CAPITOLO CLX. I Pontefici. Ferrara e Urbino. Guerra di Castro. Contese pel giansenismo e per la regalia.

La natura elettiva del sovrano a Roma portava per ciascuna vacanza una rivoluzione. Appena il papa avesse chiuso gli occhi, prorompevasi a sparlarne quando più non era pericolo, e a sbottonare i favoriti di esso; generalmente il nuovo eletto congedava il segretario di Stato del predecessore, e con gente nuova e inesperta cambiavasi e politica e amministrazione. L’Impero, Spagna, Francia, Savoja intrigavano nel conclave per mettere la tiara a un loro benevolo, usufruttando i voti di cui ciascuna disponeva. Per ispirazione, cioè ad unanimità, o per compromesso eleggeasi rarissime volte; le più per iscrutinio, dov’è necessario l’accordo di due terzi dei cardinali presenti. Fra i parteggianti orzeggiava un battaglione volante di cardinali, insufficienti a eleggere, bastevoli ad escludere: il che prolungava le vacanze, durante le quali l’amministrazione sfasciavasi, la giustizia si rilassava, ricomparivano le bande.

Gregorio XV nel breve regno tentò riparare agli abusi del conclave: ma come, se tanti ne faceano profitto? Matteo Barberini di Firenze, arricchitosi ad Ancona trafficando, gli successe col nome di Urbano VIII (1623). D’età fresca, avvezzo agli affari, di salute atletica, d’ingegno ameno, leggeva versi moderni e ne facea, prediligendo chi glieli lodasse; chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Echellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fiore degl’Italiani; agli ecclesiastici interdisse i negozj secolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl’inni; da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fece trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo, di cui Lorenzo Bernini fece il disegno e la statua, il resto suo fratello Luigi, Stefano Speranza il bassorilievo che rappresenta Enrico IV ai piedi di Gregorio VII. Se mostravangli i monumenti di marmo de’ suoi predecessori, diceva, — Io ne erigerò di ferro»; e pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna; fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenale e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani.

Sentendo alto di sè, comportavasi con autorità assoluta, dicendo: — Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali uniti». Gli si faceva un’objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: — La decisione d’un papa vivo val meglio di quella di cento papa morti». Voleasi fargli adottar un’idea? bisognava esibirgli la contraria. Per tutta Europa era invocato arbitro; ma non che degnamente sostenere la sublime parte, cogli ambasciadori chiaccherava, dissertava, anzi che stringere, e volgeasi al sì e al no per capriccio, non per ponderazione.

Disastravano allora le cose de’ Cattolici in Germania; e Gustavo Adolfo di Svezia, vinti più volte gl’imperiali, minacciava voler celebrare i suoi trionfi a Roma. Urbano avrebbe dovuto profondere per la causa cattolica; ma le cose italiane, e massime il sacco di Mantova aveangli reso odiosi gli Austriaci.

Di que’ tempi al dominio papale s’aggiunsero Ferrara e Urbino. Nella prima risedevano i signori d’Este, tenendo i ducati di Modena e Reggio e la contea di Rovigo dall’Impero, il ducato di Ferrara dal papa. Sotto Ercole I, Ferrara contava fin ottantamila abitanti, ricchi edifizj, lieta compagnia; ma quando Montaigne qui viaggiò, trovava Ferrara spopolata, il Po di Primàro e di Volàno interrito (1559), giacchè Alfonso II occupava intorno ai proprj terreni e ad abbellire la Mesola i denari e i villani che i Comuni eran obbligati somministrare per mantener le dighe e regolare le acque; poi gravava i sudditi con balzelli sopra ogni oggetto, facea monopolio del sale, dell’olio, della farina, del pane; proibita la caccia, salvo pochi giorni ai nobili e con tre cani al più, e appiccato chi violasse le bandite.

La Corte però era salita in nome e ricchezza, destreggiando con una politica che la fece star in piedi nella caduta degli altri principi. Favorendo i letterati, associava le proprie lodi all’immortalità di quelli; ivi s’aprivano dispute accademiche; ne’ suoi teatri s’inventò o ripulì il dramma pastorale; splendide feste e rappresentazioni e tornei, fin di cento cavalieri, porgevano occasione di raccorre forestieri, e di ostentare la cortesia del principe e delle dame cantate dal Tasso. Giambattista Pigna e il Montecatini, professori dell’Università, divennero successivamente primi ministri, senza interrompere gli studj e le lezioni; Battista Guarini fu spedito ambasciadore a Venezia e in Polonia; Francesco Patrizi accarezzato. Ma la protezione che Alfonso, uomo d’angusti spiriti, concedeva alle lettere, era superba e intollerante; al Tasso, forse perchè mostrò dare ascolto ai Medici che l’invitavano a Firenze, tolse la grazia e la libertà; l’illustre predicatore Panigarola, tratto con gran fatica a Ferrara, ne fu violentemente sbandito appena parlò di trasferirsi altrove. Interminabili dispute agitò Alfonso col granduca di Toscana per la precedenza, combattè in Ungheria contro i Turchi, brigò per divenire re di Polonia. Non avendo prole da tre mogli, studiava che i suoi sudditi non cadessero sotto forestieri; e malgrado lo statuto di Pio V che vietava d’infeudare Stati ricadenti alla santa Sede, ottenne dall’imperatore di trasmettere i suoi al cugino Cesare, nato da un figlio naturale di Alfonso I.

Di fatti gli fu posto il manto ducale con festa tanto maggiore, quanto più si era temuto perdere l’indipendenza: ma la Camera pontifizia ob lineam finitam seu ob alias causas pretese ricaduto quel ducato. Don Cesare pensò che i principi per gelosia non consentirebbero mai ai papi l’acquisto di Ferrara; ma Clemente VIII i diritti papali sostenne (1597) con quarantamila soldati, ed una delle bolle più furibonde lanciò contro Cesare e chiunque il favorisse. In conseguenza nessun principe osò chiarirsi per lui, e don Cesare debole, circondato da insidie e da terrori spirituali, e vedendo i Ferraresi propensi al dominio pontifizio, cercò patti, e furono ch’e’ non rinunziasse, ma consegnasse il ducato di Ferrara, Cento, la Pieve e gli altri luoghi di Romagna, serbandosi i beni allodiali del duca Alfonso. Casa d’Este restò dunque spossessata di Ferrara e anche di Comacchio e Argenta, che pur teneva dall’Impero; e Cesare ritiratosi a Modena, vi cominciò la linea ducale di Modena, Reggio e Carpi durata sin al 1803[1]. I natii, al solito, rimpiansero caduta quella signoria che fiorente aveano aborrita; Ferrara, ridotta città di provincia, perdette il lustro e la popolazione; e una fortezza eretta nel quartiere più frequentato la imbrigliò. Il papa conciliossi i nuovi sudditi rintegrando i privilegi municipali, formando un consiglio di ventisette nobili alti, cinquantacinque di piccoli e cittadini notabili, e diciotto delle corporazioni.

Il ducato d’Urbino comprendea sette città e forse trecento borgate dell’antica Umbria, con fertile costa marittima e grate montagne; e potea fruttare centomila scudi quando il commercio de’ grani in Sinigaglia prosperava. I duchi, militando al soldo straniero, e godendo la carica, ormai nominale, di prefetti di Roma, lucravano al paese più che non costassero; e pomposi, letterati, rispettando gli statuti, faceansi benvolere (t. IX, p. 122). Guidubaldo, succeduto all’illustre Federico di Montefeltro, fu da Cesare Borgia spossessato (1502), restituito al cadere di questo, colmo di favori da Giulio II che l’indusse a chiamar erede il comune nipote Francesco Maria della Rovere. Questo, succedutogli, servì come capitano generale alla Chiesa; ma Leon X (1508) tolse a deprimerlo per sollevar casa sua, e presogli il ducato, ne investì Lorenzo de’ Medici. Venuto Adriano VI, Francesco tornò (1538), e consolidossi, e fu considerato tra le migliori spade d’Italia, e non meno Guidubaldo II.