Il popolo vivea contento, poichè la Signoria gli manteneva l’abbondanza e ne favoriva le industrie; dai commerci lontani e protetti ritraeva compiacenze e lucro; non sentiva il peso delle guerre, perchè fatte con mercenarj e discosto dalla capitale; giustizia pronta colpiva egualmente il nobile, anzi con più rigore; le clientele affezionavano i poveri al ricco; le frequenti feste distraevano tutti. Nihil de principe, parum de Deo, non intrigarsi della politica, poco discutere di religione era l’universale precetto; del resto si facesse a volontà. La mendicità era esclusa: solo tolleravansi alcuni accattoni ai ponti della Pietà, di Rialto, de’ Pignoli, di Canonica, ed anche in San Marco, per concessione del doge, sicchè diveniva un privilegio lucroso, dato in dote, trasmesso per eredità.

I nobili della dominante erano ricchissimi in grazia della parsimonia, del commercio e degli emolumenti che traevano dalle cariche e dalle ambascerie; ma sostenevano anche i maggiori aggravj, procurandosi sempre alleviarne il popolo. Potentissimi fuori, in città erano tutti eguali, e allorchè più irrompeva la smania dei titoli, fu preso parte (1576 21 9bre) che non dovesse «alcuno arringando usare i titoli di umilissimo da una parte, preclarissimo, illustrissimo, eccellentissimo dall’altra, ma solo messere o ad summum magnifico messere». Un vicerè spagnuolo che in Grecia aveva conosciuto Sebastiano Venier, terrore de’ Turchi e de’ sudditi, tra cui non compariva se non col corteggio di cento e più nobili, pendenti da un suo comando, nel passare poi da Venezia, stupì in vederlo passeggiare indistinto sotto le Procuratie nuove, e supplicare i voti come qualsifosse altro, e un greco passargli davanti senza pur fargli di berretto. La quale eguaglianza pareagli più meravigliosa che non la basilica e la piazza di San Marco, e tante architetture e pitture[8].

Fu gran tempo onnipotente il senator Molino, uomo di Stato che abbracciava nelle sue vedute l’intera Europa, e fece tenere in equilibrio la Spagna, e spendere meglio di dieci milioni di ducati in sussidj ora alla Savoja, or agli Svizzeri, or all’Olanda. Altero della sua nobiltà, mai non comunicava coi popolani; eppure n’era riverito ed anche amato, perchè all’occasione li proteggeva e soccorreva, e rendea persuasi di operare per pubblico bene, giacchè nulla cercava per sè. Intanto però era padrone del broglio; le cariche principali facea cadere su’ suoi amici; fu lui che ispirò frà Paolo, massime nella lotta contro Paolo V, e morendo non lasciò ricchezze.

Il doge era a vita, ma già nella promissione del 1229 era prefisso che, qualora sei del minor consiglio fossero d’accordo coi più del maggiore nel chiedergli la rinunzia, egli non potesse ricusare. Per nominarlo, il gran consiglio (come divisammo al tom. VI, pag. 181) cavava a sorte trenta de’ suoi membri, i quali colla sorte ancora riducevansi a nove; e questi a voti nominavano quaranta patrizj, che a sorte venivano ridotti a dodici; i dodici ne sceglievano venticinque, in cui se ne sortivano nove, che ne nominavano quarantacinque, colla sorte ridotti a undici; i quali sceglievano quarantuno, che eleggevano il doge colla maggioranza di venticinque. Conosciuti i primi trenta, potevansi prevedere anche le elezioni successive; onde il broglio s’incaloriva sopra que’ pochi. Erasi bensì stabilito dai Dieci che i quarantuno dovessero essere ballottati uno per uno dal gran consiglio, ma ordinariamente non si faceva che confermarli.

Il clero stava sottomesso e pagava; solo ogni cinque o sette anni la Signoria dovendo domandare da Roma licenza di levare le decime sui beni di quello, non eccettuati i cardinali. Era escluso dal governo: i parroci della città erano eletti dai possidenti di case nella parrocchia senza distinzione di nobili, cittadini o popolani; benefizj e dignità non davansi che a natii; si vigilava su quei che ne sollecitassero da principi stranieri; si sgradiva che ottenessero cappelli cardinalizj, perchè od erano premj della ligezza usata verso la Corte romana, o nei consigli di questa portavano persone informate de’ secreti della Signoria: onde la repubblica fu immune come dalla tirannide militare, così dalle brighe pretesche.

Durava la potenza del consiglio dei Dieci, le cui procedure, che che se ne romanzi, erano meno violente che in altri paesi. L’11 settembre 1462 era stato decretato: — Ogniqualvolta parerà ai capi del consiglio dei Dieci di far ritenere alcuno per cose spettanti allo Stato e al Consiglio, debbano venire alla Signoria, e dire quello che hanno contro di quello e quelli. E ciò che li quattro consiglieri almeno e due capi delibereranno, sia eseguito; e li capi immediatamente avanti che passi il terzo giorno siano tenuti, in pena di ducati cento, a chiamare il Consiglio e proponer ciò che avranno in tal materia di quelli che saranno riterati»[9].

Era tra gli obblighi dei Dieci il visitar le prigioni, riferire dei processi pendenti, sollecitarne la spedizione. Le denunzie che si deponevano nelle famigerate bocche de’ leoni, quando fossero anonime non aveano corso se non concernessero casi di Stato, e voleansi cinque sesti dei voti per procedere su di esse; quando firmate, discuteasi se darvi seguito; al che voleansi quattro quinti dei voti.

Abbiamo veduto come quel tribunale divenisse parte del governo. Ma nella guerra di Cipro essendosi trovato in discapito l’erario, tanto che l’interesse del debito pubblico saliva ad un milione, erane incolpato il consiglio dei Dieci: onde si fece concerto per escluderlo dai poteri ch’erasi arrogato; e col non dare sufficienti voti, il maggior consiglio abolì le Giunte (1583), ch’e’ solevasi aggregare, e il denaro pubblico fu dato a maneggiare a magistrati dipendenti dal senato; sicchè privi delle attribuzioni camerali, delle legislative, delle politiche, i Dieci trovavansi ridotti a tribunale supremo pei delitti di Stato, e tribunale ordinario pei nobili.

Impedire i sovvertimenti dello Stato, proteggere la quiete interna era lo scopo di quell’arcana podestà; e tra i carnevali e le feste, quelle denunzie e procedure segrete non solo faceano tremare il delinquente, ma neppure lasciavano all’innocente quella sicurezza ch’è la più chiara proprietà. Era mestiere lucroso l’origliare alle case, ormare i passi, e farsi così stromenti alle passioni. Ai residenti in paese straniero proibivasi dare informazioni ad altri che alla Signoria, la quale giudicava se comunicarle. Girolamo Lippomani (1588), balio a Costantinopoli, al re di Spagna fece sapere che il Turco radunava armi; e i Dieci fecero arrestare e tradurre a Venezia esso balio (1622), il quale per viaggio buttossi in mare. Le spie denunziarono Antonio Foscarini che arcanamente andasse dall’ambasciatore di Francia, colpa capitale in un nobile. Côlto dai Dieci, egli confessò essere andato notturno da quelle parti per trovare una dama; e poichè l’onore facevagli un dovere di non nominarla, fu impiccato come traditore. Poco poi la verità venne in chiaro, e sminuì il credito che i Dieci aveano ripreso col vigore mostrato nelle chiassose vertenze con Roma[10].

Renier Zeno appose al doge Giovanni Cornaro di violare la legge fondamentale del 1473 col lasciar vestire cardinale suo figlio Federico vescovo di Bergamo, e sortito capo dei Dieci, l’ammonì. Quegli risponde; s’impegnano; Giorgio Cornaro trafigge lo Zeno, ed è condannato in contumacia, ergendo una colonna infame sul luogo del delitto; e ne sorgono due fazioni dei Cornaristi e degli Zenisti, i quali ultimi col denaro rappresentano i popolani, intenti a mozzare l’aristocrazia colla mannaja dei Dieci.