Già da più anni si praticava la pace colla Porta, e v’insisteva l’Austria che maggior bisogno n’avea: ma era difficile il venir ad un fine, perchè l’islam proibisce di cedere verun territorio, mentre Russia, Polonia, Venezia pretendeano conservare i fatti acquisti. La Porta recedette dalle sue barbare abitudini riconoscendo che le altre potenze s’intromettano pel comune interesse; e colla mediazione dell’Olanda e dell’Inghilterra si firmò a Carlowitz (1699 16 genn.) fra i Turchi, l’imperatore, la Polonia, la Russia e Venezia la pace più notevole fra quante la Porta conchiudesse con potenze cristiane, e che pose termine all’umiliante tributo che pagavasi dalla Transilvania e da Zante.

La Porta, respinta dall’Ungheria, dalla Transilvania, dall’Ucrania, dalla Dalmazia, dalla Morea, ebbe a confine il Dnieper, la Sava e l’Unna; l’Austria assicurò Buda, Pest, Albareale, da gran tempo turche; la Russia acquistava Azoff, di cui si farebbe scala al mar Nero; Venezia conservò la Morea fin all’istmo, le isole di Egina, Santa Maura e Leucade, abbandonando la terraferma, Lepanto e le isole dell’Arcipelago, e distruggendo i castelli di Romelia e Prevesa, patti che regolarono le relazioni della Porta colla repubblica finchè sussistette; Ragusi mantenevasi in devozione del Turco[17]. Le spade di Sobieski, del Morosini, d’Eugenio aveano segnato alla porta il Fin qui verrai; e questa comincia a decadere perchè si sbarbarisce e perchè intepidisce il fanatismo, non collocando più la religione in capo a’ suoi trattati, e assoggettandosi alle formalità degli ambasciadori.

Non sapea però darsi pace della perduta Morea: e Ali Kamurgi finse raccoglier truppe onde castigare i Montenegrini e assalir Malta; e mentre Venezia dormiva in sicurtà di pace, ecco da Costantinopoli intimarsele guerra (1714) come a violatrice degli ultimi patti. Anzichè i pretesti addotti, la ragion vera fu il sapere che Venezia avea fortificazioni sfasciate, e l’esercito occupato verso Italia nella guerra di Successione. Adunque si arresta il balio di Costantinopoli, si chiamano tutti i bascià e i barbareschi, s’irrompe d’ogni parte: Corinto è presa a macello, così Napoli di Romania, così Modone; favorendo ai Turchi la popolazione greca, che lo scisma rendeva avversa ai Cattolici. Venezia armò anch’essa a furia e cercò soccorsi, ma non ne ottenne che da Clemente XI, fin quando il principe Eugenio indusse Carlo VI, come garante della pace di Carlowitz, a chiarir guerra. Eugenio menò settantamila uomini dalla parte dell’Ungheria; ma da Ali Kamurgi con cennovantamila preso in mezzo nelle vicinanze di Peterwaradin, era perduto se non avesse avuto la temerità di assalirli. E vinse, e trentamila ne uccise, fra cui il granvisir e l’agà de’ gianizzeri; bottinò cinquantamila tende, cenquattordici cannoni, duemila camelli, immense provvigioni. Coll’aura propizia gettasi sulla linea di operazione di Kamurgi, ed espugna Temeswar, ritogliendone mille ducento cannoni austriaci, e tutto il banato redime dai Turchi. Poi, varcato il Danubio, assale Belgrado difeso da trentamila uomini e lo cinge di circonvallazione: ma Ascì-Alì, nuovo granvisir, torna con cencinquantamila guerrieri, e assedia lui stesso, che non isbigottito, in una giornata nebbiosa co’ suoi quarantamila uomini lo assale nelle trincee e lo sconfigge, uccidendo diciottomila Ottomani, prendendo trentun cannoni e moltissime munizioni. Belgrado capitola; altre fortezze sul Danubio e sulla Sava sono espugnate.

Corfù, con cinquantamila abitanti, porti e fortezza che sempre aveano resistito agli Ottomani, allora fu assediata con terribili attacchi quotidiani: ma il prode Schulenburg sassone, che avea combattuto felicemente l’eroe d’allora Carlo XII di Svezia, vi operò prodigi. Soccombeano gli assediati a un assalto generale, e già i Turchi penetravano nella breccia, quando Schulenburg sorte alle loro spalle con ottocento soldati; ed essi credendolo un esercito, si sgomentano e fuggono. Se non che s’ode che i Turchi furon vinti a Salankemen; poi le procelle e la peste pugnano pei nostri guastando i viveri, la polvere, le opere degli assedianti, che dovettero imbarcarsi, abbandonando armi e cavalli e quindicimila morti e duemila prigionieri.

Quel colpo era la salvezza di Venezia, contro cui teneva la mira il serraschiere; e in belle campagne successive lo stendardo di San Marco prosperava, quando l’imperatore conchiuse la pace di Passarowitz (1718 21 luglio), che fu compimento di quella di Carlowitz, conservando Temeswar e Belgrado; libero traffico ai sudditi dei due imperi; repressi i pirati di Barberia e Dolcigno. Venezia, disgustata della Francia, che durante la guerra di Candia aveale usurpato il commercio di Levante, e che ora obbligava l’imperatore a pacificarsi istantaneamente coi Turchi, mancatale l’alleanza dell’Austria, non potè più che accettar la pace, rinunziando non solo alla Morea, a Tine, alla Suda, ma fin a Scutari, a Dolcigno, ad Antivari, conservando soltanto lo scoglio di Cerigo, e in Albania Butrinto, Parga e Prevesa, che proteggessero a levante il canale di Corfù, oltre che fu ridotto al tre per cento il diritto di dogana che prima era al cinque. Ma Corfù, con tanto valore difesa, ebbe nuovi disastri dal fulmine, che incendiando la polveriera (28 8bre), fece saltar molte case, gran parte delle fortificazioni e della flotta, con deplorabilissimo guasto di vite.

Questi fatti, e l’improvvida neutralità durante la guerra di Successione, tolsero a Venezia la reputazione che s’era acquistata nella guerra di Candia.

CAPITOLO CLXII. Luigi XIV e sua ingerenza in Italia. Sollevazione di Messina. Genova bombardata. Guerra della successione spagnuola. Incremento del Piemonte.

Dava allora il tono ai re d’Europa Luigi XIV, intitolato il Grande dalla Francia, della quale per settantatre anni fu magnifico rappresentante, come nella storia rimane personificazione dell’unità francese, e di quel potere che, allora diceva Bossuet, si crede degradato quando gli si mostra che ha confini. Con fasto e magnificenza, conditi di cortesia e buon gusto, ponendosi per unica meta quella che chiamava la mia gloria, volle circondarsi d’ogni sorta di vanti, e anche di quello di conquistatore; e attorniato da insigni generali, menò lunghe guerre, secondo le convenienze più che secondo la giustizia; portò la Francia fin al Reno coll’acquisto di Strasburgo; poi gettatosi all’avventura di interminabili nimistà, pericolò l’indipendenza de’ vicini e l’equilibrio europeo.

Mentre Louvois ministro della guerra spingealo a sempre nuovi attacchi, Colbert ministro delle finanze procura vagli modi a sostenerle, eppure recar la Francia a incredibile prosperità; e diede il nome suo al sistema economico (colbertismo), che consiste nel favorire specialmente l’industria. Pertanto faticò a prosperare le manifatture francesi coll’escluder le straniere; le italiane, gravate d’enormi dazj all’entrata, non poterono più sostenere la concorrenza del prezzo, mentre perdeano anche il primato per qualità; e la moda, che prima avea prediletto le italiane, allora inondò di stoffe francesi anche la nostra penisola.

Internamente Luigi non tollerò veruna disuguaglianza davanti alla sua onnipotenza; privilegi di classe, diritti baronali, esenzioni del clero, interessi delle corporazioni, pretensioni di Roma, riserve dei senati, sentimenti delle comunità doveano cedere alle esigenze dell’unità politica. E poichè vedeasi quanto possa un grande Stato di cui tutte le forze siano accentrate a scopo unico, divenner tipo comune un re assoluto, nobili cui unico privilegio erano gli onori di Corte e i primi pericoli nell’esercito, cittadini protetti e soddisfatti negl’interessi materiali, clero ristretto ad annunziare la parola di Dio e l’obbligo di obbedire; tutti i principi tolsero ad imitarlo, benchè lontani da quella magnificenza, colla quale Luigi ammantava il misfatto sociale di concentrar lo Stato in un uomo solo.