Altra quistione. Il concilio Tridentino avea proferito che tutti hanno il peccato originale, ma in questa generalità non intendere compresa Maria: Pio V condannò Bajo che credè concepita lei pure colla macchia; e venutane disputa, Pio V adunò una consulta di cardinali e teologi, i quali difesero l’immacolata concezione: Urbano VIII, a istanza del duca di Modena, creò i cavalieri dell’immacolata concezione, e molte chiese si fondarono sotto questo vocabolo: Gregorio XV, a supplica de’ principi, vi aveva dedicato un giorno festivo, che Clemente XI rese comune a tutta la cristianità (1700); ma non per questo fu dogmaticamente pronunziato sopra quel mistero fino ai dì nostri.
Allora incalzavasi sempre più Roma a definire intorno alla Grazia: ma essa inclinava a non restringere la libertà del pensare sopra materie tanto sottili; pure alfine colla bolla Unigenitus (1715) Clemente XI condannò l’opera di Quesnel ch’era come lo stillato del giansenismo, segnandovi cento e una proposizioni fallaci. Non per questo cessa la disputa; concilj provinciali e dichiarazioni parziali l’ammendano, le scuole ne rimangono scisse, dando ai Protestanti di che ridere sull’asserita unanimità nelle verità cattoliche, e più ai Filosofisti, che fra i rottami dei due combattenti spargevano lo scetticismo e la negazione.
Molti danni ne vennero ai pontefici, e più ad Innocenzo XI (1676), ch’era stato Benedetto Odescalchi di Como. Sant’uomo, fu acclamato dal popolo durante il conclave, per quanto egli repugnasse. Pensava emanare una bolla contro del nepotismo, cui tutti i cardinali dovessero soscrivere; ma non vi riuscì: pure non volle attorno nipoti, solo a don Livio Odescalchi rassegnando i beni patrimoniali; ai ventiquattro segretarj apostolici restituì il denaro con cui aveano compre le cariche, affinchè cessassero d’essere venali; riformò la tavola papale, ricevendovi soltanto persone specchiate; esortò i cardinali a correggere l’eccessivo lusso di famiglia e carrozze; sfrattò i giuochi zarosi e le persone scandalose; cercò reprimere l’uso d’indebitarsi; almeno coi decreti corresse i costumi; le donne andassero coperte fino al collo e al pugno, maschi non insegnassero musica alle fanciulle; interdisse le clamorose mascherate, fece ricoprire l’inverecondia del mausoleo di Paolo III, condannò sessantacinque proposizioni di morale lassa, tratte da casisti.
Il gran Luigi XIV re di Francia aveva allora introdotto e fatto ammirare il despotismo amministrativo; e all’onnipotenza del re, proclamata come un grand’acquisto della nazione francese, non rimaneva più che di sottomettere la Chiesa, e collocare il trono più alto che l’altare. Sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato erasi sospeso di contendere fra i Cattolici allorchè entrambi si trovarono a fronte un nemico comune; tolto questo, rinacquero in seno al cattolicismo due quistioni: il papa è superiore al concilio, cioè infallibile anche nelle decisioni che prende senza di questo? il papa ha supremazia sovra le corone, per proteggere e consacrare l’autorità di esse e impedirne l’abuso?
La Chiesa, ringiovanita nel concilio di Trento, riprodusse le antiche pretensioni per le immunità giurisdizionali: ma i principi erano meno che mai disposti a consentirvi; l’Impero e fin la Spagna cercavano restringere l’indipendenza de’ nunzj; Francia ne sottraeva le cause matrimoniali, gli escludeva dai processi per delitti, mandava preti al supplizio senza prima degradarli, pubblicava editti sull’eresia o la simonia, Venezia limitava le nomine riservate a Roma; insomma anche i principi cattolici sottraevansi alla dipendenza nelle cose ecclesiastiche; e il papato aveva a difendersi da sempre nuovi attentati, dove l’opinione era subordinata alla politica.
La Francia volea tenersi cattolica, ma purchè Roma non s’ingerisse nello Stato, e la Chiesa, fatta nazionale e ridotta un congegno dell’amministrazione, avesse per capo il re, per giudici le assemblee nazionali: e le libertà gallicane, che quando Roma era onnipotente eransi introdotte acciocchè essa non mettesse ostacoli al libero volere del re, e che assoggettavano gli ecclesiastici all’autorità civile, privandoli dell’appoggio che trovavano in un potere lontano e indipendente, furono allora ridestate. Fra una nuova scossa che il libero pensare dava al sentimento dell’autorità, base ai regolamenti del medioevo; e dopo avere nel secolo precedente fatto la gran protesta contro la Chiesa, ora in seno alla Chiesa stessa scoteva l’obbedienza al pontefice per attribuirla al re, al quale poi nel secolo successivo la ricuserebbe.
Già Richelieu avea litigato con Urbano VIII su tali pretensioni, fin a proibire di mandar denaro a Roma per affari di cancelleria; ma il papa colla moderazione evitò una rottura. Luigi XIV trovò ben presto nuovi appigli, e cominciò a trarre a sè la regalia di tutto il regno, cioè d’amministrare i vescovadi vacanti, goderne i frutti intercalari e nominare ai benefizj dipendenti; e ciò anche nei paesi che di fresco avea conquistati, e pei quali non vegliavano nè accordi anteriori nè consuetudini. Innocenzo XI vi scôrse un intacco delle ragioni pontifizie; ma il parlamento, che sempre zelò il trionfo del diritto civile sopra il canonico, oppose editti alle bolle, e sbandì i fautori di Roma; l’assemblea poi del clero di Francia espresse una dichiarazione (1682), divenuta simbolo della Chiesa gallicana: i papi non avere podestà in materie civili, nè i principi essere sottomessi a veruna autorità ecclesiastica; il concilio essere superiore al pontefice; a questo competere la parte primaria nelle quistioni di fede, ma le sue decisioni non essere irreformabili se non quando consentite dall’universa Chiesa. Così restava tolto a Roma di far citazioni o ricevere appellazioni da verun suddito francese; nessuna giurisdizione più al nunzio; le bolle valeano nel regno sol dopo esaminate. A quella Dichiarazione Luigi diè forza di legge, proibendo d’insegnare il contrario; gli avvocati francesi piacevansi d’intaccare l’attuazione esterna della Chiesa; e a quella universale che fin allora avea regolato il mondo, tendevasi a sostituire chiese nazionali, a piacimento dei re. Innocenzo XI cassava gli atti concernenti la regalìa, ed esortando il clero a ritrattarsi, negò l’istituzione canonica ai nuovi vescovi eletti; e Luigi, non avvezzo ad opposizione, pensò vendicarsene.
Gli ambasciadori residenti a Roma vi godeano l’immunità, vale a dire che il palazzo di essi e le case attigue restavano esclusi dalla giustizia del paese; sicurezza opportuna in tempi violenti, ma poi stranamente abusata. E poichè l’esempio erasi dilatato a palazzi di cardinali e di principi, in tutta Roma il governo vedeasi tolta quasi ogni giurisdizione; all’ombra di questo o di quell’altro ambasciadore, si teneano giuochi proibiti, si esercitava il contrabbando, si ricoveravano d’ogni qualità malfattori, che da quegli asili sbucavano poi a misfare; per lo meno pretendevasi vendere senza dazj nello spazio privilegiato, e che ai confini e alle porte non fossero esaminate le carrozze e le persone attinenti a principi, o portanti le loro insegne; quand’anche non istrappavansi dalla giustizia i delinquenti a mano armata. Qual governo regolato poteva comportare tanto sconcio? Giulio II colla bolla Cum civitates avea abolite le franchigie; Pio IV e Gregorio XIII aveano usato altrettanto, ma con fiacchezza; Sisto V, appena pontefice, colla bolla Hoc nostri pontificatus initio tolse le immunità alle case d’ambasciadori, di cardinali, di principi, dichiarando reo di maestà e scomunicato chiunque desse asilo a banditi o malfattori, o impedisse i ministri di giustizia; e agli ambasciadori cantò che volea Roma per sè solo, nè altro asilo che quel delle chiese, quando e quanto il giudicasse a proposito. E tenne la parola, perchè dalle case stesse degli ambasciadori, non che de’ prelati, fece strappare i malfattori, e metterli in galera o alla forca.
Gli abusi non tardarono a rinascere peggiorando: sicchè Innocenzo XI pensò fare che ogni nuovo ambasciadore entrando rinunciasse alla franchigia. Le altre Potenze il trovarono giusto: Luigi no, rispondendo: — Io non mi regolo sull’esempio altrui». Il papa, inflessibile per coscienza e sicuro dell’integrità delle sue intenzioni, stette saldo, e usando del diritto sovrano, dichiarò abolite le immunità: ma il re imperioso vi oppose la forza, e ordinò che il nuovo ambasciadore marchese di Lavardin facesse l’entrata (1687) con ottocento seguaci, armati fino ai capelli, che facevano la ronda dì e notte per tutto il quartiere circostante al palazzo di Francia. Il papa gli ricusa udienza; e perchè ostinavasi, l’interdice; e Lavardin fa cantar messa in propria presenza in San Luigi de’ Francesi; entra anche in San Pietro con seguito formidabile, ma gli ecclesiastici ne escono tutti immediatamente[5].
Tutta Europa curvavasi al prepotente Luigi, solo questo vecchierello osava resistergli, invocando il crocifisso a dargliene forza[6]; e non v’è opposizione che ai violenti spiaccia quanto la tacita e negativa. Luigi dunque ricorre agli spedienti regj, occupa Avignone e il contado Venesino, terre di Francia appartenenti al papa, e minaccia mandare un esercito in Italia per risuscitare le pretensioni dei Farnesi sopra Castro. Non per questo Innocenzo piegò: intanto le chiese di Francia rimangono vedove; Luigi, che alle sue stragi in Linguadoca e tra i Valdesi avea pretessuto lo zelo di cattolicismo, allora si trovava al cozzo col capo di questo, e i timorati paventavano d’uno scisma; sicchè alfine il superbo monarca restituì Avignone, consentì d’abolire quelle immunità, e quanto alla Dichiarazione del clero aderì «di non far osservare il contenuto nel suo editto»; talchè, senza ritrattarlo, restò libero di discuterne.