La guarnigione, ridotta a tremila uomini da sì lunga guerra, mentre il paese era consunto dalla peste, respinse ancora l’ultimo assalto de’ Musulmani: alfine il Morosini solo e abbandonato dovette capitolare (1669). La stima per lui fece agevole il Köproli nelle condizioni; partirebbero i Veneti da Candia a bandiera spiegata quando il tempo fosse propizio; chi volesse potrebbe per dodici giorni uscirne con armi e robe e gli arredi sacri; la repubblica conservava nell’isola i tre porti di Spinalonga, Suda e le Grabuse, le conquiste fatte sulle rive della Bosnia e Clissa; scambiati i prigionieri, ripristinate le relazioni di commercio e amicizia. I quattromila cittadini sopravvissuti mutaronsi tutti a Parenzo, e Köproli ridusse la cattedrale di Candia in moschea.

Vincitrice di dieci battaglie, sostenuta per venticinque anni la guerra contro tutte le forze ottomane, Venezia scapitava di possessi non di gloria, chè una lotta ineguale per difesa della libertà e dell’incivilimento onora anche chi vi soccombe. Ma il popolo sentì con dolore furibondo questa perdita, quasi ruina della repubblica; dappertutto urli e pianti, come se il nemico fosse a Lido. L’intrepido Morosini, che va fra i maggiori eroi d’Italia, e che da Köproli aveva ottenuto doni e quattro dei cenquaranta cannoni della fortezza, fu accusato al gran consiglio di vigliaccheria nella difesa e corruzione nell’arresa, e d’avere trasceso i suoi poteri stipulando col Turco senza facoltà del senato; il vulgo, che nelle gravi sventure vuol sempre chi bestemmiare od uccidere, lo grida traditore, e ne domanda la testa[14]. Messo prigione, Giovanni Sagredo coraggiosamente affrontò la pubblica opinione per salvarlo, sicchè potette presto ricomparire terror dei Musulmani.

Perocchè la Porta trattava la pace alla maniera dei prepotenti, soprusando ai Veneziani or per accusa di contrabbando, ora perchè avessero trafugato qualche schiavo cristiano[15], ora perchè avessero rincacciato pirati barbareschi, ora perchè i Morlacchi della Dalmazia veneta fossero corsi sopra que’ della Turchia, e ne avessero repulsato i latrocinj. Poi il gransignore, appena ottenne pace coi Polacchi, coi Cosacchi e coi Tartari, mandò contro l’Austria Kara Mustafà primo visir, che cupido di emulare la gloria di Köproli, con un esercito poderoso quanto ricco, pose assedio (1683) fin a Vienna[16]. Sobieski re di Polonia potè sconfiggerlo e cacciarlo: talchè l’Austria fu debitrice di sua salvezza a due nazioni, ch’essa poi doveva ingojare, la veneta e la polacca. La cristianità erasi veduta in estremo frangente, onde estrema fu l’esultanza: Innocenzo XI distribuì molte migliaja di scudi fra i poveri, soddisfece del suo pei debitori carcerati, istituì la festa del nome di Maria, e regalò splendidamente il messo che a nome del re di Polonia gli portò lo stendardo maggiore de’ Musulmani. Si raddoppiò il tripudio a Roma e dappertutto quando furono prese Buda e Belgrado.

I Turchi moveano continui lamenti che i Morlacchi, sudditi di Venezia, molestassero le loro terre; e Venezia cercò reprimerli: ma quando per le sconfitte di Vienna credette sfracellato l’impero turco, pensò opportuno unirsi all’imperatore e al re di Polonia contro la mezzaluna. Fatto armi, della flotta commise il comando a Francesco Morosini (1685), dimenticando le stolte accuse, com’egli dimenticava le offese; ed occupò Santa Maura e Prevesa, e sperò col favore dei Mainotti e Cimariotti ricuperare tutta la Morea. Erano settantasei vele che conduceano novemila cinquecento soldati; il papa, Napoli, Milano, Germania davano danaro e uomini; volontarj accorsero di Francia, e fin di Svezia il valente Königsmark, che potentemente giovò in quelle imprese. Modone e Napoli di Malvasia furono prese, e tutta la Morea sgombra di Turchi fin all’istmo di Corinto. Atene fu assalita, e una bomba mettendo fuoco alla polveriera, rovinò il più bel monumento trasmessoci dall’antichità, il Partenone; e alfine la città cadde in potere dei nostri (1687). A Francesco Morosini peloponnesiaco vivente fu posto un busto nel palazzo ducale; il papa gl’inviò lo stocco e il cappello; reduce, ottenne il corno dogale, e recò molte spoglie, fra cui il leone che stava all’entrata del Pireo, e che adesso orna l’arsenale.

Le disgrazie aveano sovvolto l’impero turco; i visiri Kara Mustafà, Ibraim, Solimano furono col laccio puniti della sconfitta; deposto Maometto IV: ma il suo successore Solimano III, rinfervorato il fanatismo turco, assalì di nuovo Belgrado (1695). Poi il succedutogli Mustafà II mandò il corsaro Ussein Mezzomorto a battere i Veneziani per mare, mentr’egli in persona con Mustafà, figliuolo del Köproli vincitor di Candia, passa il Danubio.

Qui si presenta un altro eroe, che l’Italia può rivendicare. Paolo, della famiglia romana Mancini, che fondò in sua casa l’accademia degli Umoristi, frequentata assai dalla nobiltà romana, ebbe un fratello Michele Lorenzo che in Gironima Mazarino, sorella del famoso cardinale, generò famose figliuole (tom. XI, pag. 227), per cui quel sangue fu mescolato ai duchi di Modena, ai Colonna, ai Soissons, agli Stuard, ai Conti, ai Bouillon, ai Vendôme. Maria a Parigi tanto piacque per bellezza e ingegno, che Luigi XIV la volea sposare; ma il cardinale ne distolse, e la maritò poi nel principe Colonna con centomila lire di rendita; essa fuggì dallo sposo colla sorella Ortensia, e dopo romanzeschi accidenti finì in un monastero. Ortensia, ambita da Carlo II d’Inghilterra e dal duca di Savoja, fu maritata a un signore francese che accettò il nome di duca Mazarino; ma presto lasciatolo, essa ricoverò a Ciamberì, poi in Inghilterra, dove accoglieva in casa i migliori ingegni al giuoco o a trattenimenti ingegnosi, causa di duelli e di avventure, narrate nelle costei Memorie, forse scritte dal Saint-Réal. Olimpia fu implicata nel processo delle famigerate avvelenatrici francesi Voisin e Brinvilliers; poi in Ispagna fu sospetta d’avere attossicato la regina per commissione dell’Austria; infine morì miseramente a Bruxelles.

Dal conte Eugenio di Soissons, terzogenito dell’irrequieto principe Tommaso di Carignano, aveva essa generato Eugenio (1663), conosciuto col nome di abate di Soissons, perchè dapprima erasi vestito chierico: involto nella disgrazia materna, rejetto dalla Francia dove il celiavano per l’abatino, offrì i suoi servigi all’Austria, e divenne famoso col nome di principe Eugenio di Savoja. Egli si firmava Eugenio von Savoie, cioè con una voce italiana, una tedesca, una francese, per mostrare (diceva) d’aver cuore italiano contro i nemici, di francese pel suo sovrano, di tedesco pe’ suoi amici; oppure, come egli stesso spiegò a Carlo VI, perchè doveva all’Italia l’origine, alla Francia la gloria, alla Germania la fortuna. Eletto generalissimo contro i Turchi, gitta alle spalle gl’inetti ordini del consiglio aulico, che gli aveva imposto di tenersi sulle difese, va a cercare il nemico sul Theiss, e riporta vittoria decisiva a Zenta (1697), dove perirono venticinquemila Turchi, diciassette bascià e il gran visir Elmas Maometto; furono presi novemila carri, seimila camelli, quindicimila bovi, settemila cavalli, ventiseimila palle, seicentocinquantatre bombe, tre milioni di fiorini, due donne del granvisir, il suggello del gransultano, il quale dall’altra riva del fiume avea visto la rotta senza poterla impedire.

Vincere contro gli ordini parve colpa a Vienna, e quando Eugenio, dopo conquistata la Bosnia, tornò all’imperatore e consegnogli il suggello ottomano, Leopoldo neppur d’una parola il degnò, poi spedì un uffiziale a chiedergli la spada. Ne fremette Vienna, e fece folla attorno al palazzo, sicchè Leopoldo depose l’impertinente rigore, e negò ai gelosi ministri di punir come traditore «colui che Dio avea scelto per castigare i nemici di suo Figlio». Eugenio ricusò accettare di nuovo il comando se non libero dagl’impacci del consiglio aulico; col che ebbe campo a segnalarsi nelle guerre successive.

Non maestro della migliore tattica, conosceva però i luoghi e le persone, stava continuo sull’avviso, i proprj falli riconosceva e riparava, di quelli de’ nemici profittava per superarli nel momento di lor debolezza; d’attività senza pari, di gran coraggio e presenza di spirito, pronto a cogliere il buon momento, prendea gran cura dei feriti e degli ammalati, volendo soffrir egli stesso piuttosto che far soffrire i soldati. Uomo, del resto, moderatissimo, di carattere irreprensibile, non tollerava complimenti sopra le sue vittorie: per franchezza ledeva sin la civiltà, inimicandosi così la ciurmaglia cortigiana; colto e di gran memoria, appassionato delle scienze e delle arti belle, e quanto valoroso in campo tanto prudente nel governare, perpetuamente consigliava la pace.

Intanto anche Venezia aveva continuato la guerra sul mare felicemente sotto Giacomo Cornaro, sciaguratamente sotto Domenico Mocenigo; onde il Morosini Peloponnesiaco, grave di settantacinque anni e di molti acciacchi, fu pregato a riprendere l’invitta spada. Con ottantaquattro navi egli arrivò a Napoli di Romania, ma la morte il colse sul campo di sua gloria (1694 5 genn.). Antonio Zeno, succedutogli nella capitananza, mantenne l’ardore degli eserciti, prese Scio, ma non potè o non seppe difenderla dai Turchi; onde richiamato, morì prigione (8 7bre) mentre gli si formava il processo. Ai raddoppiati sforzi de’ Turchi per ricuperar la Morea si oppose felicemente Alessandro Molino; ma le momentanee prosperità non conducevano a durevoli risultamenti.