Del resto chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l’avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. E di siffatti non difettava Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell’interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; un Querini, autore dell’Avviso pernicioso; don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, colà fuggito, ove continuava a celebrar messa benchè sospeso dal pontefice[410]; l’erudito Domenico Molino; un Malipiero, «uomo d’una pietà senza fuco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[411].

Faceano capo all’ambasciatore d’Inghilterra ed al famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse la Storia dell’Interdetto e quella dell’Inquisizione di frà Paolo; e la pratica continuò anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Giovan Diodati, discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea tradotto la Storia di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze scriveva il Bedell, Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l’ambasciator suo e frà Paolo.

Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinal Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di liete accoglienze da alcuni nobili, poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua traduzione italiana della Bibbia e scriveva: — Non sono senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto gran breccia, per dove è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: — A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per avviso dell’ambasciator d’Inghilterra in Venezia, io fo attualmente stampare il Nuovo Testamento a parte in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E può essere che questo sarà il meno, di servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e i progetti sono tutti formati, i quali il tempo è vicino molto a dar fuori, siccome io spero in nostro Signore».

Al Duplessis-Mornay, detto il papa de’ calvinisti francesi, e autore del Mistero d’iniquità, esso Diodati porgeva contezza come già da due anni stesse in pratica di riformar Venezia; da lettere di colà venir assicurato che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che si crederebbe essere a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de’ nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati soggiungeva: — Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la novità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che avendo i preti esatto, prima di assolverli, che i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d’un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s’en est ouï nouvelles; tellement que, depuis l’accord, ils ont plus fait mourir de prêtres et autres ecclésiastiques, qu’ils n’avoient fait en cent ans auparavant. Anzi Link, emissario dell’Elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj; avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; e se si aggiungano quelli su cui poteano aver influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l’effetto dei loro desiderj.

Eppure, non che risoluzione, neppur mai proposta ne fu fatta. E come? In Venezia tutto era cattolico, l’origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti; ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l’inquisizione contro l’eresia; ivi sulla religione innestata la politica, per la crociata perenne contro gl’Infedeli; ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma superiore al nobiluomo e al senatore. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un governo eminentemente conservatore poteva mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell’interdetto, e in tutti gran franchezza ci apparve, ma soggezione cristiana e desiderio di ricomporsi; e chi ha occhio dica se è culto che perisce quello che fabbricava allora tante splendide chiese.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso, nè però deponeva le speranze; quei due frati adoprarsi a tutt’uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza[412] pei monaci. Alfine egli confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch’e’ non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l’apostato De Dominis a Giacomo I d’Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».

Del quale Sarpi, oltre le Storie, abbiamo e fatti e lettere, che della fede sua fan molto dubitare. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell’opera tenersi offesa la Signoria veneta perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell’opera del Vignerio e all’esposizione sua dell’Apocalisse, ove riscontra l’anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Edvino Sandis, sullo stato della religione in Occidente, ove riduce a superstizione e inezia la pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani[413].

Quando il Priuli ambasciator veneto tornava di Francia, Francesco Biondi suo segretario imballò moltissimi libri ereticali; il qual Biondi poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell’Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch’era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[414].

Era costui Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l’Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra, ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». Coll’eguale bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Quelli che si lusingavano di veder Venezia protestante, ebbero per buon segno il suo legare intelligenze coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[415], così dando credito agl’insorgenti: ma era un provvedimento politico. Confidavano che Enrico IV, per la nimicizia con Casa d’Austria, vi favorirebbe le novità; ma inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant’erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l’intento; e se il papa si ostinasse, Venezia la romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio[416]. Questa diretta denunzia costringe il Governo a provvedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed — È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con questa lettera. Se sarà guerra in Italia, va bene per la religione, e questo Roma teme; l’Inquisizione cesserà, e Evangelio avrà corso»[417]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[418]. Nelle lettere di quel torno compiange che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s’accomodano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e — Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti dei principi riformati e massime de’ Grisoni, perchè questi farebbero l’esercizio in italiano[419]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione; nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[420]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di veder compiuta la sua opera[421].