Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato in val d’Aosta, diede calda opera perchè questa abbracciasse la sua credenza, e togliendosi a Savoja, si fondesse coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli Stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl’indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credendo alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il loro simbolo antico? o è vero che da prima ammettessero l’efficacia delle opere? Quando ai novatori rinfacciavasi d’esser nati jeri, importantissimo riusciva l’accertarsi di ciò, e quindi se ne discusse con quell’accannimento che sempre inscurisce la verità.

Nelle loro valli cercarono ricovero molti dei perseguitati in Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il nostro rito con quello de’ Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[435]. Scrisse pure diversi libri latini e italiani contro la Chiesa cattolica, in uno dei quali sosteneva, in tempo di persecuzione essere necessario manifestare patentemente le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Ecco dunque strappati i Valdesi dalla quieta loro oscurità per fortuneggiare nelle procelle d’un tempo sospettosissimo; e subito il parlamento d’Aix e quel di Torino applicarono ad essi le leggi comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte vi s’oppose il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi; scorsi i quali, Giovanni Mainier barone d’Oppède, preside al parlamento, l’indusse a dare esecuzione all’editto. Adunque una fanatica soldatesca vi comincia il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, ventidue villaggi sterminati. Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l’intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figlio castigasse gli autori di quell’eccesso; ma per protezione questi rimasero impuniti, il che i Protestanti recaronsi a grand’onta.

Passarono anni, e sottentrò duca di Savoja Emanuele Filiberto (1553); e poichè i Valdesi prendeano baldanza dall’incremento dei loro religionarj di Svizzera e di Francia, fu deputato l’inquisitore Tommaso Giacomelli che sollecitasse il duca a forzarli all’obbedienza della Chiesa. Allora si vietano con gravi comminatorie l’esercizio pubblico del culto e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina, e Simone Fiorillo, che v’erano ricoverati, trasferironsi a predicare in Valtellina; altri pure abbandonarono quel ricovero, mentre andavano ad apostolarvi pii missionarj, fra cui il Possevino, e si tentavano tutte le vie di conciliazione. Crescendo i rigori, i Valdesi irritati si levano a rivolta; il duca, sì per affetto alla religione avita, sì per timore che i Francesi, accorrenti in gran numero a soccorso dei loro fratelli, non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza, vi spedì truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Alfine vedendo la difficoltà dell’esito e l’inopportunità dei mezzi, egli concesse ai Valdesi perdono (1561 5 giugno), e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; ma non uscissero dai confini, e non escludessero i riti dei Cattolici.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemarli o per comprimerli; v’andavano spesso inquisitori o missionari, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera, massime quando la Savoja fu illustrata dalle virtù di Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Annecy poi di Ginevra. Il duca Carlo Emanuele I mandò pregarlo venisse a Torino, per divisare i modi di tornare alla verità il Ciablese; e il santo propose che del traviamento era stata causa principale il non conoscer altra religione, sicchè bisognava spedirvi missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutar le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s’introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Il duca promise tutto, e cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con grazia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l’unità della fede e della Chiesa; molti corrisposero alle sue premure, e quand’egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: — Viva sua altezza reale! viva la Chiesa romana! viva il papa»[436]. Ma fra i ministri di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e il Sales ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione onde rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti furono esclusi. Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dover staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè: gliene diede allora un altro, e facendole esso intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri vi fossero, lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe.

In quel mezzo i Valdesi, principalmente colla protezione del maresciallo Lesdiguières, che da Carlo Emanuele aveva ottenuto per essi un editto di grazia, ripassarono il Pellice, confine prescritto, s’introdussero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj, celebrarono solenni pasque, e commisero profanazioni e delitti che la storia riceve con gran precauzione, conscia delle assurdità onde i partiti sogliono recriminarsi. Usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e rigori di Carlo Emanuele II per ricacciare i Barbetti fra i designati confini, il marchese di Pianezza (1653) accampò in mezzo a loro, e fece occuparne gli abituri. Si ritirarono essi sulle cime più erte, e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente.

Amanti la patria come chi l’ha infelice, ribaditi nelle loro credenze dal vederle perseguitate, i Valdesi scrissero ogni loro avvenimento, e il giornale delle fughe, delle vittorie, dell’esiglio con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse, e che oggi pure attrae noi lontani, noi dissidenti. Or che doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, ministro a Prali e Rodoreto, che gli aveva empiti di sospetti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati all’insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella Storia delle Chiese evangeliche nelle valli del Piemonte (Leida 1669), eccitava l’indignazione de’ Riformati di tutta Europa; narrò le vergini stuprate, le madri impalate, i fanciulli sfracellati contro le roccie, il paese sparso d’incendj dal Pianezza sollecitato da frati; v’aggiunse l’allettativo de’ disegni di que’ martirj; onde fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone. Rimostranze fioccarono dall’Olanda, dalla Svizzera, principalmente da Cromwell, protettore dell’Inghilterra; il quale ai perseguitati offrì asilo e terre in Irlanda, e decretò a lor sussidio una rendita perpetua di dodicimila sterline. Finalmente interpostasi la Francia, a Torino fu ricomposta la pace (1655 31 luglio) con perdonanza generale e colle concessioni di prima.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi tumulti, principalmente nel 1663, v’attirarono nuove armi e guerre, fomentate dai molti ch’erano rifuggiti in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria per desiderio di ricuperarla; tanto più che il Léger non cessava d’accannire gli animi imbrunendo ogni atto del Governo, di portar lamenti ai principi protestanti, accumular calunnie, armi, denari con soscrizioni; implacabile finchè non morì ministro a Leyda.

Luigi XIV in quel tempo (1685) rivocava l’editto di Nantes, pel quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti, colà detti Ugonotti. Molti profughi da quel reame ricoverarono nelle valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle dragonate; onde il gran re persecutore domandò al duca di Savoja spegnesse quel focolajo d’eresia e di ribellione sulle frontiere del Delfinato; e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II, per quanto mostrasse ch’erano nel pieno loro diritto, non credette poter negarglielo, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici; se no, morte e confisca. Pertanto di quelli sparsi ne’ Comuni di Paesana, Bioletto, Croesio..., non uno rimase: anche nelle valli privilegiate interdisse quel culto fin nelle case private, fossero demolite le chiese, espulsi i barbi, i bambini si allevassero cattolici; se no cinque anni di galera ai padri e sferzate alle madri: i Riformati stranieri uscissero, vendendo i loro beni, che altrimenti sarebbero comprati dal fisco.