Francesco Maria II costui figlio visse lungamente in Corte di Filippo II, e contro cuore (1574) sposò Lucrezia d’Este; egli di venticinque, ella di quarant’anni; onde dissapori e separazione. Morta lei, sposò Livia della Rovere, e il popolo si desolava non vedendone frutti; e facea preghiere e voti a sant’Ubaldo protettore di quella casa. Qual gioja allorchè s’annunziò gravida la duchessa! quale, allorchè al popolo, accalcato davanti al palazzo, Francesco annunziò (1605) che Dio gli avea dato un maschio! Il tripudio andò agli eccessi: ci volle truppa per frenarlo, si corse a saccheggiare il ghetto degli Ebrei, vittime designate nelle disgrazie come nelle gioje; dalla città si diffuse l’esultanza al contado, e durò tanto, che si dovette con decreto ordinare si cessassero le dimostrazioni e gli spari di fucili. Questo Ubald’Antonio sposò Claudia de’ Medici; ma scapigliatosi a tutti i vizj, per ligezza all’Argentina commediante montava fin il palco, e una volta figurò da asino, portando in ispalla molti dei comici, e rovesciando di dosso una soma di stoviglie; una mattina fu trovato freddo nel proprio sangue vomitato (1623). Francesco Maria, che aveagli rinunziato il governo, fu costretto ripigliarlo, e veder disputata la sua eredità fra il papa cui ricadeva, l’imperatore che ne pretendeva la sovranità, i Medici che la ambivano per l’antica concessione di Leon X: e appena chiuse gli occhi, i suoi beni allodiali andarono alla città di Firenze, il resto fu incamerato da Urbano VIII (1631), che vi pose governatore il cardinale Barberini suo nipote. In quell’occasione riservò la libertà di San Marino, come faceano i duchi.

Malgrado di tali acquisti, tutt’altro che ricca era la Camera pontifizia, e occorrevano continui prestiti; sicchè i Monti, sotto Paolo V tanto cercati, scaddero di valore; i debiti del 1635 sommavano a trenta milioni di scudi, mentre l’entrata computavasi di tre milioni[2]. L’arte delle finanze consisteva tutta nel far debiti e istituire nuovi Monti, accettando anche depositi forestieri, talchè alla sola Genova spedivansi ogn’anno seicentomila scudi di frutti. Ne crescea nerbo alle case mercantili, che teneano le casse, esigevano, sovvenivano e aprivansi l’adito a dignità civili ed ecclesiastiche. Del resto nullo il commercio; l’agricoltura scaduta, prima pel cumularsi delle piccole proprietà nelle grosse famiglie, poi per le selve distrutte, sia da Gregorio XIII onde estendere la cultura dei grani, sia da Sisto V per isnidare i masnadieri; di che l’aria peggiorò senza per questo crescesse la produzione; anzi addoppiaronsi i rigori contro l’asportazione, i poteri del prefetto all’annona, e la miseria comune.

Abbondavano le ricchezze naturali; traendosi allume dalla Tolfa, sale da Ostia, Cervia, Comacchio, con pesche di cefali e anguille; lini da Faenza e Lugo; canapa da Cento e Butrio, dalla Pieve e dal Perugino; guado dal Bolognese e Forlivese; rape grossissime da Norcia e Terni; manna da San Lorenzo e Terra di Campagna; pignuoli da Ravenna, vini buoni dappertutto e prelibati da Cesena, Faenza, Rimini, Orvieto, Todi, Montefiascone, Albano; uva passerina da Amelia e Narni; bovi principalmente dalla Campagna, caccie dal Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, dove coglievansi grossissimi cinghiali; le razze de’ cavalli non iscapitavano da quelle del Regno; le selve erano inesauste di ghiande e legname da opera; eccellenti le piante da fabbrica. Così il Botero, il quale riflette come la Romagna, posta nel centro d’Italia, sia la meno esposta ai Barbari e la più atta a sommovere o tener in pace l’Italia; i suoi porti non darebbero asilo a un’armata assalitrice, e la malaria struggerebbe chi accampasse sulle coste. Eccellenti le fortezze; abbondanti guise di premiar o punire, di donare senza scapito, di conferire dignità fin pari alla regia. Pure la capitale non trovasi nel centro; moltissimi i ladri: le fortezze non bastano; le paludi appestano i contorni di Ravenna, Bagnocavallo, Lugo, Bologna; scarsa è la popolazione, che esce a servigio altrui.

V’erano poi entrate ignote altrove, e la nomina dei benefizj, sebbene in Francia e in Germania fosse riservata al re od ai capitoli, in Ispagna e in Italia restava ancora diritto papale lucroso, e molto denaro traevano a Roma gli altri uffizj, le dispense, il concorso dei devoti e degli ambiziosi; e in parte adopravasi al vantaggio generale del cattolicismo, in parte alle spese dello Stato, e in abbellire la residenza. Clemente VIII arredò gli appartamenti in Vaticano; Paolo V, oltre finire San Pietro, spianò ed allargò vie, fece la sfarzosa cappella in Santa Maria Maggiore, e da trentacinque miglia lontano condusse sul Gianicolo l’acqua Paola; Gregorio XV terminò la villa interna; Urbano VIII molte chiese e più fortificazioni; Innocenzo X piazza Navona e la villa Pamfili; Alessandro VII piazza Colonna, la Sapienza con giardino botanico e teatro anatomico, il colonnato di San Pietro, l’arsenale di Civitavecchia; tutti arricchirono la biblioteca Vaticana. I nuovi edifizj cresceano talvolta colla ruina degli antichi, le terme di Costantino vennero sfasciate sotto Paolo V per formare il palazzo e il giardino: col levare dal tempio della Pace la colonna che sta dinanzi a Santa Maria Maggiore, la volta che vi si appoggiava precipitò; sotto Urbano VIII, per fortificare Montecavallo non si rispettarono le anticaglie del giardino Colonna, si levò il bronzo dal Panteon, e si pensava adoprare le pietre del mausoleo di Cecilia Metella per la fontana di Trevi, se il popolo non s’opponeva a forza; e Pasquino esclamava: — Quel che non fecero i Barbari fanno i Barbarini».

Principi nuovi e vecchi gareggiavano di sfarzo tra loro e cogli ambasciadori stranieri, che tenean non solo grandissima famiglia, ma guardie a cavallo e a piedi; e Roma divenne il teatro dove le potenze, come raffinavano intrighi, così sfoggiavano magnificenza; ciascuna voleva si eleggessero cardinali suoi sudditi, e ne stipendiava uno o più a proteggere i suoi interessi, e perciò menar brighe, e incalorirsi di tutt’altro che della Chiesa[3]. La porpora splendeva ne’ consigli dei re, a capo degli eserciti, a governo delle provincie, ornando i cadetti delle famiglie principesche, che talora la deponevano per regnare: Alessandro VII pensava a Dio dover essere più grato o più decoroso il trovarsi servito da persone bennate: ma nelle idee del secolo dovea dissolversi la disciplina, i cardinali mantenevano codazzo di bravi, e ai parenti offrivano il destro d’intrigare e imbaldanzire. Il cardinale Ferdinando de’ Medici, che divenne poi granduca, avea colle scostumatezze e le prepotenze disgustato Sisto V, il quale mandò chiamarlo, disponendo che nell’andarsene fosse arrestato. Venne egli, ma nell’inchinarsegli lasciò, di sotto alla porpora, apparire corazza e stocco, e al papa chiedente disse: — Questa è abito di cardinale, questo di principe italiano». Sisto potè ben minacciare di cavargli di testa il cappel rosso; ma inteso come avesse da’ suoi fatto occupare i dintorni del Vaticano, dovette lasciarlo andare.

Colle case antiche legavansi in matrimonio i parenti che ciascun prelato e cardinale traeva dal nulla; altri occupavano posti lucrosi: gente nuova che cercava eclissar l’antica, donde gare di preminenza; fermare la carrozza per lasciare il passo a quella d’un nobile maggiore; aprire due battenti o un solo nell’introdurli; cedere il passo nelle comparse; e Matteo Barberini dopo fatto prefetto di Roma pretese la preminenza su tutti gli ambasciadori, sicchè stette a un punto che tutti non se n’andassero.

Dacchè le costituzioni nuove e l’opinione impedivano di dar principati ai nipoti, i papi prodigavano ad essi ricchezze; per verità non involandole allo Stato, ma dalle eccedenze della dignità ecclesiastica. I parenti di Sisto V formarono una grossa famiglia, legata con altre di prima schiera: più potenti vennero gli Aldobrandini sotto Clemente VIII; nel 1620 i Borghesi aveano ricevuto da Paolo V scudi 689,727 in denaro, 24,600 in valori di Monti, e cariche la cui compra ne sarebbe costati 268,176, oltre terre, argenterie, mobili, gioje; sterminata opulenza, da cui quella famiglia sviò l’invidia colla splendidezza e le beneficenze.

Col denaro o con matrimonj questi nuovi nobili procacciavansi anche signorie, ovvero i re ne gl’investivano per ingrazianirsi il papa: Ludovisi ebbe il principato di Fano dagli Sforza, dai Farnesi quel di Zagarolo, e per matrimonio quei di Venosa e Piombino; Urbano VIII avendo chiesto ad una commissione fin a quanto il papa possa donare, ebbe in risposta, al papato andare necessariamente congiunto un principato temporale, e di questo poter lui donare liberamente alla sua famiglia, fondare un maggiorasco d’ottantamila scudi d’entrata netta, e dotar figlie per centottantamila. Si computò che i tre fratelli Barberini ricevessero per cencinque milioni; ed essi instavano, i consiglieri persuadevano, i potenti tolleravano che il papa gl’infeudasse d’Urbino; ma egli seppe resistere, e lo unì, come dicemmo, al patrimonio della santa Sede; solo al nipote Taddeo diede la carica di prefetto di Roma, già ereditaria nei Della Rovere, e che, oltre l’onore, fruttava dodicimila ducati. L’ambizione di questi nipoti trasse Urbano in una deplorabile contesa.

Tra le case di nuova schiusa primeggiavano i Farnesi, duchi di Parma e signori di Castro e Ronciglione, feudo papale tra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che giungeva sin alle porte di Roma, e rendeva da tre milioni. Alessandro Farnese, dopo combattuto eroicamente a Lépanto e in Fiandra, e fabbricata la cittadella di Parma, morì di soli quarantott’anni (1592) per ferite ricevute all’assedio di Rouen; e la sua statua equestre, opera di Gian Bologna, orna la piazza di Piacenza insieme con quella del figlio Ranuccio. Costui, che aspirò anche alla corona di Portogallo, e dal papa ebbe per sè e pei successori la dignità di gonfaloniere quando sposò una Aldobrandini, favorì le lettere e l’educazione; ma memore di Pier Luigi, temeva sempre congiure, e considerando i sudditi come nemici, tali li facea diventare.

Questo Tiberuccio (1612), come essi il qualificavano, pretese scoprire una trama, della quale erano capi i Sanvitali, e partecipi le famiglie Torelli, Masi, Scotti, Sala, Simonetta, Malaspina, Correggio, Canossa; e coi modi che si suole provò che, sull’effigie di Maria aveano giurato, in occasione del battesimo, trucidare lui e un suo neonato, e il cardinale Farnese, i ministri, i soldati, e saccheggiar le case. Invano la città e la nobiltà aveano mandato a chiedergli ragione di quegli arresti; non poterono che ottenere una forma di processo, dalla quale uscirono scolpati i men ricchi: ma i possessori de’ pingui feudi di Colorno, di Sala, di Montechiarugolo furono decapitati o impiccati, compresa la bella Barbara Sanvitali, un tempo amata dal duca; un costei figlio fu schiacciato fra due pietre, l’altro evirato; trattine al fisco i beni, forse unica loro colpa. Poichè i parenti loro ne portavano doglianze al granduca, Ranuccio spedì a Cosmo una copia del processo per mezzo d’un ambasciadore; e Cosmo gli mandò di ricambio un processo, nel quale era provato in tutta forma che esso ambasciadore aveva ucciso un uomo a Livorno; egli che a Livorno non era stato mai. Dovunque sono secreti i processi, si rassegnino i principi a quest’orribile dubbio. L’infante don Ferdinando di Parma, quando il secolo passato mise di moda la filantropia, ordinò al generale Comaschi di riassumere quel processo; ed egli dichiarò che, quanto alle forme, la pena era stata legittima.