[305]. Il Gianni, gran liberale, senza riprovazione scriveva: — Potrebbe dirsi che le amministrazioni pubbliche in Toscana son nulle, ma che una sola meglio intesa sotto questo nome si può indicare, cioè l’amministrazione del Governo, che, secondo la nostra costituzione, tutto abbraccia, di tutto può disporre, e così tutto chiedere, tutto prendere, e poi tutto a suo talento distribuire». Discorso sul lavoro dei popoli.

[306]. Lo attesta il suo recente caldissimo panegirista Zobi, Storia di Toscana, vol. II. p. 357; e conchiude (pag. 510) che i Toscani, «tranne pochissimi, lo videro partire con indifferenza, ed alcuni con interno giubilo».

[307]. Zobi, vol. II. p. 561.

[308]. Dispacci 17, 21, 24 giugno 1790, riferiti dallo Zobi. Egli stesso, al vol. III. p. 25, dice che Leopoldo «concertò col suo figlio granduca il sacrifizio del suo illustre amico (il Ricci) omai fuor d’opera», e che «corse voce che l’imperatore, mediante stratagemma, levasse al Ricci delle carte, quali rimaste in sue mani avrebbero potuto servirgli di rinfaccio. Se ciò è vero, come abbiam motivo di credere che sia, dobbiamo malgrado nostro convenire, avere anche troppo imparata la triste scienza sbirresca dall’infame favorito Chelotti». Eppure egli si lagna ch’io sia stato rigoroso col suo Solone. Il dissenso è carattere di libertà; ma la parola piaggiare è codarda, e troppo agevole il rimbalzarla ai panegiristi di principi.

[309]. Lettera del 1º agosto 1799. Lo Zobi la intitola Lettera estorta (app. al vol. III. p. 188). Ma qual ragione di supporre una viltà nel Ricci? Libero di sè, più ampia ritrattazione fece il 1804 in occasione che Pio VII passò per Firenze, il quale disse in concistoro questa essere stata la maggior consolazione del suo viaggio in Francia. Il Ricci visse fino al 27 gennajo 1810.

Nota del Trascrittore

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