Eppure corre opinione che la Riforma introducesse la libertà, e che la Chiesa nostra la bandisse. Vero è bene che questa, ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, si alleò coi re, a scapito del carattere popolare che l’avea controdistinta nel medioevo; e la tirannide uffiziale, introdotta dai principi protestanti, si estese pure ai cattolici, perchè il clero la pensò opportuno freno al popolo; i principi, minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono; a vicenda i fautori della Riforma, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza, la denunziavano come sostegno dell’assolutismo, ottenendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare, e che tanto pregiudica alla vera libertà.
La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei, v’erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l’indifferenza; l’autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteano fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo: aggiunge però: — Non ho mai conosciuto alcun Veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d’Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l’anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell’animal bruto, e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».
Fin dal 1520 Burcardo Scenck gentiluomo tedesco scriveva a Spalatino, cappellano dell’elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l’eresiarca, e solo dopo uscito il popolo di chiesa[394]; Lutero stesso felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio[395], e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s’adoperava; come di là erano dirette esortazioni a Melantone affinchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l’aspettazione degl’Italiani[396]. Molto oprò a propagarvi la Riforma Baldo Lupatino, per cui consiglio Matteo Flach di Albona in Istria (Flaccius Illiricus) suo compatriota e parente, fuggì in Germania, e fu principal penna nelle famose Centurie Magdeburgensi[397]. Baldassarre Altieri d’Aquila, stabilito a Venezia e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s’istituisse una chiesa[398].
Sappiamo che il Bruciòli pubblicò a Venezia la sua Bibbia vulgare; le opinioni di sant’Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio vi furono stampate il 1545 da Agostino Fregoso Sostegno; ivi predicava l’Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio; a Treviso si formò un’accolta di novatori; e in una a Venezia il 1546 tennero conferenze circa quaranta persone che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti; Giorgio Rorario da Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[399]. Jacopo Brocardo veneziano seguì Calvino, e pretese confermare colla santa Scrittura le visioni che dicea d’avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma fu scoperto e arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Olanda, in Francia, dove il sinodo nazionale della Roccella proibì la sua Interpretazione sopra la Genesi: in Olanda ritrattò i suoi libri mistici e profetici, pure ne fu sbandito e campò miseramente fin dopo il 1594. Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuta cognizione della Riforma, dissimulò, finchè a gradi a gradi divenuto patriarca d’Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò ad insinuare le novità: se n’avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma col sostegno dell’Inghilterra e dell’Olanda fu ristabilito, e pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare; diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.
Venezia fin dal 1248 (tom. VI, pag. 354) stabilì si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d’empietà; quarantun anno prima che, ad istanza di Nicola IV, introducesse la santa Inquisizione, alla quale tenne poi sempre la briglia, volendo ai processi assistessero tre nobili, le ammende si avocassero all’erario, i beni de’ rei andassero agli eredi, non al fisco, nè potesse giudicare Ebrei e Greci, ai quali fu sempre lasciato libero culto. Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, lo arsero, e l’autore mandarono attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione, e nulla più. Del resto Venezia vi suppliva co’ Savj sopra l’eresia e cogli Esecutori sopra la bestemmia, destinati ad approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, castigare chi celebrasse messa non ordinato, punire chi bestemmiasse o violasse cose sacre.
Anche qui si crebbero i rigori dopo che ne apparvero le conseguenze. Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scrive: — Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro che in questa città di Bergamo si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicamente disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno»; ed essendosi il papa lagnato che il capitano e il podestà di Vicenza lasciassero predicare l’errore, la Signoria emanò ordini severi e cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all’Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco Rovigo condotti a Venezia e strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spìnola prete milanese, frà Baldo Lupetino suddetto; i restanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.
Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l’Inquisizione, l’ambasciatore veneto Pietro Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, «ma troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini ufficj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l’informazione avuta del contrario». E altra volta: — Venne a trovarmi l’inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l’aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d’avere sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio; ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa Sede; che sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto netta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».
Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria veneta stava attentissima contro gli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de’ cittadini, che ne sarebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiunge che il consiglio dei Dieci vi bada attento, «ma che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita..., che quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile; che in Francia e ne’ paesi di Fiandra si erano fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell’opinione dei morti; che il consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s’intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe pututo fare per gli ordinarj termini di giustizia»[400].
È vero che Venezia si tenne sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici, nè si lasciava impacciare da ecclesiastiche immunità[401], anzi professandosi «prima veneziani che cristiani», spingevasi l’ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de’ signori Veneziani[402]. Un Gesuita raccoglieva i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità; ma la Signoria riflesse che i gondolieri praticano con persone d’ogni grado, e quindi possono servire allo spionaggio, e proibì quella congregazione, e cacciò il Gesuita. Un altro declamava contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in ajutare il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla repubblica; e la Signoria lo sbandì.
Il clero indistintamente restava sottoposto alla giurisdizione dei Dieci, ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero sul tappeto affari relativi a Roma, venivano rimossi dal consiglio i papalisti, vale a dire quelli che tenessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso da qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l’anno, Venezia chiedeva un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de’ cardinali; e lo ottenne dal papa. Alle trentasette sedi vescovili l’investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n’avea tratta a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene anche le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. E quando Innocenzo VIII pretese l’incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d’Aquileja, la Signoria si oppose, com’anche alle decime ch’e’ volea levare sopra le istituzioni di beneficenza. Nominato da Pio IV vescovo di Verona Marcantonio da Mula allora ambasciatore a Roma, la Signoria ricusa riceverlo: eletto cardinale, fa altrettanto, mandando scuse al papa, ma ai parenti del cardinale vietando d’assumere la veste purpurea in segno di festa; e si rimase saldi al no, scrivendo al papa: — Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà».