i pari, Leonardo, Michelangelo, Rafaello, frà Bartolomeo, Correggio, Tiziano, Andrea del Sarto: sedettero contemporanei principi grandissimi, quali Carlo V, Leone X, Francesco I, Enrico VIII, Andrea Gritti, Andrea Doria, Solimano II: non c’è strada che lo spirito umano non batta da gigante; indagine dell’antichità e smania del nuovo; lanci del genio e longanimità dell’erudito; poesia e calcolo; e ogni facoltà umana trovasi rappresentata da insigni personaggi.