Scorsi quattro mesi e quattro giorni nel solito parteggiare, fu proclamato (1670) Emilio Altieri ottagenario, che si chiamò Clemente X. Non avendo nipoti, se ne creò coll’adottare la famiglia Paluzzi; arricchendola ma del suo, risparmiando anzi a sgravio del popolo, e detestando le quattro case impinguatesi coll’erario papale. Però gli Altieri si valsero della sua vecchiaja per invadere i posti, e far denaro.

Il più evidente argomento che alla varietà protestante opponesse la Chiesa era l’inconcussa unità sua, e la maestosa tranquillità nel vero; ma anche questa fu turbata. Il concilio di Trento avea lasciato irresoluta la questione sulla natura della Grazia, mistero della ragione e della fede; e sul modo di combinare il libero arbitrio colla predestinazione. Alcuni teologi attribuivano tutto alla Grazia, come i Domenicani: i Gesuiti sostenevano potere l’umana volontà anche produrre da sè opere moralmente buone, elevarsi ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; allora Iddio concede la Grazia pei meriti di Cristo, donde viene la santificazione; senza che sia tolta l’attività al libero arbitrio, resa efficace da essa Grazia. Che le questioni s’inveleniscano trattandole, è della natura umana, e sembra più speciale de’ teologi, i quali, anche su punti abbandonati alla discussione, si tacciano spesso l’un l’altro d’eresia. Clemente VIII destinò una congregazione apposita sopra la quistione della Grazia, e in persona assistette a sessantacinque adunanze, ma morì prima di risolvere. Paolo V la congedò, ordinando un silenzio che era più facile imporre che ottenere.

Giansenio, vescovo d’Ypres ne’ Paesi Bassi (-1638), pubblicò un commento alla dottrina di sant’Agostino, dimostrandola differente da quella che sosteneano i Gesuiti. Allora i teologi accampano gli uni sotto la bandiera di quel santo, gli altri sotto la bandiera di san Tommaso; Urbano VIII condanna il libro di Giansenio, alcune Università lo difendono; cinque proposizioni di quello sono da Innocenzo X riprovate; e i fautori di Giansenio, non avventurandosi a impugnare l’autorità del papa, sostengono che esse non si trovano nell’opera di lui. Così s’infervorò la setta dei Giansenisti, che alcuni qualificarono di calvinismo temperato, poichè ammetteva anime predestinate alla gloria o alla perdizione, esagerava nell’applicazione de’ sacramenti in modo da renderli impraticabili, da perdere insomma l’uomo per desiderio di troppa perfezione.

La Francia, che si era schermita dalla Riforma, e dove Luigi XIV avea voluto conservare l’unità di credenze fin col cessare la tolleranza che l’Editto di Nantes concedeva ai Protestanti, e col perseguitare accannito chi perseverasse nell’eresia, allora si trovò scissa per una disputa interna; uscirono infiniti libri tra serj e beffardi, tra scientifici e popolari; si moltiplicarono bolle pontifizie: e sebbene nessuna escludesse i Giansenisti dal grembo della Chiesa, venne a complicarvisi la quistione della supremazia del papa; giacchè, se i Giansenisti non impugnavano la sua autorità decisoria, voleano però si potesse interpretarne i decreti.

Savie persone, moralisti rigorosi sostennero il giansenismo; e l’austera scuola di Portoreale, che diede i Pascal, i Nicole, i Sacy, gli Arnauld, i Racine, apponeva ai Gesuiti di condiscendere ad una morale lassa, la strada del paradiso tappezzando di velluto, e attenersi al probabilismo. Consiste questo nell’insegnare che, fuori dei comandamenti di Dio e delle decisioni della Chiesa, si possa attenersi all’opinione probabile; ma mentre probabile è l’opinione, ad affermare la quale si hanno più ragioni che a negarla, alcuni giudicavano tale quella che fu sostenuta da alcun teologo, sebbene da altri combattuta.

La morale evangelica è consigliera indefettibile del partito più umano, del più generoso; ma posta a cozzo coll’umana natura corrotta e cogl’interessi individuali, resta offuscata dai suggerimenti dell’opportunità. Chiamato a dirigere al confessionale le coscienze individuali, e risolvere i dubbj particolari, qual terribile responsabilità non pesa sul confessore, su cui potrebbe cadere la colpa d’un atto consigliato, o non impedito, o assolto! Peccato che l’uomo abbia, la Chiesa non vuole abbandonarlo alla disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare; però al pentito la riparazione non è sempre possibile, nè in preciso grado può determinarsi. In molti paesi poi sussisteva l’Inquisizione con norme severissime; e il lasciare un anno senz’assoluzione il peccatore, lo esponeva a quel rigido tribunale. Convenne dunque studiar ripieghi e compensi, che salvando i diritti della coscienza, affidassero del perdono, senza allettare colla soverchia agevolezza.

Da ciò nacque la scienza casistica, forse calunniata oltre il dovere. Il confessore non giudica se non sopra ciò che il penitente gli espone, e quindi innanzi tutto deve por mente all’intenzione, giacchè chi si confessa di un fallo mostra che la coscienza gliene rimorda, mentre chi opera contro coscienza pecca, quand’anche l’azione fosse irreprovevole. Ciò che più monta, il confessore dee porgere consigli per l’avvenire; onde avendo in mano le coscienze e le volontà dell’infimo uomo come del re, deve, fra la rettitudine subjettiva e l’objettiva, procurare scrupolosamente quell’accordo, nel quale sta la perfezione dell’atto morale. Or quanti casi non possono presentarsi! quante sottigliezze a spiegare! quanta varietà di circostanze a valutare! Ecco dunque, e non più per dispute di scuola, ma per immediata applicazione, rinascere tutti i dubbj della morale; e se attenersi alla stretta lettera della legge, o permettersene l’interpretazione.

Maggiori esitanze sorgevano nelle regole della veridicità, e nelle obbligazioni originate da promessa. Che questa, anche data per ignoranza, o carpita con frode o violenza, obblighi ad ogni patto, è conforme al sentimento dell’abnegazione volontaria che il vangelo impone. Però sentivasi necessario racconciarsi colle circostanze e colle passioni, se non altro per salvare l’imperio della coscienza. Già in troppi casi l’interesse avea trovato sofismi onde fallire a una promessa; il mondo era abituato a transazioni fra la legge della carne e quella dello spirito, e nell’esitanza appoggiarsi ad esempj, ad opinioni individuali: ma ai Gesuiti si diè colpa d’avere per sistema stabilito una morale condiscendente, che ne conservò proverbialmente il nome. Nati nel secolo di Machiavelli e di Montaigne, faticando più che macerandosi, vôlti all’utile del genere umano ch’essi consideravano identico col trionfo della santa Sede, quanti ostacoli avrebbero trovati insuperabili se non avessero accettato per iscusa la rettitudine del fine! Chiamati a dar parere ai grandi, poteano sempre conciliare colla stretta onestà le convenienze e le inesorabili necessità della politica? e col ripudiare quest’insigne ministero, doveano privarsi di un sì potente mezzo di servire alla Chiesa e all’umanità?

Che che ne sia, col probabilismo non hanno a fare coloro che stillano sofismi per iscagionare i delitti, o camuffano la bugia in restrizioni mentali ed espressioni ambigue: e certamente quel secolo fu assai meno machiavellico del precedente. Ma quistioni tanto vitali in tempo che tutti andavano al confessore, non è meraviglia se porsero lungo esercizio ai teologi non solo, ma ed ai parlamenti ed al bel mondo: e qualche anima superbamente inane cercò fino ripascolarne l’età nostra, in ben altri interessi e in ben più profondi dubbj sommersa.

La disputa intanto esacerbò l’avversione contro i Gesuiti; e se nel secolo precedente erano denunziati di fanatici oppositori all’eresia, allora tacciaronsi di mondani, avversi agli austeri: il bel mondo prese parte pei rigoristi; i parlamenti e gli avvocati si compiacquero di abbattere su campo non loro quei campioni della santa Sede; e dopo che Pascal avventò contro loro le Lettere provinciali, immortali mentitrici, il litigio teologico si trovò presentato al tribunale affatto incompetente del senso comune, e dibattuto coi lazzi e coll’ironia: intanto che deturpavasi con indegni procedimenti; il re di Francia perseguitò i Giansenisti fin ne’ ricoveri dove cercavano pietà e dimenticanza, si negarono i sacramenti a chi non ne rinnegava le opinioni, e persone venerate per santità soffersero il castigo di empj.