Cinque correttori furono eletti per rivedere le leggi della repubblica, mostrando come si lasciassero impuniti i delitti, a segno che accadeano più omicidj in un anno nel Veneto che in tutta Italia; poi nell’elezione del 1628 nessuno dei Dieci ottenne voti sufficienti; talchè quel consiglio restava abolito: ma il popolo ne gemette perchè lo teneva come sua salvaguardia contro l’esorbitare de’ nobili; i patrizj stessi bramavano recate a quello tutte le cause loro criminali, anzichè andare confusi ne’ tribunali ordinarj. Fu dunque ripristinato, ma con divieto d’ingerirsi nelle leggi del gran consiglio, nè d’amplificarle o restringerle; non avesse più ispezione sui magistrati, non desse salvocondotti o grazie a banditi.

Le forme di governo, sebbene invecchiate e inservibili, forse non era possibile riformarle secondo i tempi, e intanto davano una stabilità non priva di merito.

La cambiata via della navigazione[11], la differente costruzione di legni portata dai viaggi transatlantici, la potenza crescente della confinante Austria, la vicinanza dei papi divenuti signori di Ferrara, toglieano a Venezia molti vantaggi derivanti dalla sua postura, dal commercio, dalla stabile amministrazione. Il popolo vedea diminuirsi i mezzi di guadagno; l’aristocrazia si restringeva, in poche mani concentrandosi gli onori, mentre una ciurma di nobili pezzenti vivea del broglio, del sollecitare cause, del corrompere la giustizia. Perchè anche natura paresse congiurare cogli uomini, una sformata procella nel 1613 conquassò quante navi si trovavano nei porti del Mediterraneo.

Eppure Venezia pareva ancora regina dei mari, benchè realmente gliene avessero tolto lo scettro Olanda e Inghilterra: le due prime navi che Pietro czar pose sul mar Nero, uscivano dai cantieri di Venezia, dove egli spedì sessanta giovani uffiziali per istruirsi. La capitale, che nella peste del 1576 perdette da quarantamila abitanti, e sessantamila in quella del 1630, nel 50 ne contava da cencinquantamila, aumentati d’un quarto verso l’80. Oltre aver estinto i debiti della passata guerra, dava segno di prosperità con rialzare il palazzo ducale, compire la piazza San Marco, il ponte di Rialto, la chiesa votiva del Redentore.

Nel 1577 si fece misurare tutto il territorio, donde si accatastarono un milione ducentomila campi fertili e ducentomila sterili, sopra i quali fu istituito un magistrato. Nel 1556 erasi permesso d’introdur l’irrigazione al modo della Lombardia; e rivi artifiziali (seriole) ridussero a valore possessi da prima abbandonati. Gli anni successivi venne decretata la bonificazione delle valli di Battaglia, d’Este, di Cologna, Anguillara, Castelbaldo, poi di Lendrina, di Conselve, de’ territorj fra il Bacchiglione e il Po. Operazione importantissima, intrapresa al principio del 1600, fu il taglio di Portoviro. Il Po aveva colmato i seni e le paludi ove deponeva prima le spoglie dei monti, e ristretto fra le arginature che dopo il secolo XIII tanto procedettero, allungavasi in mare, e colmò il canal Bianco in modo, che elevandosi sovra le bassure del Polesine, più non ne riceveva gli scoli. Fu dunque tagliato un canal nuovo[12] per sette chilometri, invece dei diciassette che ne misurava l’anteriore; ma poi anch’esso si prolungò mediante alluvioni, fino a ventisei chilometri. E tale prolungamento era così calcolato, che il pubblico vendeva le terre che si formerebbero (vendite di onde di mare).

Secondo l’informazione del Bedmar, entravano alla repubblica da quattro milioni di ducati, de’ quali quasi metà traevansi dalla sola metropoli; ottocentomila dagli Stati di mare: e spendea meno di tre milioni, fra cui 127,660 per l’arsenale, 120,245 per compra di legname, canape, chiodi, pece, 267,396 per l’esercito ordinario, 400,000 per donativi alla Porta, 40,000 per la cassa che prestava a chi avesse bisogno: circa 200,000 si erogavano in comprar frumento pel pubblico o in fabbricare biscotto per l’armata. L’avanzo riponeasi in un cassone, il quale si toccava soltanto nelle occorrenze straordinarie, che la malevolenza e l’ambizione altrui non le lasciava mancare. In maggiori necessità, come la guerra contro il Turco, ricorreasi ad imprestiti, vendite dei beni comunali, tasse sul clero e sull’aristocrazia; e creavansi nuove dignità da vendere a questa.

Nelle spettacolose controversie con Roma, Venezia sembrando rappresentare le opinioni protestanti, viepiù rendevasi opposta alla cattolica Spagna, dalla quale per vendetta le vennero la congiura di Bedmar (tom. XI, pag. 148) e la guerra austriaca per gli Uscocchi. L’Austria, sempre desiderosa di mettere in comunicazione diretta i suoi possessi slavi cogli italiani, la ricingeva d’insidie, e l’odiava a morte perchè attenta a conservare l’equilibrio in Italia, ne impediva gl’incrementi. All’incontro Venezia teneasi ben edificata la Francia; vedemmo (tom. X, pag. 301) che pomposa accoglienza facesse a Enrico III, al quale ne’ suoi bisogni prestò centomila scudi senza interesse. Ne prestò ad Enrico IV benchè eretico, poi buttò sul fuoco le ricevute, il fuoco (ei diceva) più bello che mai avesse visto: ed egli regalò alla Signoria la spada con cui aveva vinto ad Ivry; chiese d’essere iscritto nel libro d’oro; esibiva interporsi affinchè il granturco le restituisse Cipro; e le destinava la Sicilia e l’Istria in quel famoso suo rimpasto d’Italia, ove al duca di Savoja assegnerebbe la Lombardia «condita d’una corona reale» (Sully).

La parte epica della storia di Venezia, come di tutta Italia, sono le guerre contro i Turchi. Questi non erano stati fiaccati dalla rotta di Lepanto (1575); e Maometto III, rigido osservatore della legge del Profeta, raggirato da Sofia Baffo veneziana, e sostenuto in mare dal Cicala rinnegato napoletano, invase anche l’Ungheria, sicchè i papi dovettero soccorrere di denaro gli Austriaci che colà combatteano; imprese dove si segnalò pure il duca Vincenzo Gonzaga di Mantova. I Turchi spingeansi fin alle rive dell’Adriatico; Venezia, per provvedersi contro di loro, fabbricò Palmanova (1596), Italiæ et christianæ fidei propugnaculum, la fortezza maggiore che allora si conoscesse.

Anche quando tacesse la guerra, continuava la pirateria. Don Pier Toledo nel 1595 stabilì vendicarsene, e côlto il destro che i Turchi v’erano accorsi alla fiera, sbarcò a Patrasso, e pose a guasto le robe e gli averi di essi e di Greci e d’Ebrei, vantandosi aver ucciso quattromila persone e bottinato per quattrocentomila scudi. Latrocinj opposti a latrocinj. Nel 1601 si pensò osteggiare Algeri, che un capitano Rosso francese asseriva facile a sorprendere. Da Spagna ne venne l’ordine a Giannandrea Doria, comandante alla regia squadra di Genova, provveduta dal Fuentes di fanteria lombarda; a Napoli, in Sicilia, a Malta si allestirono legni; sicchè sopra settantuna galee s’imbarcarono diecimila soldati oltre molti nobili venturieri, e fra questi Ranuccio Farnese di Parma e Virginio Orsini duca di Bracciano. Mossi al fin d’agosto, ebbero traversìa di mare, e subito si sciolsero con beffa della cristianità e dopo avere inutilmente irritati gli Algerini. Nel 1607 Ferdinando I di Toscana tentò sorprendere Famagosta credendola mal guardata; ma ne fu respinto con grave danno, e provocando castighi sui Cristiani dell’isola, sospetti d’averlo favorito. Volle rifarsene l’anno seguente collo spedire Silvio Piccolomini, già illustratosi nelle guerre di Fiandra, ad attaccare Bona in Africa, che infatto fu saccheggiata ed arsa.

Incessante molestia intanto ai Turchi recavano le galee de’ cavalieri di Malta e di Santo Stefano; ma se li danneggiavano talora, se gl’irritavano sempre, non bastavano a impedirne i guasti: alcuna fiata facean essi medesimi da pirati, massime a danno di Venezia, colpevole di starsi in pace coi Turchi. Essa in fatto con Solimano il Grande aveva patteggiato libero commercio (1521), e di tenere a Costantinopoli un bailo triennale, tributando diecimila ducati l’anno per il possesso dell’isola di Cipro e cinquecento per Zante. Dopo la terribile guerra di Cipro, accortasi che dai Cristiani poteva aspettare esortazioni e poesie, ma non ajuti, rinnovò pace col Turco (1572), cedendo Cipro ed altri luoghi già perduti, crescendo a mille cinquecento ducati il tributo per Zante; ma con isborsarne ottomila si redense da quello per Candia. Quest’isola, ampia ben sessanta leghe, e situata in modo di signoreggiare l’Arcipelago, con grosse città, bei porti, pingue territorio, centomila abitanti, era, si può dire, l’ultimo avanzo delle conquiste in Oriente; e Venezia dovette profonder oro e sangue per conservarla traverso a venti ribellioni de’ paesani, che la consideravano come tiranna straniera, e che ricordavansi d’esservi stati sovrani. Giacomo Foscarini, mandatovi con potere dittatorio, vi proclamò ordinamenti, che non era facile far osservare. Il tenerla costava grandemente allo Stato; ma i governatori traevano guadagni a danno de’ paesani, i quali speravano fin ne’ Turchi.