Poco poi, nella congregazione De propaganda fide, dovuta a Gregorio XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che con portentosa attività dall’Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia, dall’Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. Mentre la civiltà non portava ai selvaggi che l’acquavite per ubriacar sè, e le armi per uccider altri, i prodigi dell’apostolato, coll’eroismo più disinteressato e coi miracoli più insigni, si rinnovavano specialmente nelle missioni delle due Indie, sicchè da tante perdite in Europa i papi erano consolati ricevendo ambasciadori dall’Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli antichi regni d’Oriente e dai nuovi dell’America, dove s’istituivano vescovadi e conventi, scuole e spedali. Urbano VIII nel seminario Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti per Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Etiopi, sei per Indiani o Armeni.

I papi entrarono nella speranza d’acquistare il mondo slavo, quando perdeano il germanico. La Russia era per anco straniera all’Europa, e un viaggio in essa equiparavasi alla scoperta d’un paese nuovo. I granprincipi si lusingavano di farsi accettare nella società europea per mezzo dei papi, fin da quando al vescovo di Modena spedivano pregando inviasse missionarj a diffondere colà il vangelo: e Innocenzo IV ne spediva di fatto nel 1247, dando anche il titolo di re a Daniele Galitsky[367]. Ma quella nazione aderì allo scisma greco: poi quando cadde Costantinopoli, i granprincipi elevarono la pretensione di sottentrare ai Cesari, fomentata dai molti Greci che in Moscovia cercarono ricovero; e Geremia, patriarca esiliato di Costantinopoli, nell’istituire il patriarcato russo diceva: — L’antica Roma è caduta nell’eresia; la nuova sta in mano degli infedeli; vera Roma è Mosca».

Tommaso Paleologo, fratello dell’ultimo imperatore, da Corfù ove regnava era fuggito a Roma portandovi il teschio di sant’Andrea, e donandolo al pontefice, dal quale ebbe cortesie e onorificenze. Sua sorella Sofia principalmente si attirò stima e ammirazione per la bellezza non meno che per le virtù; e il cardinale Bessarione, convertitala alla fede romana, sperò per mezzo di lei acquistare alla Chiesa nostra la Russia, e per tal via estirpare lo scisma. Ivan III aveva allora redenta la Moscovia dalla servitù de’ Tatari: e un Giovanni Franzin monetiere italiano, che viveva a quella corte fingendosi di religione greca, si fece mediatore tra Paolo II e Ivan, il quale accolse le proposte nozze, per cui ereditava ragioni sull’impero d’Oriente: ma ricevuta ch’ebbe la sposa, non che venire alla nostra fede, ne staccò anche Sofia.

Ventott’anni più tardi Alessandro VI ripigliò pratiche onde Ivan s’armasse contro i Turchi. Un capitano Paolo genovese offrì d’aprir nuova via alle Indie traverso la Russia, e Leon X profittò dell’occasione per ispacciare lettere a Basilio IV, esortandolo ad unire le due Chiese, dal che sperava non solo il recupero delle genti slave, ma un contrasto all’invasione musulmana. Confortato da buone risposte, recate da quel capitano, il papa spedì un vescovo a Basilio: e dopo molt’anni, pontificando Clemente VII, giunse a Roma un’ambasciata da Mosca, condotta da esso capitano Paolo; ammirò le pompe sacerdotali, ma ritornò disconchiusa. Carlo V imperatore indusse Giulio III a rannodare trattative con Ivan IV, che desiderava il titolo di re, e al quale il papa lo prometteva se tornasse all’unità cattolica, per fare di concerto guerra a Turchi e Tatari. S’avviarono dunque corrispondenze fra il Vaticano e il Kremlin, ma i principi d’Europa repugnavano dall’accomunare il titolo di maestà a cotesto capo di orde. Pio IV gli scrisse di nuovo perchè deputasse prelati al concilio di Trento; ma monsignor Giovanni Giraldo, portatore dello spaccio, fu attraversato prima dalle gelosie del re di Polonia, poi dalla renuenza dello czar. Questo, allorchè si trovò umiliato da Stefano Batori nuovo re di Polonia, interpose la mediazione della corte di Roma, la quale però avea cessato di confidare in lui, e gli spedì non un prelato, ma il gesuita Possevino, che ce ne lasciò una delle relazioni più interessanti.

Nato a Mantova nel 1534 di nobili poveri, era entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, presso cui conobbe quanto di meglio fioriva in Italia; e reciprocamente stimato, e costituito abate di Fossano, vedeva aprirsi avanti uno splendido avvenire, al quale preferì lo zelo da Gesuita. E fu de’ più operosi in quell’operosissima società; adoprato in missioni scabrosissime, fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia; fu dal papa spedito in Ungheria, in Polonia, in Isvezia, nel che, oltre i servigi resi, giovò col far conoscere i paesi settentrionali. Nel cuore della vernata nel 1582 giunto a Mosca con cinquanta fra interpreti e dottori, lungamente ebbe a lottare colle astuzie e colle brutalità di Ivan IV, che al fasto degl’imperatori bisantini accoppiava la fierezza d’un barbaro: potè rimetterlo in pace col re di Polonia, e menare a Roma una deputazione di lui per trattare dell’unione. Ma il Possevino, la cui relazione è contata anche dai Russi come capitale documento sul loro paese, s’avvide non potere nulla sperarsi fra tanta ignorante docilità del vulgo, tanta presunzione de’ bojari e del czar. E così avvenne[368].

Tanto erasi ravvivata la santa attività dei pontefici! Poi Sisto V, sebbene più gran principe che gran pontefice, fin settantadue bolle pubblicò, tutto zelo per l’interezza della fede e del costume; fulminò gli adulteri, le meretrici, l’astrologia giudiziaria; sull’usura e sui contratti di società diede le norme che regolano ancora i canonisti, prefisse a settanta il numero de’ cardinali, e li voleva irreprovevoli.

Grandi uomini illustrarono allora la porpora e la mitra; ed oltre i già menzionati (p. 443), fra gli italiani menzioneremo il Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella lode de’ Bolognesi; il Sartorio, severissimo e degno di star capo dell’Inquisizione; Gabriele Paleotto bolognese, versatissimo nelle leggi e ne’ canoni, sicchè a Trento era consultato continuamente; in concistoro si oppose alla tassa che voleasi levare per ajutare i Cattolici nelle guerre civili in Francia; poi destinato arcivescovo a Bologna, adoprò la vita in istituirvi seminarj, congregazioni, confraternite, raccolse uomini sapienti, quali l’Aldrovandi, il Sigonio, il Pendusio[369]. Il cardinale Lorenzo Campeggi, arcivescovo della stessa chiesa, fu adoperato in affari difficilissimi, e massime in quello del divorzio di Enrico VIII, e nella dieta di Augusta. Altrettanto fu di suo nipote cardinale Tommaso, che nell’opera De auctoritate ss. conciliorum mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un Compendium institutionum theologicarum, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non in grammatiche solo e retoriche, ma nelle arti e ne’ mestieri; scuole tecniche, quali il nostro secolo le proclama. Fabio Chigi, legato pontifizio per la pace di Westfalia, poi papa, teneva sempre una bara sotto al letto e un teschio sulla mensa non imbandita che di radici. Il beato Paolo d’Arezzo teatino, vescovo di Piacenza che trovò sviatissima, poi di Napoli e cardinale, cooperò con san Carlo. Di Annibale da Capua arcivescovo di Napoli servono ancora di modello le visite diocesane. Giampietro Maffei bergamasco scrisse storie latine di sapore liviano. Tra gli auditori di Rota si nominano tuttora il cardinal Mantica friulano, le cui opere fecero testo nella scuola e nel tribunale; l’Arrigone, men dato ai libri che agli affari, tra cui conservossi intemerato. Serafino Olivieri, le cui decisioni «portano tanto vantaggio sopra l’altre di tutti i comuni fôri, come egli lo godeva sopra gli altri auditori del proprio suo tribunale», dice il cardinale Bentivoglio. Il quale aggiunge che «benchè l’Arrigone (milanese nato a Roma) non eguagliasse Mantica nello strepito esteriore della stampa, non gli cedeva però nella qualità più essenziale della dottrina, e lo superava d’assai nell’abilità dei maneggi».

Feliciano Scosta da Capitone servita adoprò assai contro gli Ugonotti; poi ad istanza di san Carlo e per autorità di san Pio V promosso arcivescovo d’Avignone, salvò questa città dalle dottrine e dalle armi dei Protestanti (1511-77). Lungo sarebbe ripetere quelli che nelle nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel tempo. Tale corredo i pontefici s’erano messo attorno, invece dei poeti e dei soldati d’un secolo prima.

Il cardinale Carlo Caraffa, nunzio apostolico in Germania, scrisse la Germania sacra restaurata, ove divisa i progressi della Riforma ne’ paesi tedeschi, e le agitazioni che ne seguirono fino alla guerra dei Trent’anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de’ gran santi e de’ gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l’episcopato, al fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita. La chiesa di Gubbio fu riformata da Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, e fautore di quanti vi si applicavano; ravvolto nelle vicende della famiglia e della patria sua, e nelle guerre contro i Barbareschi, adoprato in gravissimi negozj, caro ai migliori d’allora, desiderato dai Protestanti che il finsero aderente alle loro opinioni[370]. Luigi Lippomano vescovo di Padova, reduce di Germania nel 1553, stampò Confirmazione e stabilimento di tutti li dogmi catolici con la subversione di tutti i fondamenti, motivi e ragioni delli moderni Eretici; raccolse con critica inusata fin allora le vite dei santi fino ai tempi di Bernardo, conservando così molti preziosi racconti di greci e latini. Lodovico Beccadelli, insigne letterato, amico de’ valenti, e massime del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse la vita, segretario al concilio di Trento, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, morì in odore di santità prevosto di Prato. Carlo Bescapè barnabita milanese, usato da san Carlo in molti maneggi, poi vescovo di Novara ove fondò il seminario, scrisse molte opere di diritto ecclesiastico e storia.

Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato, lo indicano i tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni, alla cui storia abbisogna il prolegomeno della fede. La beata Vergine appare a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella val San Bernardo nel Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a un pastore di fabbricarvi una chiesa. L’effigie di Subiaco suda: davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla processione. Una Madonna piange a Treviglio (tom. IX, pag. 382); una parla in San Silvestro; una in Sant’Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere. Nel 1539 a Castiglione delle Stiviere in casa Bonetti spaccandosi un grosso noce, se ne staccò una grossa scheggia, sulla quale trovossi finamente intagliata un’immagine della Vergine col Bambino: la vista recuperata dalla padrona di casa fece prestarle venerazione, e collocatala ne’ Cappuccini, si illustrò per grazie concedute. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell’atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz’anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de’ miracoli. Nel 1503, assediando gli Spagnuoli Oria in Terra d’Otranto, san Barsanofio patrono di quella città apparve in forma di vecchio con abito pontificale, e ordinò ai nemici non molestassero più quella terra, lo che fecero, accettando a dedizione i Francesi.