CAPITOLO CXLVII. Quistioni giurisdizionali. Diritto cattolico. Il Sarpi e il Pallavicino.

Fra tanta divergenza d’accidenti e di dogmi, unico proposito conforme della Riforma si fu l’abolire la centralità papale, opponendo le nazionalità alla cattolicità, il giudizio personale all’unità della fede, subordinar la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione; il fôro interno all’esteriore. La cristianità non fu più una contro un nemico comune, gl’infedeli; ma si trovò scissa in due campi ostili, da cui e in cui si avvicendavano le persecuzioni. La Riforma diede importanza agli studj; le lingue antiche si trovarono necessarie per le controversie religiose, ma nel vortice di queste la bella letteratura naufragò; il sospetto fece reprimere la coltura in paesi dove avea preso tanto incremento, come fra noi; l’antichità non considerossi più in connessione coll’intera storia del mondo; e sul greco e sul romano si concentrò l’attenzione di cui parvero men degni i mezzi tempi, che pur erano la fanciullezza e la gioventù delle società moderne; e il ripudiarne ogni provenienza spense l’originalità. L’immaginazione, che addormentatasi fra i popoli classici col restringersi a imitare e compilare, era stata poi ridesta dalla fede, dovette cedere alla ragione positiva, la quale acclamò il pensiero come forza sterminatrice o conservatrice, e travolse in dispute, che più non furono risolte. Separato il mondo della scienza da quello della fede, provveduto piuttosto a opprimere l’opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguirono reazioni violente, la tirannide del pensiero nella proclamata sua emancipazione, e la necessità di nuove rivoluzioni.

Più ch’altri ne deteriorò l’Italia, cessando di essere la metropoli del mondo; sicchè più non v’affluivano le ricchezze e cognizioni, sfogo all’attività, stimolo agli ingegni colle speranze prelatizie. A tanti scritti liberissimi fu imposto silenzio o punizione; e per ovviare gli abusi, impacciata la vera scienza. Il papato, nell’aspetto temporale, fu ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara cogl’intrighi e coll’abile schermirsi in situazioni scabrosissime.

Quando Roma ebbe tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col chiarire il dogma ed emendare la pratica, represse ne’ meridionali la propensione alla Riforma, in aspetto di conquistatrice s’accinse a ricondurre alla sua autorità i divaganti, e ripigliò l’offensiva, posando come assolute le sue verità, e negando che fuor di queste si dia salute; avrebbe anche voluto togliere ogni diversità interna di chiese nazionali, di riti distinti, credendo prova di forza l’esigere l’unità assoluta. Dissipate le false Decretali, l’autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e il diritto ecclesiastico venne rigenerato. Come le reliquie d’un esercito scompigliato si rannodano attorno allo statomaggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di restringersi al papa; e principalmente i Gesuiti, animati dall’alito del ringiovanito cattolicismo, si diedero a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea farsi un solo ovile; e un nuovo grandioso campo s’aperse alla letteratura teologica e storica nel sostenere la verità e le ragioni di Roma.

Come l’autorità civile proibisce la vendita dei veleni, o provvede ai cani idrofobi, alle esalazioni deleteriche, così l’ecclesiastica si credette in dovere di proibire le cattive stampe. Da qui gl’indici di libri proibiti, de’ quali i primi si fecero a Lovanio e a Parigi: poi Paolo IV, in una costituzione nel 1564, oltre quelli specialmente indicati, proibiva in generale tutti i libri di magia o altre superstizioni e i lascivi ed osceni, eccettuando i classici antichi per riguardo all’eleganza; i libri d’eresiarchi, non quelli di eretici; nè le traduzioni di scrittori sacri fatte da questi, purchè nulla contengano di erroneo. Per la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici. Pio V regolò questa materia mediante la Congregazione dell’Indice, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, badando men tosto alle opere d’eretici che di cattolici. Quando un di questi sia deferito al tribunale dell’Indice, verrà preso in serio esame dal secretario con due consultori, e se lo trovino condannabile, se ne farà una ragionata informazione, che verrà discussa da sei consultori sotto al maestro del sacro Palazzo; e proferita la condanna o la correzione, sarà sottoposta al papa. Trattasi d’autore illustre e di fama integra? si proibirà finchè sia corretto; se ne comunicheranno all’autore i motivi e le correzioni da farsi; e solo s’e’ ricusi verrà pubblicato il decreto, o se l’opera sia divulgata. Se è d’autore cattolico di bel nome, e la cui opera emendata possa giovare al pubblico, è necessario se ne sentano le difese. A censori poi si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci luogo a odio o favore, e credansi destinati non a condannar l’opera, ma ad esaminarla equamente; pesar le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d’istituto, di parte; ricordandosi che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure senza detrimento della fede sono rejette da altri cattolici. Sovrattutto s’abbia a mente che d’un autore non può giudicarsi se non leggendo intera l’opera, comparando i differenti passi, e badando al fine di esso; non proferendo sopra una o due proposizioni staccate; giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, spiega chiaro e abbondantemente altrove.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l’autorità inappellabile del concilio: ma v’aveva articoli che toccavano la società secolare; quali sarebbero i privilegi del fôro ecclesiastico, l’esclusione de’ giudici secolari dalle cause di curia; il divieto ai principi di tollerare il duello, di far editti su materie e persone di chiesa, di esigere gabelle e decime, di voler mettere l’exequatur alle bolle pontifizie; e la scomunica minacciata a chi facesse altrimenti, od usurpasse beni e ragioni ecclesiastiche. Anche contro i laici violatori dei precetti divini si comminarono pene; riservato ai vescovi l’approvare i maestri, l’espellere le concubine, l’ispezione sui luoghi pii, i monti, gli spedali; obbligati i parrocchiani a supplire alle prebende inadeguate dei pievani. Da tali decreti parvero lesi molti interessi, ed intaccata quella sovranità indipendente, a cui i principi aspiravano; i quali pertanto reluttarono contro il sinodo. Venezia era stata la prima a dar l’esempio d’adottarlo senza restrizioni; indi Cosmo di Toscana, poi la Polonia e il Portogallo; ma altri potentati fecero riserve per le consuetudini o le leggi de’ loro Stati; la superiorità dei concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta da’ Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, negando l’infallibilità del papa diviso dal consesso della Chiesa: e ne vennero dissensi che turbarono il seno della Chiesa cattolica; principi che aveano declamato contro gli abusi, non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato.

Che l’autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell’ordine della propria competenza, l’avea mal compreso il medioevo, e peggio l’evo moderno: anzi l’atto effettivo della Riforma era consentito nel sovrapporre il temporale allo spirituale, e i papi si rassegnarono a molte concessioni onde salvare la Chiesa. Perocchè di primo achitto i principi s’accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma concentrando in sè i poteri e incamerando i beni; anche quei che restarono cattolici, se ne valsero per isbigottire i papi, e ridurli alle loro voglie colla minaccia di abbandonare la messa per la cena e pel sermone; e alla monarchia cattolica del medioevo parve volessero sostituire la monarchia politica. Le controversie teologiche si risolsero dunque in dispute sull’autorità regia; frangere le barriere opposte dall’immunità e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l’intento comune; quasi uno Stato, per trovarsi davvero indipendente, non dovesse lasciar veruna ingerenza ad altri, nè autorità che non fosse concentrata nel governo. I Protestanti lo avevano conseguito di colpo coll’aperta ribellione; i Cattolici s’ingegnarono con mezzi termini di accordare la coscienza coll’ambita onnipotenza: a tal uopo fomentavano le ambizioni particolari, e con titolo d’indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali chiese, necessariamente docili al potere che loro permetteva d’esistere; e così passo passo ottennero le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti avevano carpite.

Di rimpatto la Chiesa, sentendosi robusta e rinovellata nella precisa espressione del dogma, parve si lusingasse di far rivivere i tempi della sua prevalenza, e anche per questa parte correggere il paganizzamento della società. Adunque ridestò le pretensioni che in un’età organica aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e si asserì di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato, il papa essere superiore a qualunque giudizio, e decadere il re che esca dal grembo cattolico.

Il proprio simbolo espresse Roma nella famosa bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo; la quale ebbe l’ultima mano da Pio V, e suole citarsi come il massimo dell’arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo e spogliandola delle frasi conformi al tempo, essa, in ventiquattro paragrafi, scomunica gli eretici di qualsiano nome e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, stampa, diffonde; chi appella dal papa al concilio, o dalle ordinanze del papa o de’ commissarj suoi a’ tribunali laici; i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi spoglia navi di Cristiani naufragate; chi impone nuovi o rincarisce gli antichi balzelli a’ suoi popoli; chi dà ai Turchi munizioni da guerra o consigli; chi fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell’esercizio di loro giurisdizione, mette la mano sopra le entrate della Chiesa, cita ecclesiastici al fôro laico, impone tasse al clero, occupa o inquieta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna.

Dopo Lutero e Grozio[383] chi sarebbesi aspettato così elate pretendenze? ma le riazioni trascendon sempre, e nel diritto come nella buona guerra il miglior difendersi è l’attaccare. Se non che poco erano disposte a condiscendere le Potenze; i principi d’oltremonte ripudiarono quella bolla; altri l’accettarono, col proposito di modificarla nell’applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l’Albuquerque governatore di Milano vi negò l’exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; in Savoja si conferivano benefizj al papa riservati; a Genova erano proibite le assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l’Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica; i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell’applicazione la tremenda bolla, ma i frati la zelavano a rigore; e guaj a parlare di tasse sui beni di ecclesiastici; negavano l’assoluzione, donde vennero tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona.