Fatto è dunque che il litigio col papa poteva incancrenirsi; ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentili a rallegrarsi che, in mezzo a Venezia, fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[422]: ma il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che si svertasse l’autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali se avessero dato segno d’apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d’ogni paese, di che si risusciterebbe un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrona per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per riconciliare Venezia col papa[423].
Un tale pericolo affliggeva le anime pie, e forse ne morirono di dolore Agostino Valier cardinale di Verona, Matteo Zane patriarca di Venezia; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de’ sette teologi veneziani. Da lui francheggiata e dal Baronio, Roma raccolse anche armi, finchè l’imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi ripristinarono la pace, consegnando i carcerati al nunzio pontifizio (1607 aprile), che fu mandato con istruzioni moderatissime[424], derogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti; e Venezia non fece verun atto d’umiliazione o ritrattazione, solo usò temperamenti; il doge ritirò la protesta che avea fatta contro l’interdetto; il papa ricevette cortesemente l’ambasciadore Contarini, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa Sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d’Italia; che non voleva ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant». Giacomo I d’Inghilterra re teologastro, pubblicata allora l’Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, la mandò a tutte le Corti; il re di Spagna e il duca di Savoja non vollero riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall’ambasciadore in collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al gran cancelliere, che la chiudesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al collegio la censura che Roma avea proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito; onde il collegio gli espose l’operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l’ambasciadore, tanto che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì bene discorse, che il re lodò il procedere de’ Veneziani[425].
Dileguarono dunque le speranze di riforma, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti; dice che «è sicuro assolverebbero d’ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «che essi si vantano di dovere fra poco poter tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[426]; e al signor Dell’Isola scriveva: — De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e le massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro costituzioni stampate, nè però è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, e usino tanto ardire e zelo nell’operare».
Si trovò infatti chi finse i Secreta monita, ma l’accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione sicchè non ne avvertisse l’assurdità: — L’ho scorso, e m’è parso contenere cose sì esorbitanti che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiam sentito odore in Italia: forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia».
Chi dunque fa tutt’uno i Gesuiti e santa Chiesa, dovrà sentenziare al rogo frà Paolo: ma vogliasi in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a’ Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de’ Protestanti perchè, nelle guerre d’allora, contrabilanciavano Casa d’Austria. Pur jeri (1856) il mondo non parteggiava pei Turchi, sol perchè nemici alla Russia? inferiremmo da questo che l’Europa propendeva all’islam? Alla curia romana, che bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un’ostilità, accannita da puntiglio; repugna dal Baronio e dal Bellarmino, campioni di quella, quanto è morbido al Tuano, al Perkinson; celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: ma resta ancora un gran passo al rinnegare. La riforma che egli bramava consisteva nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, com’è probabile credesse di poter impegnare l’attenzione d’una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Più che luterano o calvinista, il Sarpi può dirsi razionalista, tendendo a venerare la propria ragione più di qualsiasi autorità, e quindi a cercare continuo la verità, senza trovar mai dove riposarsi.
Bensì a quella ch’e’ chiamava meretrix, bestia babylonica, diede uno de’ colpi più micidiali colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovea sentire discorrere di quel fatto come capitalissimo nella Chiesa; poi a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo, segretario al cardinale Gonzaga uno dei presidi al sinodo; in Venezia con ambasciadori di principi: e parendogli le storie già stampate, fin quella che a tutte antepone di Giovanni Sleidan, fossero insufficienti per dar a conoscere l’Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d’una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita e differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l’ha procurata, e al timore di chi con ogni studio l’ha disturbata: chiaro documento di rassegnare li pensieri in Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi ed irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell’ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano. Dalli vescovi sperato per riacquistar l’autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l’esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».
Vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, si valse a man salva degli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, Tuano, Adriani, principalmente dello Sleidan perchè ostilissimo a Roma, e che sovente traduce; ma li completò con documenti preziosi e colle relazioni de’ legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; in tempo d’impetuose diatribe conservò un’apparente calma, quasi non ragionasse che su fatti e su documenti, col che irretisce gl’inesperti; e più con quella sua dettatura limpida e facile, e coi frizzi onde rianima l’argomento; colle mordaci capresterie e colla vivacità continua sbandì la noja che annebbia gli altri, ed abbagliò in modo che non apparissero le ignoranze e le contraddizioni sue; tutto poi dispose non a chiarire la verità, ma ad ottenere effetto, sin alterando i documenti per trarli alla sistematica sua opposizione e ai politici interessi del suo paese. Se in quell’opera non abbraccia risolutamente un simbolo protestante, staccasi dal dogma cattolico, e conduce all’eresia ed al razionalismo volendo la personale interpretazione delle sacre Scritture senza badare alla tradizione; ripudia i libri deuterocanonici; disprezza la vulgata; separa l’esegesi dalla dottrina patristica, come i Riformati; riguardo al peccato originale, alla Grazia, alla Giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera Martino Chemnitz, uno dei teologi più arrabbiati contro il concilio. Alla Chiesa primitiva, nella quale solo vuol egli trovare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza e la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. Vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione, come nei primi tempi, nei quali le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, o pagano o giudaico, doveano certo essere ben altre da quando acquistò compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non si consolidò che per ambizione de’ papi, e debolezza ed ignoranza dei principi; nè portò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia; non che il clero favorisse il sapere, l’arte, l’umanità nel medioevo, usufruttava a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Sverta ad ogni proposito la Corte romana e le rinnovate pretensioni di essa, nè tampoco avvedendosi ch’erano l’espressione del restauramento religioso allora iniziato. Prevenne insomma que’ concetti che nel secolo passato ingrandirono, dell’indipendenza de’ principi da ogni autorità ecclesiastica, e che furono dottrinalmente esposti da Febronio e attuati da Giuseppe II: laonde disse il Ranke, che i principi devono aver somma grazia al Sarpi, il quale ne consolidò l’assolutezza; altrettanta i nemici del cattolicismo, cui affilò le armi, più micidiali quanto che somministrate da un Cattolico.
Rappresentante e tipo del partito antiecclesiastico, il sorpassò se non per accannimento, almen per ingegno e per l’originalità di vestire apparenza cattolica a un’opera, dove ogni periodo fosse un dardo contro la cattolica Chiesa: anzi la sua è la prima storia diretta di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula[427]. Onde dal suo esempio può chiarirsi quanto vadano collegati il dogma e la Chiesa, e come s’illudano coloro che questa combattono a fidanza, dichiarando rispetto a quello.
Marcantonio De Dominis dalmato (1556-1624), a vent’anni gesuita, professore a Padova d’eloquenza, filosofia, matematica, da Rodolfo II fu destinato vescovo di Segna in Dalmazia, poi arcivescovo di Spalatro. Le sue vivezze gli procacciavano brighe dappertutto; scrisse a difesa de’ Veneziani contro Paolo V; e vedendo le proprie opere riprovate dall’Inquisizione romana, passò ne’ Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, dicendo voler faticarsi a rannodare le divergenti sêtte cristiane: ma nel fatto vi cercava libertà di studj e di professione. Fu lui che pubblicò la storia del Sarpi col nome anagrammatico di Pietro Soave Polano, e con prefazione e note che l’invelenivano, ed ebbe favorevole accoglienza da re Giacomo I. Ma per rimorsi o per naturale leggerezza, montò un giorno in pulpito disdicendosi; col che scadde d’ogni credito. Gregorio XV, già suo scolaro, l’invitò al ritorno, ed egli venne, ed abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Succeduto però il rigoroso Urbano VIII, come incostante e recidivo il fe chiudere in Castel Sant’Angelo, ove morì durante il processo, e il cadavere ne fu arso col trattato suo Della repubblica ecclesiastica, nel quale impugna la primazia del papa e l’autorità de’ concilj in materia di fede: opera che da molti fu confutata.
Il Sarpi ci è dipinto come uomo integerrimo, continuo allo studio ed a raccogliere da ogni parte, ma per poi pensare a modo proprio. Cinque volte tentato ed una volta colpito da assassini, esclamò, — Conosco lo stile della romana curia»; motto che fece fortuna, onde, non osandosi imputare il papa che n’attestò vivo rammarico, restò vulgare opinione che il colpo venisse dal cardinal Borghese o dai Gesuiti, capri emissarj[428].