Mal dunque si rassegnava Venezia alle pretensioni papali; non volle che il Vendramin, da essa eletto patriarca, dovesse subir l’esame a Roma; la bolla In Cœna Domini proibì di ricevere o pubblicare; non che esercitar giurisdizione sovra persone ecclesiastiche, n’era tanto gelosa che gl’Inquisitori di Stato, avuto spia che in casa del nunzio si discorreva «che l’autorità del principe secolare non si estende a giudicare ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani i quali tenessero simili discorsi fossero notati su libro apposito «come poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[403].

Un frate a Orzi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo ch’egli avea preso per sicurtà. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo dissacri; e poichè questo esitava, alcuni in consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s’impaccerebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l’abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano imputati di enormi colpe, e rinnova l’antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.

Se n’adontò Paolo V, papa di rigorosa virtù e infervoratissimo della primazia ecclesiastica, per la quale lottò con Lucca, Malta, Savoja e Genova non solo, ma con Francia e Spagna sempre prosperamente, e ripetea: — Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Egli scrisse minaccie al doge (1606), e non ascoltato spedì monitorj e scomunica severissima[404]: la Signoria ne mostrò dolore, ma non cambiò guise; intimò guaj a chi «lasciasse pubblicare il monitorio», impose che i preti continuassero le uffiziature; Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali credettero dover obbedire al papa anzichè al principe secolare, furono mandati via, e partirono processionalmente dallo Stato con un crocifisso al collo e una candeletta in mano; al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl’ispirerebbe, il podestà soggiunse: — Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Tutta Europa vi prese parte, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate; Enrico IV sosteneva i Veneziani, la corte di Spagna rifiutò il loro ambasciatore come scomunicato; tesi e consulti furono scritti e contro e in favore dai migliori giuristi, e singolarmente dal celebre Menocchio, preside al senato di Milano; i più sosteneano ne’ governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e degli ordini pontifizj; e quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti, che nella Vita di Sisto V scrive: — I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono far lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandolosi».

Il Governo veneto si mostrò allora rigorosissimo, e n’ebbe congratulazioni dai Protestanti, i quali vi sperarono occasione di scattolicizzare l’Italia. Più che in altri essi confidavano in Paolo Sarpi (1552-1623), frate servita, di San Vito al Tagliamento. Fu egli uno de’ maggiori ingegni di quell’età, e settecento suoi pensieri manoscritti mostrano come sentisse addentro in geometria, algebra, meccanica, fisica, astronomia, areometria, architettura. Nell’Arte di ben pensare s’accorge che i sensi non ingannano, riferendo essi all’intelletto ciò che loro si presenta, e che alle scoperte sono inetti gli assiomi. Teologo della Repubblica veneta, nel litigio di questa contro del papa fu condotto ad esaminarne il diritto, e con ragioni ed autorità sminuire l’ingerenza di questo ne’ negozj civili; e sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[405], venne ad infervorarsene per modo, che personificò l’avversione alla santa Sede. Nella Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, domanda: 1. nel pontefice e nella Chiesa v’è autorità di scomunicare? 2. quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3. la scomunica è appellabile? 4. è superiore il pontefice o il concilio? 5. per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de’ proprj Stati? 6. per impedire la libertà ecclesiastica s’incorre giustamente nella scomunica? 7. qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8. il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9. una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10. il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d’ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11. ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12. quanto si estende l’infallibilità del pontefice?

A tali quistioni rispondeva in somma, che la podestà del santo padre si limita alla pubblica utilità della Chiesa: il cristiano a quello non dover obbedienza assoluta, e prima esaminare se il comando è conveniente, legittimo obbligatorio; che se obbedisce alla cieca, pecca: quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non deve tenersene conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando fulminata contro la moltitudine: non può sussistere se non s’appoggia a peccato anticipatamente minacciato di scomunica: il concilio di Trento, fuoco di sant’Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell’infliggerla, ma erra quando vuole che chi vi persevera un anno, sia dato all’Inquisizione come sospetto d’eresia; e quando vieta al magistrato secolare d’impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì meno scandali che la latina; ed è patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e se la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l’autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch’egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de’ dominj. A rincontro, gli ecclesiastici non han nulla di esente dalla potestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni loro altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

Del resto l’impugnar Roma non era prova d’eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo sbraveggiando il papa umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; sommessissimo si mostrava a’ nobiluomini del suo paese, e lusingando ad essi ed alle opinioni interessate, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fino alla tortura; e l’insinuare alla repubblica provvedimenti tirannici. Che nella Quarentìa si giudicasse per consulti gli spiaceva, e al più li tollererebbe nelle cause civili; le criminali vorrebbe tutte assunte dal consiglio dei Dieci[406], il quale escludeva il dibattimento. Raccomanda di tenere ben depressi i nobili poveri, chè, come la vipera non è buona nel freddo, così i nobili nella bassezza. Suggeriva d’opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, togliervi ogni occasione d’agguerrirsi, dar pane e bastonate, serbando l’umanità per altre occasioni; nelle provincie d’Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da’ Veneziani; quei che ne’ consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo; vi si trova qualche capoparte? sterminarlo sotto qualche pretesto, cansando la giustizia ordinaria; e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice[407].

Altrove denunzia come «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l’ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze: che, purchè l’uomo sappia far sì che non sia scoperto, tanto basta: che le imposizioni e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi che le impongono scomunicati; insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti: che sia necessario temerli per forza, ma in coscienza sia lecito fare ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione». E conchiude suggerendo una rigorosa legge sopra le stampe.

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne l’assoluzione e ricevimento cortesissimo: poi repente fu arrestato dal Sant’Uffizio, e per avergli trovato libri proibiti, scritture ereticali, e carteggi esprimenti intelligenze col re d’Inghilterra, fu appiccato ed arso in Roma. Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il francese medico Asselineau, caldo di quei maneggi e che spesso scriveva invece di frà Paolo, ebbe a dire: — Pare Dio abbia per l’Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[408]. Egli fece il quaresimale (1609) «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay; e frà Paolo gradiva che ne pigliassero disgusto i Gesuiti, de’ quali non è male che non dica in ogni occasione, nè lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla repubblica; procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e — Non c’è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè»[409].

Esultavano i Protestanti alle scritture che, in occasione dell’interdetto, pubblicavansi contro Roma; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: — Il signor Carlo Harlay di Dolot m’ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell’esposizione del Salmo XI: — A Venezia riceverassi il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberalmente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».