[123]. A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc. Genuensis, Lokii doctrinam primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus, non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit: quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt, aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert (lib. IV. nº 515, not. 3). Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit, et amplificatione minus apta peccat. Historiæ philosophiæ adumbratio.
[124]. Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».
[125]. Giannone, lib. XL. c. i.
[126]. Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.
[127]. Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al 65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:
— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un giorno dal padre Fumeron (gesuita francese) un’immagine di san Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi, avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle, ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino, il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre, devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...
«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento, opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (vedova del principe Odoardo Farnese e del duca Francesco). Mi sentiva eziandio nel petto una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio intento...
«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente. Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario, onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo, per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica... così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero padre Fumeron...
«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni, che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene, perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne... Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; i pater erano rossi, e le avemaria gialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia delizia».
Il Pezzana, nelle Memorie dei letterati parmensi, appunta di molti errori il Botta in proposito di quell’età (vol. I. pag. 153). Pugeol va corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.