Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti, e da Napoli a Roma, Genova, Perugia quella congregazione si diffuse tanto, che già nell’84 ogni città la possedeva, e Gregorio XIII l’arricchiva di indulgenze. Dalle scuole trapassarono siffatte unioni di spirito alle varie condizioni, artigiani e nobili, mercadanti e magistrati, tutti invocanti Maria in concordia di formole. A Roma s’istituì l’oratorio del Divino Amore, al quale appartenevano Contarini, Sadoleto, Ghiberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano da Tiene e il Lippomano. In Firenze Ippolito Galantino setajuolo, fin dall’adolescenza applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici fondava la congregazione de’ Vanchetoni o della Dottrina cristiana, che dura fin oggi principalmente a vantaggio de’ lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia casa de’ catecumeni. In Milano un prete Castellini da Castello formò la compagnia della Riforma cristiana, che in somma era quella del catechismo, e che poi prese il nome di Servi de’ puttini. Frate Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant’ore, il sonar l’agonia alle ventun’ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e d’altri nomi.
I frati aveano cessato la missione politica sostenuta nel medio evo, e al più per obbedienza andavano ambasciadori o pacieri; ma Ordini nuovi o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso, e ringiovanire il monachismo quando i Protestanti lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese avea istituiti i Minimi, che in Ispagna furono detti padri della Vittoria perchè alla loro intercessione s’attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia Boni uomini, perchè così era indicato il loro fondatore alla corte di Luigi XI. I Francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi, de’ Minori conventuali, della stretta Osservanza, poi de’ Cappuccini. Questi impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere, che il concilio di Trento avea data anche agli Ordini mendicanti; e come i Gesuiti per la società colta, così essi erano fatti pel vulgo, tra cui si diffondeano a consigliare e predicare, fin triviali e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde prove del loro noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono spruzzati dal sangue de’ suppliziati. Ambrogio Stampa-Soncino milanese, genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi di quell’abito: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l’altra guancia dicendo, — Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto corresse il violento: andò poi apostolo fra’ Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d’Este a trentott’anni depone il dominio, e si fa cappuccino a Merano del Tirolo, dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo appiccano per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo, — Datemi il Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legame». Lorenzo da Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi dei giovani studenti; chiamato a Roma per procurare la conversione degli Ebrei, discuteva co’ rabbini senza iracondia nè personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell’esercito cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell’11 ottobre 1611, che volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent’anni.
Già mentovammo Sisto da Siena ebreo, che di buon’ora guadagnato alla Chiesa e vestito francescano, predicò con molto grido e frutto, ma ne prese superbia e cadde in errori tali che fu condannato al fuoco dal Sant’Uffizio. Il Ghislieri, commiserando tanta gioventù e tanta scienza, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch’e’ metteva nel non recedere dalla propria opinione, vi riuscì, ne ottenne la grazia da Giulio III, e messolo ne’ Domenicani, l’adoprò utilmente sì a predicare, sì a convertire ebrei, de’ quali un gran numero s’era raccolto a Cremona, e divulgava libri di loro fede. Sisto sceverò le opere utili, come il Talmud e altre, da quelle che non poteano recar giovamento di sorta, e le mandò alle fiamme; e nella sua Biblioteca sacra trattò de’ libri sacri, de’ loro interpreti, e degli errori che ne derivarono. Di quarantanove anni morì il 1569 a Genova.
Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione di Monte Corona detta degli Eremiti; come fuor d’Italia santa Teresa riformò le Carmelitane. Francesco di Sales fondò le Visitandine; Giuseppe Calasanzio le Scuole pie; Giovanni di Dio i Fate-bene-fratelli; Luigia di Marillac le Suore della carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane scalze vi compravano per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne faceano il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de’ Frati della carità; il Seriprando, chiesa de’ Filippini la più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.
Francesco Adorno genovese fu il primo rettore del collegio gesuitico di Milano, provinciale di Lombardia, e direttore spirituale di san Carlo. Nel 1581 diventò loro generale il padre Aquaviva, dell’insigne famiglia dei duchi d’Atri, e per trentaquattro anni zelò la gloria dell’Ordine suo, intorno al quale e alla religione stese molti scritti: a lui sono attribuiti i Monita secreta, libercolo assurdo, riconosciuto falso perfin in un libro ostilissimo, stampato poco poi sui Gesuiti moderni[371].
Da don Ferrante, terzo principe di Castiglione delle Stiviere, prode condottiero di Filippo II contro gl’inglesi e i Mori, nacque Luigi Gonzaga, che lasciate le grandezze per farsi gesuita, ne’ brevissimi anni di vita si rese modello della perfezione interiore, e insieme della carità, per la quale egli principe andava accattando per Roma di che soccorrere ai poveri infermi. Avea avuto direttore spirituale Girolamo Piatti, gesuita milanese di straordinaria virtù, che molti trasse alla vita monastica coll’Ottimo stato di vita del religioso.
La Compagnia fu illustrata pure dal polacco Stanislao Kostka, che moriva a Roma il 1568; e da Francesco Borgia duca di Candia, vicerè di Catalogna, grand’amico del poeta Garcilaso de la Vega, e che venuto a Roma, ne fuggì per paura che Giulio III il facesse cardinale. Il padre Pietro Venosta valtellinese, spedito da sant’Ignazio a ristabilire la religione in Sicilia, vi fu ammazzato nel 1564. A Napoli il padre Salmerone predicava per le piazze, e andava nelle pubbliche librerie cercando i cattivi libri da bruciare. Il padre Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, le cui opere spirituali vorrebbero mettersi a fianco all’Imitazione di Cristo, con zelo e abilità diresse la gioventù nei collegi di Torino, di Milano, di Venezia, di Brescia; e già più che sessagenario faceva sin tre prediche al giorno. Il padre Landini apostolò la Lunigiana, la Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, ove trovava molto luteranismo, «ammorbatine perfino de’ sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (Bartoli); rabbonacciò ire, principalmente a Careggio in Garfagnana; poi passò con egual frutto nella Capraja e nella Corsica. Bernardino Realino da Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per scienza filologica e legale, lasciò gl’impieghi e gli onori per entrare gesuita, e colla dolcezza, la pazienza, la carità si attirò la pubblica venerazione.
Come gli altri Ordini nuovi, essi vigilavano sui costumi, e fra il resto abbiamo una memoria che i Gesuiti di Parma sporgeano a Pierluigi Farnese contro la immoralità propagantesi «in disonore di Dio, in dannazione delle anime, e molte volte in perdizione di molti corpi e facultadi». Lamentano dunque il poco timor di Dio, manifestato nelle chiese, dove si conversa e negozia e passeggia; usuali le bestemmie, e il lavorare ne’ dì festivi; le bettole infestate da carte e dadi, donde sciupamento di denari e frequenti risse; molti concubinarj anche ecclesiastici, e adulteri pubblici: i ragazzi fanno alle sassate per le strade; altri furfantoni gagliardi oziano per città e sui sagrati, giocando, strepitando, bestemmiando; numerose e sfacciate le meretrici. Domandano pure si temperi il rigore delle pene statutarie, che usurpano denari e tempo ai poveri; si assistano meglio i prigionieri e giustiziati; si prevengano i contratti usurarj[372].
E in ogni Ordine ci si presentano numerosi operaj della vigna di Cristo, che, nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie gioje della persecuzione, nella dignità del pericolo permanente, divennero santi. Ma al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma. Gaetano Tiene nobile veneto, buona e placida creatura, nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il mondo s’accorgesse di lui». Come l’angelo all’aquila, s’accordò coll’impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che fu poi Paolo IV, e che, visto come l’abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno di Dio; e sul monte Pincio, or così ridente e popoloso, allora deserto, nel 1524 istituirono i cherici regolari Teatini, preti con voti monastici, ma senza regole strette affine di liberamente attendere alla predicazione, ai sacramenti, ai malati, ai prigionieri e giustiziati, rendere al culto il lustro antico, indurre frequenza ai sacramenti, predicare senza superstizioni, convertire eretici; professando la povertà eppur senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli de’ campi. Nel sacco di Roma spoglio e torturato, Gaetano ne partì co’ suoi senz’altro che il breviario, e a Venezia furono raccolti in San Nicola di Tolentino. Gran luce ne fu ben tosto Andrea Avellino, il quale nel far l’avvocato avendo commessa una bugia, se ne pentì a segno, che lasciò il mondo. Incaricato di metter riparo agli scandali delle monache di Sant’Arcangelo in Napoli, s’inimicò un giovinastro, che lo fece pugnalare; guarito dalle ferite, si rese teatino, e questa religione andò a fondare a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò d’apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli di Otranto fu autore del Combattimento spirituale (1608), che Francesco di Sales tenea sempre a lato.
A Milano sperperata dalle guerre, Anton Maria Zaccaria da Cremona, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Morigia patrizj milanesi 1533 istituirono i Barnabiti, per far missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione, nè fuori di essa accettarne se non con dispensa del pontefice. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gli Annali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de’ sacri libri, e serve d’introduzione agli Annali del Baronio.