[279]. Quod volo, valde volo, diceva il Latino.

[280]. Nel Filippo vi sono due confidenti, e figurano a meraviglia.

[281]. La più spiritosa parodia d’Alfieri è il Socrate tragedia una del napoletano improvvisatore duca Mollo insieme con Gaspare Sauli e Giorgio Viani, dove è un solo personaggio, e il parlare durissimo e stranamente laconico. Raccontano che ad una tragedia dove pochissimi spettatori intervennero, un Fiorentino s’accostò all’Alfieri, e pronunziò: — Oh quanto poca nel teatro gente!».

[282]. Nei Drammi giocosi, unica opera del Casti, che possa esaminarsi letterariamente, v’è una Rosmunda, dove al fatto atroce sono innestate le lepidezze di Bertoldo, Marculfo e Bertoldino; tentativo infelice di connettere l’eroico e il buffo.

[283]. Il Botta finisce la sua Continuazione con una diatriba contro chi mal dice dell’Alfieri, e fra l’altre cose, attribuisce a lui se l’Italia ebbe più «animi forti nella seconda metà del secolo XVIII che nella prima». Le tragedie non si lessero che al fin del secolo, e il Botta non metteva certo fra i forti i repubblicanti, i quali erano tutti della scuola alfieriana. Anzi subito dopo egli vitupera quegli Italiani perchè pensarono a repubblica al modo americano, e sostiene che l’affidar «la tutela della pubblica libertà ad assemblee numerose e pubbliche, sarebbe fonte di estremi e forse eterni mali all’Italia». E segue una tiritera contro questa teriaca delle assemblee, delle annuali chiacchere in bigoncia; e giura «voler morire piuttosto che contribuire a darle al suo paese, e chi ciò procura, è nemico della sua patria».

[284]. V’è notevole, tanto più per quei tempi, il passo seguente: — Una moderna noncuranza d’ogni qualunque religione... fa sì che i nostri santi non vengono considerati e venerati come uomini sommi e sublimi, mentre pure erano tali...; da questa semifilosofia proviene che non si fondano le cose e non si studia nè si conosce appieno l’uomo; da essa proviene che nei bollenti e sublimi Franceschi, Stefani, Ignazj e simili non si ravvisano le anime stesse di quei Fabrizj, Scevoli e Regoli, modificate soltanto da tempi diversi». Lib. III. c. 5.

[285]. La contessa d’Albany, ultima amica di lui, era moglie dell’ultimo degli Stuard pretendente al trono d’Inghilterra; il quale, non che esser codardo come figura nell’Alfieri, seppe esporre coraggiosamente la propria vita in uno sbarco nell’isola. Il pittore francese Fabre (1776-1837), che ereditò la donna e la roba d’Alfieri, fu in Italia côlto dalla rivoluzione; fissatosi a Firenze, divenne professore di quell’accademia, ebbe titoli e onori, e lavorò sempre nello stile di David, per nulla modificato dalla natura e dagli esempj nostrali. La ricca sua collezione di quadri e le carte dell’Alfieri lasciò a Montpellier sua patria.

[286]. Lettere del gennajo 1802. E a vedere come Alfieri si pentisse dell’Etruria vendicata.

[287]. A quelli che volessero ancora avventarcisi come sprezzatori dell’Alfieri raccomanderemo 1º di dirci ingiurie che non sieno quelle già detteci e ridetteci; 2º di mettersi nel punto d’aspetto nostro, non in quello che altri scelga a suo arbitrio, e per quel momento; 3º se anche vogliono star al modo poltrone di opporre autorità ad autorità, valutino i giudizj che ne diedero scrittori nostri rispettabilissimi senza parlare degli stranieri, e sui quali vedasi la nostra Letteratura.

[288]. Questo bel gruppo, non copiato mai, sta nel palazzo Pisan-Vettore di San Paolo a Venezia.