Domenico Sauli, letterato, filosofo, storico, politico eppur negoziante, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, dov’egli fu de’ primi e meglio meriti nel riformare l’insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali alla Logica d’Aristotele, il libro più opportuno, a sentir mio, per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è più guastato, il buon senso. Uno scolaro Alessandro Salvi leggeva il testo, uno volgevalo in latino; il maestro snodava i principi, evitando l’impaccio dei chiosatori. Alla metafisica univa lo studio della geometria. Ai teologi proponeva la Somma del maggior filosofo del medioevo, la quale egli aveva talmente digerita che in Pavia si diceva, — Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn’Alessandro potrebbe dettarla per intero». Sull’insegnamento del diritto, sgombero anch’esso dai chiosatori, si consultò con Marcantonio Cucchi, il quale ivi insegnava i canoni; e il ricambiò con pareri per le lodate sue Istituzioni; e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll’avvezzarli alle matematiche[373]. Collaborò con san Carlo nel riformare la diocesi milanese; poi fu apostolo della Corsica, dove con provvidente assiduità introdusse i sinodi diocesani, e morì nel 1592 vescovo di Pavia.

Filippo Neri fiorentino (1519-95), all’erudizione congiungendo quell’umiltà che di rado le si concilia, cercava il disprezzo con tant’arte, con quanta altri l’ammirazione. Padre spirituale de’ più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalíce; amico de’ maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta che scriveva i brevi papali, il medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi fra i cenciosi mendicanti sotto ai portici di San Pietro, come ai banchi de’ cambisti o ai tribunali o nei palazzi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, campando la vacillante virtù; indulgente nelle cose accessorie, quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze; facendosi un deserto della popolosa Roma, nottetempo visitava le sette chiese, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Con dilettazione venerabonda si va ancora a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch’egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all’ombra di begli alberi facea recitare ai giovinetti commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell’arte e del teatro[374].

Col Baronio, ch’egli eccitò al gigantesco lavoro degli Annali, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de’ Preti dell’Oratorio, dove accoglieva la gioventù a devozioni piacevoli, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Gli Oratoriani possono quando vogliano tornare nel mondo, non avendo altre regole che i canoni, altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.

San Filippo con Persiano Rosa aprì l’ospizio di Santa Trinità per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocenquarantaquattromila cinquecento pellegrini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali faceano le stazioni indistinti dal vulgo; e si moltiplicarono le conversioni. Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingue e di storia, da san Filippo fu persuaso a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinato per umiltà a insegnare la grammatichetta: vestitosi oratoriano, scrisse opere di grand’erudizione, e principalmente la confutazione della politica del Machiavelli[375]; e quei che venivano a riverirlo stupivano che un sì piccol uomo sapesse tanto.

Allora preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache e cappucci: e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi, a sensi bisognosi di scosse violente, allora nella ricca varietà de’ sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell’animo, alla mortificazione del cuore, all’educazione dell’intelletto, ad acquistar dominio sopra la carne mediante il vigore dello spirito.

Fra le guerre di quel secolo era cresciuta deh quanto! la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un’infinità d’uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; ben avea dunque ove esercitarsi la carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro i Tedeschi la fortezza di Castelnuovo di Piave dai collegati di Cambrai, e cadutovi prigioniero, tornò sopra se stesso come Ignazio infermo: chè il letto e la prigione sono tremende e fruttifere occasioni a rimeditare il passato e proporre per l’avvenire. Votatosi alla beata Vergine di Treviso e miracolosamente liberato, raduna gli orfani per le isole venete rimasti da quelle guerre e dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e deposta la toga senatoria e vestito da povero, pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli e ad emenda delle traviate: assiste in Venezia gl’Incurabili, a cui faticarono pure sant’Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo: poi con amici nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, ne’ mestieri, nella virtù. Sul Bergamasco lasciavansi in piedi le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni.

De’ primi a seguirlo fu Primo Conti milanese, valentissimo letterato, che stabilì andare a riparo dell’eresia in Germania. Lusingandosi di convertire Erasmo, che pareagli propendere a quegli errori, gli scrisse firmandosi Primus comes mediolanensis. Quel dotto olandese lo credette qualche gran principe, e gli si fece incontro tutt’in cerimonia; poi vistolo arrivare in umile arnese, senza tampoco uno staffiere, rise dell’inganno, ma protestò veder ben più volentieri sì gran letterato che non qualsifosse barbassoro. Il Conti non trasse gran pro dal tepido Erasmo, ma giovò ad altri. Rimpatriato, e a Como e a Milano lasciavasi a lui la scelta de’ professori di belle lettere; i conventi faceano gara per averlo lettore di teologia e di lingue orientali; fu adoprato a preparare materie pel concilio di Trento, ove assistè poi come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia; il dotto vescovo di Como Gianantonio Volpi conosciutolo colà, se ne valse nella propria diocesi, e singolarmente a combattere gli eretici in Valtellina[376].

Ai Somaschi per qualche tempo unita, fu poi distinta la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nel da Cesare de Bussi, milanese nato in Francia, e rivolta a catechizzare i poveri.

Camillo de Lellis da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, è ridotto a far da manuale in una fabbrica de’ Cappuccini: ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un ulcere alla gamba, sente quanto mal giovi agl’infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.

Dopo la peste del 1528 una società a Cremona fondò un ritiro per orfani d’ambo i sessi, che lavorassero seta, bambage, lana; la compagnia di San Vincenzo vi aprì un conservatorio per vedove o mal maritate, uno per le convertite; una casa di soccorso per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d’affitto; nel 62 l’ospedale di Sant’Alessio per gl’incurabili, nel 64 uno pei poveri vergognosi. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant’Antonio: accenna pure l’affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d’uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stretto verno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.