Così il Possevino: e chi ripudierebbe tali concetti?

Fra i libri proibiti era giusto comparisse il Decamerone, contro del quale già un pezzo declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperto di gran finestre all’idolatrie ed all’eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra di noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito»[380].

Rincrescendo però di privare gli studiosi d’un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, adattò quel libro, che così comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e ad una nuova emendazione attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl’ignudi del Giudizio di Michelangelo.

Aveva il concilio Tridentino ordinato non si ponessero immagini nelle chiese se non approvate dal vescovo; sicchè nulla vi fosse di falso, di profano, di disonesto, di contrario alla verità delle Scritture e delle tradizioni, di vulgari superstizioni. Le immagini convengano alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. San Carlo ripeteva queste prescrizioni, abolendo inoltre la pia ma abusata costumanza di rappresentare la passione di Cristo o atti de’ santi; nè i visi di questi siano ritratti di persone vive.

Ma i teatri sono compatibili colla religione? Molti asserivano di no: e quelli d’allora vi davan troppo ragione, massime le commedie a soggetto. Una banda di cotesti recitava libertinamente a Milano; san Carlo li colpì d’una decretale, e il governatore inerendovi li sbandi; ma essi ricorsero al santo, mostrandogli come ne resterebbero ridotti in ultima miseria; ed esso accolseli con carità, e permise continuassero gli spettacoli, patto però che sottoponessero l’orditura a persone da lui destinate. Simile precauzione fu pigliata altrove.

Vedemmo come Filippo Neri introducesse gli oratorj, che prima erano laudi cantate in chiesa sopra musica di Giovanni Animuccia, maestro in San Pietro; poi crebbero fino a compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri. Quando però la musica più non era che studio di superate difficoltà, continue fughe, e imitazioni e combinazioni disparate, e poneva gloria in imitazioni di suoni, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, la voce umana non valutando che come un altro stromento, poteva più convenire alla santità di riti che elevino l’anima al Creatore? In composizioni di quattro, cinque, sei, sette e fin otto parti, le parole si intralciavano, nè più offrivano senso; i compositori si permetteano di intercalarne di italiane e perfino di oscene; gli organisti cercavano l’effetto da arie conosciute, e intere messe furono composte sovra motivi profani. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini, per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de’ salmi e la misura sillabica negli inni. I riformatori e cattolici e protestanti ne esclamavano dunque: il concilio di Trento se ne mostrò scandolezzato, come piarum aurium offensio. Paolo IV fece esaminare se dovesse tollerarsi la musica in chiesa; e la commissione a ciò eletta stabilì non si canterebbero messe e mottetti in cui si trovasse quella confusione di parole, nè sopra arie profane, e s’ammetterebbero solo testi adottati dalla Chiesa: ma i maestri assicuravano non si potrebbe in un canto figurato far intendere chiaramente e costantemente le parole, in grazia delle fughe e delle imitazioni, carattere della musica sacra.

— E perchè non si potrebbe?» disse Pier Luigi Palestrina (1529-94). Allievo dei Fiamminghi, che allora tenevano il campo in quest’arte, ed escluso dalla cappella per essersi ammogliato, viveva nella solitudine e nel bisogno, approfondendosi nell’arte sua fino ad elevarsi a composizioni libere e originali. Conosciuto, e posto maestro di cappella a San Giovanni Laterano, puntò i Treni di Geremia, il Magnificat, gl’Improperj, non sagrificando la parola all’armonia. Invitato a comporre una messa che servisse di sperimento, vi si pose come uomo che deve salvar da morte la sua arte: sul suo manoscritto si trovò, Signore, illumina me; e dopo due poco felici tentativi, gli riuscì la famosa missa papalis a sei voci reali nel genere antico italiano, con melodia semplice, rispettando l’espressione rituale, e adattandola alla varia significazione de’ cantici e delle preghiere: onde la paragonava alle celesti che l’Apostolo prediletto udì nelle estasi sue.

Bastò perchè fosse vinta la causa a quest’arte come alle altre; e mentre la Riforma non sapeva che distruggere e abolire, anche in ciò la Chiesa ravvivava e santificava[381]. Preso un motivo, il Palestrina lo svolge con tutto l’artifizio del contrappunto fugato, rimovendo qualunque accompagnamento strumentale. Precisione, chiarezza, severo rispetto dell’armonia, grazia, verità d’espressione unita a gusto delicato, nobile semplicità nella modulazione, il fanno ammirare; e mentre nei Fiamminghi tutto era ritmo e matematica, egli possedeva lo spirito, l’unzione; cantava invece d’argomentare; alle forme materiali dava serenità e vita, quasi volesse effettuare quel concetto di san Bernardo che la musica sit suavis at non sit levis, sic mulceat aures ut moveat corda, tristitiam levet, iram mitiget, sensum literae non evacuet sed faecundet[382]. Non raggiunse la pienezza dell’arte, sicchè possiam paragonarlo al Perugino: e sebbene tuttora povero di melodia, sì possedeva il sentimento puro dell’armonia e della tonalità, che altri non seppe con pari felicità ed eleganza far cantare quattro, sei, fin otto parti distinte. I madrigali suoi sono ancora l’inarrivabile emulazione de’ contrappuntisti; ma chi assistette un venerdì santo alla cappella Sistina, dica se non possa esprimere più al vero l’intimo senso della Scrittura, e la significazione sua simbolica. Handel e poc’altri ne pareggiarono la maestà di stile; nessuno la potenza, il profondo e semplice accento, la mistica tenerezza, l’incantevole soavità delle armonie, per rivelare i dolori della madre d’un Dio o le ambasce dell’Incarnato, o trasportarci in un mondo invisibile ad ascoltare le sinfonie di cui gli angeli circondano il padiglione dell’Eterno.

Mentre dunque, al principio del secolo tutto era paganeggiato ne’ costumi, nelle arti, ne’ governi, nella chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si nutriva; potenze ecclesiastiche robustissime entrano ne’ consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll’acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l’autorità di Pietro.

Se la Riforma non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi cui l’alta istruzione veniva affidata, se anche gli Ordini nuovi s’intepidirono o corruppero, ecco la carità che aveva balsami per ogni piaga, e impediva che la corruzione toccasse all’estremo. Anime stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio: le Suore della carità lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane sepellendosi anticipatamente, parevano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dappertutto; cercando l’ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia; e il rinvigorito spirito cristiano combatteva l’effervescenza della carne e la voluttà sensuale.