Nei trattati colla Porta, Venezia erasi sempre riservato il diritto di rincacciare i pirati dovunque gl’incontrasse. Alì Piccinino, rinnegato, che con una flotta d’Algeri e Tunisi infestava il Mediterraneo (1638), spintosi nell’Adriatico, prese un bastimento veneto, indi gettò l’àncora nella rada della Valona. Marin Capello, provveditore della flotta, ve lo bloccò, il prese, e condusse sedici galee in trionfo a Corfù. Amurat IV granturco l’ebbe per oltraggio, e domandò soddisfazione: occupato in infausta guerra colla Persia, dovette adagiarsi ad un accomodamento; ma presto, regnante Ibraim, nacque occasione di vendicarsi.
I cavalieri di Malta[13] imbatterono un galeone turco, che accompagnato da due minori e da sette saiche, portava una favorita del sultano al pellegrinaggio della Mecca con ricchissimo carico. L’assalirono, e perdendo sette cavalieri, censedici soldati oltre ducensessanta feriti, misero a morte da seicento nemici, trecentottanta ne presero schiavi, e un bottino di tre milioni d’oro, e la donna che morì, con un figlio che battezzato finì domenicano. Levò vivo applauso la cristianità; ma Ibraim dichiarò guerra all’Ordine e ai Veneziani (1644) perchè i cavalieri aveano menato quel bottino in un porto di Candia; e trecenquarantotto navi con cinquantamila Turchi, fra cui settemila gianizzeri e quattordicimila spahì, veleggiarono sopra Candia, e approdati cinsero la Canea. La repubblica era accorsa alla difesa; e il patriarca pel primo, il clero, i gentiluomini fecero offerte e sagrifizj generosissimi; oltre vuotar il cassone, si chiesero prestiti all’uno per cento perpetuo o al quattordici per cento vitalizio; venduta a prezzo la dignità de’ procuratori di San Marco, cresciuti a sei poi fino a quarantuno, e il diritto d’entrare prima dell’età nel gran consiglio; ammessi tra i nobili quei cittadini o sudditi che pagassero per un anno lo stipendio di mille soldati, donde si trassero otto milioni di ducati aggiungendo settantasette famiglie al libro d’oro: si obbligarono le manimorte a dare tre quarti de’ loro argenti, poi si ridussero a cartelle i depositi de’ minorenni e delle cause pie; si assolsero delinquenti e banditi, s’invocarono i potentati cristiani. Spagna somministrò cinque galee, Toscana sei, altrettante l’ordine di Malta, cinque il papa, che autorizzò a levare centomila ducati sul clero; i Francesi (o forse di sua borsa il Mazarino, il quale chiese d’essere aggregato alla nobiltà veneta) mandarono centomila scudi, quattro brulotti e licenza d’arrolare uomini in Francia, tutto però sott’acqua, atteso l’amicizia che questa tenea colla Porta. Se non che gli alleati erano scarsi di provvigioni e perdevansi in discordie; e prima che potessero operare, la Canea, fracassata per cinquantasette giorni, avea dovuto capitolare; i Turchi vi acquistarono trecensessanta cannoni e munizioni e spoglio, e un robusto punto d’appoggio. Allora Delì Ussein, già bascià di Buda, pose a Candia un assedio (1645), paragonato per lunghezza e accidenti a quello di Troja, e abbellito da splendide geste delle flotte venete.
Francesco Erizzo, doge ottagenario, fu posto capitan generale, e morto lui, la carica passò a Giovan Capello, poi a Battista Grimani, poi a Francesco Morosini, che vi s’illustrò, come tutta la sua famiglia. La capitana di Tommaso Morosini tenne testa (1647) contro cinquantadue galee nemiche, e con più di mille cinquecento vite di Turchi si pagò la vita di quel prode: Giacomo Riva con una squadriglia di venti navi (1649) sbaraglia la flotta di ottantatre, distruggendole a Focea quindici galee e settemila vite, col perdere solo quindici uomini. Eroi si mostrarono pure Leonardo Mocenigo capitan generale e Lazzaro Mocenigo, di petto a Mehemet Köproli, succeduto a Ussein dopo che Ibraim lo scannò per castigo della lentezza; e gloriosi fatti vantano i Contarini, i Tiepoli, i Badoero, i Soranzo, i Pisani, i Dolfino Valieri, i Bembo, i Foscarini, i Giustiniani.
Assediavasi fin lo stretto di Costantinopoli; i Morlacchi ed altre popolazioni sollevate offrivano a Venezia ausiliarj feroci e pericolosi, che assassinando, rubando, incendiando, rendevano più orribile la guerra, e provocavano riazioni de’ Turchi, che alzarono una piramide di cinquantamila teschi di Cristiani, e che faceano sostenere od impalare gli ambasciadori. Venezia, costretta a tener in piedi ventimila uomini, logorava da quattro in cinque milioni l’anno in denaro, il triplo in munizioni, cioè più che nei tre anni della guerra di Cipro, bisognando a Candia mandar ogni cosa, fin il biscotto e la legna; oltre che restavano interrotti i commerci di mare; e sebbene essa vincesse le più volte, i Turchi rinnovavano sempre armamenti, talchè di allargar Candia non s’aveva speranza.
Il vulgo che è numerosissimo, e che sottopone il cielo ai poveri computi della nostra aritmetica, vide alcun che di misterioso nel numero 1666; e i Cristiani quell’anno aspettavano l’Anticristo, i Musulmani il Degial, gli Ebrei il Messia: orridi tremuoti alla Mecca e in Egitto, parvero giustificare lo sgomento. Atterrito ai progressi de’ Musulmani, il papa non rifiniva d’esortare a questa crociata; prodi volontarii vi venivano; il duca di Savoja, che da trent’anni stava in broncio con Venezia pel titolo di re di Cipro, pose da banda le pretensioni, e spedì due reggimenti e il generale Francesco Villa, il cui avo ferrarese aveva sostenuto bella parte alla battaglia di Lepanto, e il cui padre aveva servito di consiglio e di spada a Cristina di Savoja finchè morì (1667) all’assedio di Cremona. Il Villa difese opportunamente Candia; ma nel maggior frangente il duca lo richiamò, forse sperando che Venezia, per trattenerlo, consentirebbegli il disputato titolo regio.
Luigi XIV, benchè alleato colla Porta e desideroso di soppiantare i Veneziani nel commercio di Levante, lasciò che il visconte De la Feuillade arrolasse una banda, cui, allettati dall’indole propria e dal romanzesco dell’impresa, s’unirono giovani di primarie famiglie (1668), portati a Candia dall’ammiraglio di Beaufort; sicchè il gransignore potè dire con verità sin d’allora quel che spesso ripetè: — I Francesi sono amici nostri, ma li troviamo sempre coi nostri nemici».
La guerra di mare avea mutato guise, mercè il perfezionamento dell’artiglieria; e benchè questa servisse ancora assai lentamente, e due flotte in un’intera battaglia non tirassero quanto oggi due navi in due ore, si dismise quell’infinità di barche, per farne poche ma grosse, quali erano le sultane dei Turchi; e Venezia ne allestiva sin da settantaquattro cannoni. Ma le giornate spesso si decidevano coll’arrembaggio, talchè ancora assai contava il valor personale, non rare volte i minori poterono prevalere ai più grossi; i cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano tennero testa vantaggiosamente ai Turchi anche più numerosi; e solo nel secolo seguente fu l’arte ridotta a quel punto, che assicura la vittoria alla superiorità del numero e del fuoco.
Nel lungo assedio di Candia si sfoggiò l’arte più raffinata: i Turchi ebbero mortaj che lanciarono bombe fin di ottocento libbre; primi si valsero delle parallele che avean imparate da un ingegnere italiano; ed oltre abilissimi artiglieri, erano espertissimi nelle mine e nelle strade sotterranee; i nostri gl’imitavano, e il suolo era tutto solcato di mine, che tratto tratto scoppiavano dove men s’aspettasse, e sotto terra combattevasi quasi altrettanto che sopra. «Orribile era lo stato della città: le vie ingombre di palle o frantumi di bombe e di granate; non chiesa, non edifizio che non avesse le mura sconquassate dal cannone; le case ridotte a mozziconi; dappertuto puzza, e soldati morti, feriti, storpiati» (Despreaux).
Gli oscuri pericoli dell’agguato, l’aspettare colla pancia a terra il nemico per giornate intere, l’essere balzati in aria nel cuor della notte, non iscoraggiavano la briosa gioventù francese; però nel cavalleresco orgoglio essa recavasi a schifo d’obbedire ai Veneziani, e disapprovando il tenersi sulla difesa che faceva il provveditore Caterino Cornaro, appena cadde ucciso fecero una sortita collo scudiscio in mano e la baldanza in cuore: ma furono sbaragliati, e le teste dell’ammiraglio e di molti lor signori andarono in giro per le vie di Costantinopoli. Peserebbe questo come un assassinio su Luigi XIV se fosse vero che già erasi pattuito di render la piazza, e che egli avesse voluto soltanto protrarre una concertata resistenza per meritare dal papa il cappel rosso a due suoi favoriti. Che che ne sia, i restanti Francesi ripatriarono, per quanto Veneziani e Ciprioti ne li dissuadessero fin buttati a terra e colle lacrime: novella prova del conto che può farsi sulle costoro braverie. Da cinque lustri durava la guerra, agitando anche l’impero Ottomano: Ibraim e sua madre erano stati strozzati, sei visiri finiti di morte violenta, non che altri capi, il serraglio versato da fazioni, le truppe spesso ammutinate; ormai i gianizzeri ricusavano di più montare all’assalto, anzi minacciavano rivoltarsi se non si finisse quel terzo assedio, che dicono in ventotto mesi costasse ai Veneti 30,905 uomini, ai Turchi 118,754, con 56 assalti, 45 combattimenti sotterra, 96 sortite, 1173 mine degli assediati e il triplo de’ Turchi.
Maometto IV rianimò i suoi scrivendo ad Acmet Köproli: — Io ti vedrò, mio granvisir Lala (zio); in quest’anno benedetto tu devi operare da prode. Te e i campioni che sono teco, ho dedicati a Dio supremo. So come da due anni guerreggiaste e vinceste. In questo mondo e nell’altro, oggi come al giudizio finale, possa risplendere il vostro volto. Poteste almeno in quest’anno benedetto con la bontà divina acquistar Candia! Esigo da voi in quest’anno sforzi maggiori».