Innocenzo, che anche prima aveva esortato più volte Luigi XIV non desse orecchio agli adulatori, nè attentasse alle libertà ecclesiastiche, diede ricetto ai vescovi da quello perseguitati, benchè fossero giansenisti, e sempre si mostrò schivo da vili dipendenze. Per piacenteria al gran re, i Francesi vilipesero la memoria di lui; ma il popolo l’ebbe per santo e ne conservò le reliquie, la posterità per uno de’ più integri e disinteressati pontefici. Nell’ultima malattia, a stento ammise il nipote don Livio; l’esortò ad imitare gli esempi aviti nel soccorrere i poveri, non si brigasse negli affari della Chiesa e molto meno nel conclave, convertisse centomila scudi in opere pie, e il rimandò colla sua benedizione.
Ma Pier Ottoboni veneziano, succeduto (1689) di settantanove anni col nome di Alessandro VIII, in ventisei mesi s’affrettò ad impinguare i nipoti. Quando morì stava per disapprovare gli atti dell’assemblea del clero di Francia del 1682; onde assai importando a questa d’avere un papa connivente, scandaloso conflitto s’agitò per cinque mesi, finchè sortì Antonio Pignatelli di Napoli (1691) col nome d’Innocenzo XII.
L’entrata allora sommava a due milioni quattrocento mila scudi, compreso la dataria e i casuali, e la spesa eccedeva di censessantamila scudi; e Innocenzo XII abolì molti abusi ed esenzioni, restrinse l’interesse dei Monti, ma non evitò il fallimento che col proprio rigore. Nel naufragio della pubblica fortuna ognuno cercava ciuffare quanto potesse del patrimonio pubblico, e cacciavasi a impieghi e a cariche. Oltre il ricavo dei quattro mesi di vacanza, dicono non vi fosse auditore della Sacra Rota, il quale non imborsasse per cinquecento scudi di strenne a Natale. I favoriti, non solo ricevevano ingordi regali da chi aspirava a grazie, ma riservavansi assegni sopra le cariche che faceano ottenere, sopra la giustizia che faceano rendere o deviare. Talora ai benefizi conferiti accollavasi una pensione a favore di qualche membro della Corte: e fu volta che i ricchi vescovadi d’Urbino, d’Ancona, di Pesaro non trovavasi chi li volesse, tanto di contribuzioni e riserve erano caricati. Ne veniva che gl’impieghi fossero cerchi dai ricchi come vantaggio personale; le cause si eternavano, gli appelli rimanevano inascoltati.
L’amministrazione era attributo della prelatura. Per disposizione d’Alessandro VII, a divenire referendario di segnatura uno dovea avere ventun anno, mille cinquecento scudi d’entrata, laurea in legge e pratica di tre anni sotto d’un avvocato. Quel grado conduceva al governo d’una città e d’una provincia, a qualche nunziatura, ad un sedile nella Sacra Rota ovvero nelle Congregazioni, avviamenti al cappel rosso e al grado di legato. In questa sublime dignità, allo spirituale era annesso il poter temporale, modificato però nella Romagna da privilegi municipali. Ma dei magistrati delle provincie il cardinale Sacchetti scriveva ad Alessandro VII: — Son flagelli peggiori che le piaghe d’Egitto. Popoli non conquisi colla spada, ma venuti sotto l’autorità della santa Sede per donazione di principi o sommissione volontaria, sono trattati più immanemente che gli schiavi in Siria e in Africa. Chi può dir queste cose e non piangere?»[7].
Innocenzo XII mise qualche ordine alla giustizia, sopprimendo giudicature che complicavano i processi; tolse la venalità d’alcuni uffizj di curia ed altre fonti d’impuri lucri; aperse ricoveri pei poveri in Laterano e a Ripetta onde sbrattar Roma dagli accattoni; migliorò Civitavecchia cercando prevalesse al crescente Livorno; e pensava ristabilire Porto d’Anzo, e sanare le paludi Pontine. Alla riforma del lusso trovò ostacoli in quei che ne vantaggiavano, e nei Francesi che ne traevano lucro; proibì di giocare al lotto; pensò riformare alcuni ordini degenerati, ma qui pure incontrò difficoltà gravi. Fece soscrivere ai cardinali una bolla che condannava il nepotismo, e fu detto che suoi nepoti erano i poveri; e a Celestino Sfondrati diede incarico di scrivere la storia de’ papi che eransi traviati dietro all’affetto pei nepoti.
Gianfrancesco Albano di Pesaro, che, dopo lungo ricusare, accettò la tiara (1700) col nome di Clemente XI, continuò un parchissimo trattamento e gli studj, già delizia del suo vivere privato; parenti non volle a Corte, nè che assumessero titoli o ricevessero regali, e così dovea fare chiunque bramasse piacergli. Spedì missionarj nella Persia e nell’Abissinia; impegnò Luigi XIV a ottenere dai Turchi migliori condizioni agli Armeni ed altri Cattolici di Levante; molti prelati della Chiesa greca vide riunirsi alla nostra, della quale vigilava gl’interessi appo tutte le potenze; eresse spedali, una casa per gli ecclesiastici forestieri, una pei vescovi di Mesopotamia fuggiaschi; rapaci granaj, il porto d’Anzo, acquedotti a Roma e a Civitavecchia, fortezze per assicurare le coste dai Barbareschi; riparò strade, disseccò paludi, fece erigere dal Fontana la colonna Antonina e restaurare il Panteon, trofeo della Vittoria di Cristo sovra gli Dei. Visto come i giovani, sebbene tenuti distinti dagli adulti, uscissero sempre peggiorati dalle carceri, all’edifizio di San Michele a Ripa, per disegno d’esso Fontana, faceva unire una casa di correzione pei delinquenti di sotto dei vent’anni. Oltre le camere dei custodi e d’un ecclesiastico, v’ebbe sessanta cellule in tre piani attorno ad un’ampia sala, in fondo alla quale una cappelletta e l’altare; un priore per istruirli nella morale e nella religione; probi artigiani per ammaestrarli in qualche mestiere. I genitori poteano farvi chiuderei loro figliuoli, che cercavasi emendare collo staffile e colle prediche; e ottant’anni durò questo penitenziario, che prevenne i tentativi cui ora s’affaticano a gara i governi buoni. Nè vogliamo tacere che, due anni prima, il sacerdote Filippo Franci avea disposto a Firenze il carcere di San Filippo colla reclusione cellulare.
CAPITOLO CLXI. Venezia e i Turchi.
La libertà ha bisogno d’espandersi fuori per non rodersi entro; lo perchè le repubbliche lombarde perirono, durarono Venezia e Genova, ch’erano come la Liverpool e la Nuova York del medioevo. Ancora la piazza San Marco era come la sala ove si davano la posta tutti i popoli del mondo; ivi pensatori liberi, libera stampa, non prepotenza di feudatarj, non ladrerie di cortigiani; l’Europa tutta ormai foggiata a monarchia, non la temeva come quando resistette sola alla lega di Cambrai; pure venerata per la sua prudenza, anche per armi facevasi rispettare in Levante. In terraferma possedea Padova, Vicenza, Brescia, Verona, Bergamo, Treviso, Belluno, Crema, il Friuli; oltremare il regno di Creta, l’isola di Corfù ed altri possessi in Grecia, in Slavonia, in Dalmazia.
Alquanto migliori de’ soliti statuti sono quelli di Venezia, meno sbricciolandosi nella specialità de’ casi per attenersi piuttosto a principj generali, e spesso brevi e semplici nel concetto legislativo; non ammetteano per supplemento il diritto romano; nel secolo XV erasi proibito di farvi chiose ed annotazioni: pure le aggiunte li complicarono inestricabilmente e a ravviarli ben poco contribuì la Soprantendenza alla formazione de’ sommarj delle leggi, istituita il 1662. Valeano unicamente per Venezia; alle terre dominate essa conservava i privilegi e gli statuti, e il violarli era punito dai Dieci. Talvolta anzi gli statuti provinciali erano avversi alla dominante, come quelli di Brescia che a qualunque forestiero, neppur eccettuati i Veneziani, proibiva d’acquistare possesso, o dominio o diritto onorario di beni stabili del territorio bresciano, nemmeno per dote o eredità, se pure non andasse a stabilirvisi colla famiglia, sottomettendosi alle leggi civili e criminali. All’incontro, i beni del territorio padovano erano quasi tutti posseduti da signori veneziani. Dei Bergamaschi diceasi in proverbio che passeri, Francescani e Bergamaschi n’era per tutto il mondo.
In ogni provincia Venezia spediva un podestà, sotto il quale raccoglievasi il consiglio de’ nobili, rappresentante di ciascuna città, e un capitano che presedeva ai rappresentanti del territorio. E città e territorj tenevano nunzj e patrocinatori nella dominante, oltre scegliersi un patrono fra que’ nobili. Sotto un’amministrazione savia, economica, stabile, le provincie sarebbero prosperate; ma non trovavansi assicurate contro i nemici, che da ogni parte le stringeano: oltre che Venezia ignorò che una repubblica può farsi conquistatrice sol per aumentare di cittadini, non di sudditi; nè provvide d’associar il fiore delle provincie alla sua sovranità.