Per eseguire l’intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo meno esiziale. I Barbetti scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti s’accingeano a respingere valorosamente le truppe. Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo Lesdiguières e del Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi vi resistesse e felicemente, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la patria e le credenze, l’importanza della guerra di montagna, e sovrattutto le insuperabili posizioni di Balsilla, di Serra il Crudele e d’altre dell’Alpi valdesi, ove due possono resistere a mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de’ Barbetti, che furono uccisi, mandati alle carceri, alle galere (1689); a molti concesso di riparare fra gli Svizzeri.

Di là ribramavano la patria; alcuni per forza vollero ricuperarla, e una colonna di novemila penetratavi, sterminò chi resisteva; ma molti di loro furono côlti ed appiccati. Essendosi però in quel tempo il duca di Savoja guastato colla Francia, consentì ai Barbetti il ritorno. I quali, unitisi in reggimenti colla divisa La pazienza stancata divien furore, gravemente danneggiarono il Delfinato. Quando poi Vittorio Amedeo si ricompose in pace con Luigi XIV, e ricuperò Pinerolo e val Perosa, da sessantasei anni obbedienti a Francia, egli riprese l’antica tolleranza, ma vietò ogni comunicazione tra i Valdesi suoi sudditi e quelli di Francia, i quali in numero di duemila cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia, nell’Assia, nella contea d’Isemberg, nel Würtemberg, nel Baden-Durlach.

I rimasti abitarono poi sempre in pace quelle valli, silenziosi obbedendo ed anche amando il loro principe e oppressore. Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza legale, benchè da una parte scassinata dal razionalismo, dall’altra dalle esaltazioni dei Moumiers. Dianzi contavano quindici chiese, ciascuna con un ministro, che dev’essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, i quali per tal uopo ottengono una diminuzione sull’imposta. Le chiese sono dirette da un sinodo che ogni cinque anni si raccoglie, composto di tutti i pastori e di deputati laici. La Tavola, che è una magistratura di tre ecclesiastici e due laici, dirige negl’intervalli fra un sinodo e l’altro, è rieletta ad ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa poi ha un concistoro suo proprio, composto del pastore, degli anziani, dell’economo, del procuratore, che cura l’amministrazione spirituale e temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole che vi sono frequentate e ben dirette. Poi, a tempi determinati, il ministro va a cercar le popolazioni isolate fra le Alpi, per recar ad esse il ristoro della religione. Allora da tutte le vallee, da tutti i vertici accorrono i mandriani sui passi del ministro; la melodia degl’inni ridesta l’eco delle vallate, e si diffondono nelle ripopolate solitudini le lodi del Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro ha pei singoli un consiglio, un conforto, un rimprovero; compone dissidj, concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.

Solo entro i loro confini poteano i Valdesi possedere, ed essere anche notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune. In tal condizione rimasero fin al 17 febbrajo 1848, quando furono dichiarati eguali a tutti gli altri sudditi sardi; allora si estesero dove vollero, e in mezzo a Torino non solo, ma in ogni città han tempio, han predicazione, han giornali, hanno apostolato, e ispirano paure e speranze.

Da queste valli subalpine sin dal 1370 alcuni erano sciamati in Calabria, terreni incolti riducendo popolati ed ubertosi; e crebbero fino a quattromila, esercitando i riti religiosi diversamente dai Cattolici, tollerati dai signori de’ luoghi perchè quieti e pagavano. Udita la Riforma di Germania, mandarono a Ginevra chiedendo dottori, che in fatto vennero e fecero proseliti. Il cardinale Alessandrino, capo dell’Inquisizione a Roma, inviò predicatori, inviò minaccie, ma senza frutto, onde si ebbe ricorso al braccio secolare. Il duca d’Alcala vicerè spedì un giudice e molti soldati, che, secondando i missionarj, costringevano andare alla messa, i disobbedienti punendo nei beni e nella persona. I quali, spinti alla disperazione, impugnarono le armi, e prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatterono; alfine disfatti (1561), si ricoverarono alla Guardia Lombarda; quivi per forza e per tradimenti presi, furon messi sotto fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così: di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava a prender un altro, e farne altrettanto. Ce lo narra un testimonio oculare, che fa perirne così fin a ottantotto. «I vecchi vanno a morire allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria; se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter fare la mistura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono veder il crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è seguita la giustizia di cento e più ammazzati in campagna, trovati con l’arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; bruciate l’una e l’altra terra, e fatte tagliare molte possessioni»[437]. Luigi Pasquale loro capo fu arso a Roma; altri messi a remare sulle galere spagnuole.

Sappiamo (tom. VIII, pag. 92) come una parte d’Italia, appartenente al ducato di Milano, fosse, nelle vicende del secolo precedente, caduta in dominio degli Svizzeri e dei Grigioni loro confederati. I tre Cantoni elvetici primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e Verbano. Colla Riforma si inimicarono gli uni agli altri i Cantoni, e mentre colla Chiesa stettero Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug, Soletta e Friburgo, gli altri ne disertarono. Dai Cantoni dominanti venivano balii a governare le podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano cattolici o protestanti, trovavano persecuzione o favore gli apostati. Gli Orelli e i Muralti, famiglie primarie in Locarno, innestarono alla lor patria le dottrine nuove; e un Baldassarre Fontana carmelitano di là scriveva alle chiese svizzere fedeli a Gesù Cristo perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle lacrime e supplicazioni di lui mandassero «le opere del divino Zuinglio, dell’illustre Lutero, dell’ingegnoso Melantone, dell’accurato Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce».

Colà erano rifuggiti non pochi Italiani; allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla lingua, dai costumi ancora italiani; e principalmente un Beccaria milanese, amico dell’Ochino e del Carnesecchi, v’avea diffuso gl’insegnamenti di questi, predicando con altri frati apostati, sinchè venuto un balio cattolico lo cacciò prigione. I suoi devoti nel trassero a forza, ed egli crebbe in baldanza, poi reputò prudenza ricoverare nella valle Mesolcina, ove ammogliatosi tenne a educazione figliuoli d’Italiani che li volessero allevati nella Riforma.

Questa prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio Elvetico a Milano ove preparare pastori a que’ paesi, penetrato nella Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici (p. 352). A sua istanza i Cantoni cattolici posero impedimento a quel dilatarsi dell’eresia in Italia, e malgrado l’ostare de’ Cantoni riformati, stanziarono severi divieti, e infine intimarono (1555 marzo) che chi non volesse andar alla messa, abbandonasse la patria coi beni e le famiglie. Pertanto un gran numero di persone colle donne e i figliuoli varcarono il Sanbernardino, e indugiatisi alcun tempo nella Mesolcina, entrarono nei Cantoni riformati, e principalmente a Zurigo. Fra quegli esuli Taddeo Duni locarnese vi si segnalò come medico, amico del famoso naturalista Gesner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune dell’Ochino e dello Stancari. I nostri fecero fiorire a Zurigo l’arte della seta, lasciarono a una strada il nome di Lombardi; alcuni dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de’ Pestalozzi furono benemeriti della scienza e dell’umanità; v’ebbero chiesa italiana, amministrata dapprima dal Beccaria, poi dall’Ochino, e illustrata da Pietro Martire, da Lelio Socino, mal vista però dal Bullinger e dagli altri apostoli della Chiesa svizzera. Anche a Ginevra dimoravano moltissimi dei nostri, e ogni giovedì vi predicavano in italiano[438].

E però forza credere che la pieve di Locarno non restasse ancora mondata, giacchè attorno al 1580 il papa trovò bisogno di commetterla alle particolari ispezioni dello Speziano vescovo di Novara.

Da quel punto un nunzio pontificio sedette sempre nella Svizzera, ove si fondarono scuole di Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti a Lucerna per le superiori. Col pretesto di religione, ma con intento politico il re di Spagna, qual duca di Milano, strinse una lega d’oro o borromea coi Cantoni cattolici per conservazione della Chiesa e pace dei rispettivi paesi; ove i collegati consentivano a quel re di condur gli eserciti in Lombardia traverso alle loro terre, e potervi levare uomini, mentr’egli prometteva sostenerli di tutte le sue forze.