Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso per la sua feudale dipendenza; e il vicerè duca d’Alcala fece risoluta opposizione alla bolla, sino ad arrestare i libraj che la stampassero[384]; fu condannato alle galere uno che avea pubblicato l’opera del Baronio contro il privilegio, chiamato la monarchia siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e di chi moriva intestato poter qualche tempo tenere i beni applicandone una parte a suffragio del defunto: alcuni scomunicavano chi mettesse ed esigesse imposizioni: la piazza di Nido a Napoli ricusava un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa; nei casi misti, cioè sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, voleasi potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all’uno o all’altro fosse prima recata la querela; fonte d’inestricabili alterazioni. Il papa dava rinfianco all’opposizione, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale, fu privato del viatico chi, ne’ consigli vicereali, aveva opinato in contrario; e i doveri di suddito erano posti in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di comporre. Vi si aggiungevano le citazioni che faceansi alla corte di Roma, e i visitatori apostolici, che il papa mandava nel regno per esigere le decime, esaminare l’uso fatto de’ beni ecclesiastici e le alienazioni indebite. Onde aver denari per costruire San Pietro, Roma aveva instituito in varj luoghi, e nominatamente nel Napoletano, un tribunale, che durò fino al 1647, per esaminare se fossero adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio d’essa fabbrica; il che attribuiva ai nunzj una giurisdizione molesta e facilmente abusata.
Perchè mancasse stimolo alla declamata avidità dei prelati, era stabilito che delle ricchezze da loro lasciate non redassero i parenti, ma la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo, ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall’ispezione sull’adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di vedere i testamenti, e scoprire così i segreti di famiglia, e fisicare sulle frodi supposte. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per sciogliere temporarie unioni, e le curie voleano all’uopo valersi di birri e carceri proprie; i principi non tolleravano questa diminuzione della loro autorità, e giudizj non solo, ma armi indipendenti dall’unità che si andava introducendo. Adunque una concatenazione di litigi, che neppur oggi perdettero senso e importanza; perocchè in fondo erano le quistioni costituzionali d’allora; la libertà, questo Proteo irrefrenabile, compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore; e non è strano se di siffatte importanze s’empie la storia interna della Chiesa di questo secolo e del seguente[385]. Stefano Durazzo arcivescovo di Genova, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d’eminenza che allora cominciavasi dare ai cardinali: non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche assai tempo dopo che l’arcivescovo ebbe rinunziato. Carlo Borromeo cozzò assai coi governatori di Milano che alle riforme opponevano i diritti regj, come il senato opponeva i privilegi della Chiesa milanese. Peggio ancora suo cugino Federico, che due volte per ciò viaggiava a Roma, e che minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze della città, arrogavasi giurisdizione sui possessi ecclesiastici[386].
Della politica romana che la supremazia papale professava più alteramente quant’era più minacciata, e pretendeva insegnar doveri ai re e diritti ai popoli, è rappresentante il gesuita Roberto Bellarmino da Montepulciano (1542-1621). A ventidue anni egli saliva già i più celebri pulpiti: da san Francesco Borgia spedito all’Università di Lovanio perchè si opponesse all’eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di famosissimo partito: combattè Bajo che deviava in un punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per salute si restituì a Roma. Quivi servì da teologo, e produsse le insigni Dispute delle controversie della fede. In queste espone prima l’eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de’ teologi, rinfiammandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de’ concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d’ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità scolastiche e dal formalismo di scuola, se erra talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici non ancora passati al vaglio d’una critica severa, non di rado arditamente ripudia scritti apocrifi: non inveisce contro gli avversarj, ma li ribatte con chiara e precisa brevità, appoggiato all’autorità dei teologi: e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell’eresia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a rimbrotti de’ teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza». Ad attestarne il merito, basterebbe la quantità di quelli che lo confutarono[387]; anzi si eressero cattedre a posta per ciò. Anche il suo catechismo non v’è lingua in cui non fosse tradotto.
Nè gli eretici lasciavano quiete, o mostravano tolleranza. Un inglese entrato in San Pietro di Roma, mentre il sacerdote stava per elevar l’ostia, l’assalì per istrappargliela di mano, e sparse per terra il calice; onde assalito dal popolo, fu battuto, poi consegnato all’Inquisizione; e confesso d’essere venuto con altri in Italia per commettere simili atti, fu condannato al fuoco, che subì «con tanta fermezza che ha dato da ragionare assai»[388]. Un altro pubblicò un «Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese», sozzo di bestemmie contro il papa e il papato, e che ebbe confutazione dal Bellarmino.
La Riforma, mentre seminava l’Europa di sanguinose eppur feconde ruine, turbò gli animi con opinioni variabili quanto le teste: dubbj nell’intelletto e scrupoli nella coscienza nascevano dall’essere rotto l’equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri. Scassinata l’autorità divina, fu forza cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni: ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al potere in nome del diritto non del dovere, o zelando un patriotismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e incita alla disobbedienza.
Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler anche che la Chiesa partecipasse al potere che essi concentravano tutto ne’ principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi ponevano nelle leggi l’unica fonte dell’obbligazione; d’insegnare con san Tommaso che l’obbedienza ai re è subordinata all’obbedienza dovuta alla giustizia.
I teologi nostri sostenevano che la prerogativa del pontefice sovrasta alla politica, perchè di diritto divino: se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimente qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, — Il popolo», sancendo così la sovranità di questo. Secondo il Bellarmino, la podestà civile deriva da Dio; e prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana; e non essendo connessa ad alcun uomo in particolare, appartiene all’intera società; questa non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, col diritto di cambiarli[389]. Nell’opera De summo pontifice capite totius militantis Ecclesiæ, la supremazia papale vuole indipendente da qualsiasi giudizio; anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[390]. Però negli affari civili il papa non deve maneggiarsi, salvo ne’ paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli se turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, qual che ne sia la cagione, eccetto i suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri ove lo esiga la salute delle anime[391]. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino la temperata dall’aristocrazia; e se pur dice che il papa può dell’ingiustizia far giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[392]. La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; ma neppure gradì a Roma, anzi Sisto V la pose all’Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata.
Fra i tanti libelli usciti contro di lui, uno narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla sacra casa di Loreto a confessare sue colpe; ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr’egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutta Europa volava il suo nome; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notaro attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questo uscisse, fece rogar atto d’averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria; il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam; e morendo santamente, professava non solo la fede cattolica, ma quanto alla Grazia pensare come i Gesuiti.
Volemmo badarci sul Bellarmino perchè in lui si personifica ciò che di più avanzato si rinfaccia alla santa Sede, e perchè quelle dottrine ebbero grande efficienza sulle sorti delle nazioni. Anche l’altro gesuita Santarelli insegnava potere il papa infliggere ai re pene temporali, e per giuste cagioni assolvere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell’opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l’indipendenza dei re[393].
Son queste le opinioni, per le quali i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, fautori del tirannicidio, insomma precursori dell’odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero e della libertà: e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un’istruzione sull’Indice, raccomanda «si abolisca ciò che sente di paganesimo, e che dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il liberalismo.