«quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;
«quelli che mettono sopra altari, dove s’ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;
«quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla santa Chiesa, per farsi amare d’amor disonesto, come sono l’orazione di san Daniele, di santa Maria e di sant’Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli, ecc., per essere sicuri dall’armi de’ nemici, e per non confessare il vero ne’ tormenti; o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà;
«quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l’atto matrimoniale;
«quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi, levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi».
Contro siffatti delinquenti vediamo alcuni canoni della procedura, desunti dalla Lucerna Inquisitoris del Rategno. Pochi indizj bastano a presumere un eretico; un lieve segno, anche il sospetto e la fama. Non è mestieri che i costituti de’ testimonj concordino; se diranno sapere quell’infamia per udita, non sono tenuti a provarlo; non infirma i testimonj l’essere scomunicati e criminosi. Chi vuol camminar di piede sicuro, fa così; se alcuno è diffamato o sospetto di eresia, si citi e si esamini; confessa? bene quidem; se no, pongasi in carcere; gli avvocati non prestino ajuto o consiglio agli eretici; possono ben processarsi senza strepito di avvocati. È tolto l’appellarsi; la confessione purga ogni vizio del processo; l’inquisitore non è obbligato mostrare il processo all’autorità secolare, che deve solo eseguirne i cenni; non è viziato il processo sebbene non si pubblichi il nome de’ testimonj, nè se ne dia copia al reo.
— Come scoprire le streghe?» domanda il Rategno stesso; e risponde: — O per conghiettura, o per confessione delle compagne che tra loro si conoscono al giuoco, benchè il diavolo può in tregenda averne assunto le forme. Si conoscono anche se facciano spregi al santissimo sacramento, torcano il volto dalla croce, minaccino ad alcuno che male gli accadrà, che si troverà malcontento, e in fatti così avvenga». Mattia Berlica narra d’un bifolco che, per conoscere le streghe, metteva in un sacco tanti fili aggruppati quante erano donne nel suo villaggio, e dette certe parole, bastonava ben bene il sacco, poscia andava di casa in casa, e se alcuna donna scoprisse ammaccata, la denunziava per rea, e messa alla tortura dovea confessare.
Due leggieri indizj bastano per sottoporre uno alla tortura, segue il Rategno; non fa pur mestieri che per questo convengano l’inquisitore ed il vescovo o il suo vicario. È in arbitrio del giudice lo stimare gl’indizj per torturare: sia più facile nelle colpe più segrete. Si tenti prima se v’ha alcuna più agevole via di scoprire il vero; poi si tormentino primi quelli da cui sia maggiormente a sperare la verità, le femmine più deboli, il figlio prima del padre, e al cospetto di questo. L’occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. Non vi sia sottoposto chi è dissotto de’ quattordici anni, quand’anche non si possa estorcergli la verità colla sferza o collo staffile; nè i vecchi oltre settant’anni; nè le donne che sieno veramente riconosciute incinte.
«Quante volte può torturarsi il reo per le confessioni revocate? — Due o tre», risponde il Pegna[261]. E il Rategno soggiunge: — Ma se il reo negasse da poi quel che confessò ne’ tormenti? Rispondo: il reo è tenuto a perseverare in quella confessione, se no si ripeta il martoro fino alla terza volta.
Cessiamo; chè già il lettore sa di troppo per intendere che cosa significassero i processi, i quali per eresie e stregherie si moltiplicavano allora, quanto oggi quelli di Stato[262]. Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malìe, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestare la croce. San Carlo, legato pontifizio in que’ paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggiore dell’aspettazione: centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[263].