Per allora gli amici e i parenti de’ giustiziati si diedero a devastar il Parmigiano; i duchi di Mantova e di Modena domandavano soddisfazione dell’essere stati indicati come complici; e a pena il papa riuscì a sviare la guerra.
Odoardo costui figlio, in lega coi Francesi (1622), per far guerra agli Spagnuoli dovette contrarre debiti, ipotecandoli sul ducato di Castro. Questo facea gola ai Barberini, i quali speravano che il duca, ridotto in angustie, si rassegnerebbe a venderglielo; ma Odoardo, principe d’alti sentimenti, d’ostinata volontà e scaltra prudenza, mentre si guadagnava il vecchio pontefice col lodarne i versi e leggere seco e commentare il Petrarca, dispettava i nipoti, e negò dar una figlia al governatore don Taddeo: poi stanco delle vessazioni de’ Barberini, tutto armato con una trentina di seguaci presentossi allo sbigottito papa, e gli riferì quel che nessuno osava, l’odio che i nipoti attiravano sul suo governo, mostrando che aveano fin attentato alla vita di lui. Viepiù inviperiti, i Barberini spinsero lo zio a molti provvedimenti che deteriorassero le rendite di Castro, massime a impedire d’estrarne i grani; di modo che i creditori, trovandosi diminuite le entrate, disdissero l’appalto e reclamarono un compenso. Odoardo allora munisce Castro di truppe e fortificazioni; il papa vi vede un atto di ribellione, e armati seimila fanti e cinquecento cavalli e artiglierie, scomunica Odoardo (1644), e move per togliergli anche Parma e Piacenza. Ma il duca impegna fin le gioje per allestirsi alla difesa; riesce a trar dalla sua Modena, Parma, Firenze, Venezia, ingelosite dell’incremento del papa, e invade lo Stato del papa, il cui esercito, quantunque numerosissimo, si volta in fuga. Roma sbigottisce all’avvicinarsi del nuovo Attila, diceano i preti, del nuovo Borbone; il papa rifugge in Vaticano, non meno sdegnato contro il Farnese che contro i nipoti ingannatori: la guerra di quattro principi italiani contro un papa italiano, menata fiaccamente, mandava intanto all’ultima rovina il paese, ai soliti mali aggiungendosi i masnadieri, i cui capi assumeano l’insegna d’alcuno de’ belligeranti. Alfine mediante Francia si rinnovò la pace (1644), rimettendo le cose nel primo assetto: ma il paese restò peggiorato di dodici milioni e molte vite, il papa umiliato.
I Barberini erano aborriti per l’attentato, vilipesi pel mal esito; diceasi che quaranta milioni d’oro fossero passati nelle loro mani dalla Camera apostolica, rimasta indebitata di otto milioni; e perchè le loro entrate fra ecclesiastiche e laicali sommassero a quattrocentomila scudi, essersi gravato il popolo di straordinarie gabelle, alienate poi col fondare nuovi Monti, e venderli a particolari; sicchè dei due milioni d’oro che rendea lo Stato, un milione e trecentomila andavano a pagare interessi, residuandone appena settecentomila pei bisogni. Tutti aspettavano la vacanza per moderare la monarchia, in modo che il pontefice cessasse di poter quello che voleva; ma morto Urbano, i cardinali che aspiravano alla tiara non la voleano diminuita.
Giambattista Panfili, col nome di Innocenzo X (1644) portato pontefice dalla famiglia medicea, chiese severo conto ai Barberini; ma il cardinale Mazarino, malvolto al papa dacchè questo avea negato la porpora a un suo fratello, e preso segretario di Stato il cardinale Panciroli suo avversario, godè di guadagnare alla causa francese una famiglia così potente e denarosa, e che allora avea tre cardinali. Gli accolse dunque in Francia, mentre i palazzi e Monti loro erano sequestrati, e minaccie del parlamento e benigne lettere della regina interpose affinchè fossero rintegrati. Il papa ricusava che altri s’intrigasse della particolare giustizia di lui con sudditi suoi; e il Mazarino, col pretesto di staccarlo dal favorire a Spagna, mandò ad Orbitello un esercito, guidato da quell’inquieto Tommaso di Savoja. I Barberini, che in Francia aveano preso per divisa le api sotto ai gigli col motto gratior umbra, alfine vennero assolti come si suole coi ladri grossi; anzi aggregati alla nobiltà di Venezia, cui aveano ajutato di denaro contro i Turchi.
Il Panfili erasi sempre mostrato restìo nelle grazie, di sorta che alla dateria lo chiamavano Monsignor non si può: e il rigore dei primi tempi del suo pontificato, e la stretta economia promettevano un papa intemerato: ma donn’Olimpia Maldachini, ricchissima viterbese, la quale, sposando il fratello di lui, aveva dato lustro alla loro famiglia, ben presto divenne arbitra d’ogni cosa; a lei visite gli ambasciadori, a lei regali le Corti straniere e chi volesse impieghi; il suo ritratto nelle stanze dei prelati; i Ludovisi, i Giustiniani, gli Aldobrandini rinterzarono parentele, intrighi, amicizie, rivalità domestiche, le quali recarono in cattiva nominanza Innocenzo.
Il vero è che il papa, più che settagenario, conservò la lealtà operosa, obbligò i ricchi a soddisfare ai debiti verso i poveri, stabilì ordine e sicurezza in Roma, e pensava abolire i piccoli conventi, che diffusi in castelli e in campagne, annidavano ozio e superstizioni. Non dando ombra ai principi italiani, riuscì a quell’impresa di Castro dove l’impeto del suo predecessore era fallito. Il vedere le bandiere farnesiane sventolare sì presso a Roma spiaceva ai papi, tanto più che i Montisti, non soddisfatti de’ loro crediti, recavano continui lamenti contro il duca. Il teatino Cristoforo Giarda, dal papa nominato vescovo di Castro, mentre vi andava fu ucciso (1647), e si credette opera di Ranuccio nuovo duca, o del provenzale Gioffredi che il menava a sua voglia. Il papa ne vuole vendetta e assedia Castro: Ranuccio arma, ma non può impedire che sia preso e distrutto, e piantatavi una colonna che diceva, Qui fu Castro. Ranuccio, minacciato anche ne’ proprj Stati, manda al supplizio il Gioffredi, e cede Castro e Ronciglione, che crebbero i dominj ma insieme i debiti della santa Sede.
Cotesti sono ben altri interessi che quelli in cui vedemmo faticarsi i papi ne’ secoli di mezzo, quando chiamavano il mondo all’evangelica civiltà, e difendevano le franchigie dell’uomo contro i tiranni di qualunque maniera fossero, il regno della terra posponendo a quello de’ cieli, cioè alla verità, alla morale, alla giustizia.
Dopo trent’anni di guerra civile e religiosa, che devastò non solo la Germania ma tutta l’Europa, fu conchiusa a Westfalia una pace (1648), la quale, costituendo legalmente come protestante una metà dell’Europa, toglieva ai papi ogni speranza di ricuperare il mondo alla loro monarchia. Innocenzo protestò contro quell’atto, riprovando, annullando, destituendo d’ogni effetto gli articoli suoi come pregiudicevoli alla religione, al culto divino, alla salute delle anime, alla sede apostolica, e rimettendo nel primiero stato quanto concerne la sede romana, le chiese, i luoghi pii, le persone ecclesiastiche. I fulmini avevano conservato il fragore, ma perduto il colpo.
Tre mesi durata la schermaglia del conclave, uscì papa Fabio Chigi (1655) col nome di Alessandro VII[4]. Avea declamato contro il nepotismo, e vietò che parenti suoi entrassero in Roma: ma oramai era necessità un cardinale nipote, col quale gli ambasciadori forestieri usassero le confidenze che soglionsi al ministro degli affari esteri negli altri paesi; e che di questo adempiendo gli uffizj, molti affari lasciava alla congregazione di Stato. Alessandro dunque si abbandonò anch’esso a un nipote, e ristrettosi alla letteratura e a fabbricare, meditava raccogliere a Roma un collegio de’ più gran dotti cristiani per valersene nelle controversie della fede e a confutare le opere ostili, a mantenerli applicando i beni de’ monasteri rilassati. Ma questo e altri vasti divisamenti la morte troncò.
Clemente IX (1667), che col nome di Giulio Rospigliosi avea fama di buon poeta drammatico, la gabella del grano ricomprò coi risparmj d’Alessandro VII, al cui nome ebbe la generosità di farne merito; e sempre attese ad alleggerire gli aggravj imposti dai predecessori. Procurò rinnovare il lanificio; sedeva egli stesso in confessionale; visitava spesso gli spedali, in persona serviva dodici pellegrini ogni giorno, e predicava ai pitocchi; non destituì gl’impiegati del regno precedente; ai nepoti scarseggiò di favore; e istituì una società di persone bennate, che facessero gli onori della città accogliendo i viaggiatori, e mostrando le meraviglie di Roma. La presa di Candia, che tanto egli aveva fatto per prevenire, gli accelerò la morte.