Veronica Franco, che a Venezia teneva convegni rinomati con musica, versi, amori, e stampò lettere e rime[377], contrita aprì per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città. E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano che all’Acquasola pose un conservatorio di zitelle che si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò a Maria i suoi sei figliuoli, e fatta povera per amor di quella, fondò le Annunziate, che sol tre volte l’anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie spirituali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici regolari minori, e la devozione dell’Adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al corano.
In quella città si estesero le confraternite fin a ventuna, dette casaccie per le grandi case ove si radunavano, e che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all’istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone.
Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de’ Pazzi e de’ Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell’obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, molto fu in relazione coll’Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d’amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell’anno, cantati lungamente e tradotti anche in francese e messi in musica. Caterina de’ Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d’amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall’ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.
Suor Angela Merigi di Desenzano, terziaria di san Francesco, a ventisei anni palesò averle Dio ordinato una nuova società, e trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, nel 1515 le pose in protezione di sant’Orsola. Non regole austere, non contemplazione, ma presa a modello Marta la sollecita, rimanevano in grembo alle famiglie, intente a scoprire gl’infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Le fondatrici s’accorsero d’operare una rivoluzione, e dicevano: — Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest’istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l’Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il vangelo del pari che nelle capitali della Francia e dell’Inghilterra: e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi i soccorsi ch’elle prestavano ai guerreggianti nella Crimea.
E la carità trovò un magnanimo campione in Vincenzo di Paolo, popolano francese, il cui nome ricorda quanto essa ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell’Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell’Appennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto; e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti[378].
Allora si pubblicarono libri di più regolata devozione, e legendarj di critica migliorata; e quelli di Pietro Natali vescovo d’Equilio, del milanese Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano vescovo di Verona furono sorpassati da Lorenzo Surio, poi dai Bollandisti.
La riforma doveva insinuarsi in tutta la vita, e fu grand’arte l’impossessarsi dell’educazione, come fecero i Barnabiti, i Somaschi, gli Scolopj, e maggiormente i Gesuiti. Del veder a questi affidata dappertutto la gioventù non sapeano darsi pace i letterati; e Giambattista Giraldi, il marzo 1569 scrivendo a Pier Vettori, riprovava Emanuele Filiberto che nell’Università di Torino aveva abolito la cattedra d’eloquenza e poesia, lasciando ne dessero lezione i Gesuiti, così infondendo (diceva egli) la barbarie più vergognosa.
Certo allora l’educazione e nelle pratiche e ne’ precetti prese un’insolita tinta religiosa; ed anche fuor de’ seminarj insinuavasi la venerazione per le cose sacre e l’incondizionata obbedienza ai papi; gli esercizj ignaziani abituavano al meditare, a frequentare i sacramenti, a voler pulite le chiese, decorosi i riti. Il lodato Sadoleto scrisse un buon trattato in latino sull’educazione; e ad istanza di san Carlo in volgare il cardinale Antoniano, ammirato improvvisatore (Dell’educazione cristiana e politica); cui s’accompagnarono poi i Costumi dei giovani di Orazio Lombardelli senese.
Ma qui rampollava una questione che altre volte si ridestò; convien egli formare il gusto de’ giovani sopra i classici gentili? I Padri primitivi di consueto gli escludevano, attesa l’urgenza del pericolo quando il paganesimo non aveva ancora ceduto le armi alla verità, anzi nella società presentavasi colla potenza degl’interessi, dell’abitudine, della legalità. Nel medioevo decaddero quegli studj, ma se ne sopravvisse traccia fu ne’ conventi; e in questi ci vennero conservati tutti i classici che ci rimangono. Li vedemmo poi fin riprendere il passo sovra gli autori ecclesiastici; laonde alcuno per riazione pensava si dovessero sbandire almen dalle scuole, come ispiratori di sentimenti e di morale pagana. La Chiesa qui pure si mostrò tollerante, e più intesa a volgere in bene che a distruggere gli elementi dell’istruzione. A’ suoi seminaristi san Carlo pose in mano i classici, ma insieme suggeriva alcun che de’ santi Padri, cogli Uffizj di Cicerone quelli di sant’Ambrogio, colla retorica di lui quella di Cipriano; di Virgilio si omettessero le dipinture scandalose; si adoprasse Orazio ma castigato.
Alquanto più tardi, il padre Possevino proferiva a Lucca un discorso, dove mostrava come trarne profitto anche per la morale[379], purchè come antidoto vi si accoppiassero le opere di Pantenio, di Giustino martire, di Eusebio, principalmente di sant’Agostino, i quali diedero cristiana interpretazione alla civiltà gentilesca; vorrebbe che i professori avessero alla mano i santi Padri, e se ne ajutassero per cercare la verità anche ne’ profani, e chiarissero qual divario corre fra la luce pura di Dio, e la imperfetta e nubilosa che i Pagani trovavano ne’ loro cuori, e che faceali parlare da fanciulli balbuzienti, anzichè da uomini ragionevoli; nè si dimenticasse che quanto dissero i Pagani della virtù non è che un’ombra a petto della cristiana; a Cicerone riuscivano enigmi quei che la religion nostra mette in evidenza; gli elogi da lui profusi a se stesso o ad altri, non potrebbero accettarsi come tali da cuori cristiani, i quali devono fondare le loro speranze sulle ricompense eterne, e metter le loro corone ai piedi di Cristo, cui appartiene tutta la gloria e la lode. Quel proposito di Marco Tullio che non si dee vendicarsi se non quando provocati, porge nuovo contrasto fra la perfezione cristiana e la difettiva morale gentilesca, e nel confutarla potrà innestarsi la verità sui giovani germogli. Si mostri che quell’abbondanza ciceroniana non conviene a tutti nè sempre. I trattati della Divinazione e del Destino non s’addicono alla prima gioventù; ma agli Uffizj perchè non s’aggiungerebbe qualche estratto di quelli di sant’Ambrogio, o pezzi di Lattanzio per supplire a ciò che Cicerone non conobbe, o emendarlo ove errò? Così si faccia buon uso d’entrambi, desumendo da Tullio lo stile, dai Padri la dottrina e pietà vera. Non si trarrebbe mirabili frutti d’eleganza e proprietà e pietà dal trattato di Cicerone sull’Amicizia se vi si accostassero i precetti di carità che trovansi nel Catechismo romano e in un’epistola di san Paolo ai Corinti? Unendo ai Commentarj di Cesare gli esempj del libro di Giosuè o dei Re, si opporranno i sani intendimenti della storia, e lo studio dei castighi di Dio contro i Pagani. Santi e istruttivi riusciranno i paralleli fra gli eroi di Roma e di Grecia e i guerrieri cristiani, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d’Ungheria, aggiungendovi quelli che ai dì nostri posero freno alla barbarie orientale, come Vasco de Gama e l’Albuquerque, tanto più che se ne hanno le imprese in buon latino dai padri Emilio, Giovio e Maffei.