Pretendeva sostenere nel pieno vigore la bolla In cœna Domini, negando ai principi il diritto d’imporre nuove gravezze ai sudditi; e poichè i tempi e i regnanti più nol soffrivano, serie contraddizioni incontrò: lo stesso Filippo II rifiutava questa bolla, pretendeva necessario l’exequatur regio, ed ebbe a scrivergli non volesse porsi all’avventura di vedere quel che possa un re potente spinto all’estremo.
Saputo che d’eretici formicolava Mantova, vi spedì Camillo Campeggi, teologo del concilio, il quale carcerò e processò molti, e otto condannò a pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono levar rumore per impedire l’atto, ma non poterono: onde insidiarono la vita dell’inquisitore, e ferirono due frati la notte di Natale. Il duca Guglielmo, ch’erasi professato ligio all’inquisitore sino a fargli da sbirro se occorresse, mandò severo bando contro que’ procaci, ma insieme chiese al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa non v’assentì, imputò anzi que’ disordini alla tepidezza del duca, e spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, per cui opera fu infervorata l’Inquisizione, e procedure gravissime e pubbliche abjure si compirono, non senza que’ supplizj che la libera America oggi ancora infligge ai Negri, e che l’alto concetto della santità della Chiesa ci spinge a deplorare. Anche quelli che di là eransi sparsi pel resto d’Italia perseguitò alacremente, finchè tutti gli ebbe in mano.
Tanta severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con un compagno di fanciullezza avea piantato per trastullo una vigna, dicendo, — Del vino di questa nessun ne berrà». Or ecco comparirgli l’invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli quel detto, e — Allora vostra santità non era ancora infallibile». Viaggiando da Milano a Soncino, s’imbattè in un servitorello, che, compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione: Pio se ne sovvenne, e mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.
Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa per congedarsi da quei sacri luoghi; e la sincerità della sua devozione fece che, malgrado l’austerità, il popolo l’amasse vivo, morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i santi questo grand’uomo; e di fatti egli fu l’ultimo papa canonizzato.
Per la solita altalena gli fu dato successore Ugo Buoncompagni bolognese (1572), che volle chiamarsi Gregorio XIII, arrendevole e clemente fin a scapito della giustizia. Le inclinazioni sue mondane dovè reprimere a fronte dell’opinione morale, tanto che a fatica potè favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei fedeli, ad elevar alla mitra i migliori, a diffondere l’istruzione. Secondo i decreti tridentini, mandò visitatori apostolici che chiedeano i conti delle chiese, de’ luoghi pii, delle fraternite; nel che trascendendo, eccitavano scontentezze. Spendendo quanto Leon X per riparare alle rotte cagionate da questo, fondò e dotò ben ventitre collegi, e all’apertura di quello di tutte le nazioni si pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico, palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto, uno pei Maroniti, uno per gl’Inglesi; rifabbricò il collegio Romano, istituì quel de’ neofiti, poi ne seminò Germania e Francia, e fin tre nel Giappone; erogò due milioni di scudi in sussidiare studenti, e un milione per monacare o maritare zitelle bisognose[364]. A suggerimento di lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di lingue orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che ne recarono codici.
Pio IV avea destinato una congregazione di cardinali a correggere il decreto di Graziano, nel quale si trovavano misti il falso col vero[365], canoni confusi o mutili, erronea cronologia. Compito il lavoro sotto Gregorio XIII, uscì in magnifica edizione il Corpo del diritto canonico, migliorato assai, se non affatto scevro d’errori e di false decretali. Il primo Bollario comparve nel 1586, ove Laerzio Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca e Paolo di Roma: collezioni superate dal Bullarium Magnum del 1727 che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo Coquelines fatta a Roma dal 1789 al 48, a cui Andrea Barberi nel 1835 aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.
Gregorio XIII immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario. È noto (vedi Appendice II) come Giulio Cesare lo correggesse, fissando l’equinozio di primavera al 25 marzo, e l’anno di trecensessantacinque giorni e sei ore, cioè undici minuti e dodici secondi più del vero; talchè ogni centonove anni l’equinozio s’anticipa d’un giorno. La Chiesa, che dovette occuparsene a motivo che la pasqua cade nel plenilunio succedente all’equinozio di primavera, al concilio Niceno del 325 trovò questo che rispondeva al 23 marzo, ma non si seppe indovinarne la ragione.
Nel 1257 la precessione era di undici giorni; e già d’allora si parlò d’una riforma, spesso tentata, non mai riuscita; in tutti i concilj, e più nel Tridentino se ne discorse; e al fine Gregorio XIII, convocati a Roma i personaggi meglio versati in tali materie, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e il gesuita Clavio di Bamberga, fece librare le varie proposizioni; ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio. Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le accademie cattoliche; e avutane l’approvazione, nel 1582 pubblicò il nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre. L’anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore, quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari, uno solo sia bisestile; correzione tanto prossima al vero (365g 5o 48m 55s), che solo dopo 4238 anni i minuti residui formeranno un giorno.
Per verità allora si sarebbe potuto, invece del ciclo di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che invece dell’errore di ventisette secondi l’avrebbe dato soltanto di un decimo di secondo sull’effettiva durata dell’anno: sarebbesi potuto concordare il cominciamento dell’anno col solstizio, e di ciascun mese coll’entrata del sole ne’ varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun giorno a quelli fra l’equinozio di primavera e l’autunnale, trenta agli altri, e scemo il dicembre.
Più che questi difetti, spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse anche in fatto di calendario; è un attentato alla libertà dei principi; è un invadere l’indipendenza de’ popoli; ne va dell’onore e della dignità dell’impero germanico; compromette le libertà gallicane; è un’ordita de’ Gesuiti; è un primo passo, che chi sa dove menerà! Com’è stile dell’opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levare cinque giorni invece di dieci; il giusto mezzo! Di fatto furono lenti i principi ad accettarlo; solo nel 1699 vi s’acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l’Inghilterra, nel seguente la Svezia, e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di tredici giorni[366].