Smanioso d’ogni specie di grandezza, non pago che il suo fosse il secol d’oro della letteratura francese, cercò trarre a sè i migliori artisti d’Italia, prodigò carezze e pensioni agli scrittori che vollero meritarsele. V’avea libri da dedicare? scoperte da applicare? rarità da offrire? tutto dirigevasi al gran Luigi. Nel 1662 incaricò Chapelain, cattivo poeta ma buon critico, di far una nota di 60 persone illustri, di cui 45 francesi e 15 forestiere, da ricompensare. Fra gli stranieri era Graziani «ben versato nelle belle lettere ed eccellente nella poesia»[18]. La lista crebbe di poi, e vi troviamo Cassini «celebre matematico di Bologna, invitato da S. M. a venir in Francia», Viviani «primo matematico del duca di Toscana», Carlo Dati «fiorentino, il più celebre accademico della Crusca», Ferrari «prof. d’eloquenza alla Università di Padova».

Lo scopo non era tanto di premiar il merito, come di eccitarli a lodare il gran re in prosa, in versi, in ogni guisa, e Chapelain e Colbert non lo dissimulano. Avendo il Dati sottomesso a Chapelain alcuni appunti per far un elogio di Luigi, questi scriveva a Colbert: — La cosa non è di piccola importanza, giacchè trattasi del re: onde spero che voi ve n’occuperete, e dopo preso tempo di scorrere questo scritto, mi farete sapere se posso spedirlo pel corriere, o se v’ha cosa da aggiungere o levare». E poco poi annunziando la cosa stessa di Ottavio Ferrari, scrive: — Credo che fra tutti gli scrittori favoriti da S. M., quelli che più son degni di riguardi siano gli storici, e fra questi coloro che trattano degli affari presenti o in relazione coi nostri. Credo che voi la pensiate così, e tal era l’opinione dei due famosi cardinali che fecero la felicità della Francia». Dal marchese Zampieri furono presentati a Luigi dodici panegirici, recitati in dodici città d’Italia a onor di lui; egli invitò in Francia l’antiquario vicentino Giambattista Ferreti, che a lui dedicò le iscrizioni antiche in verso col titolo di Muse lapidarie; al Viviani diede case e pensione; cento scudi l’anno al Dati; cinquecento per un panegirico al milanese Ottavio Ferrario; cencinquanta doppie al Graziani; altre all’Achillini; altre a Vittorio Siri; a un gesuita una medaglia d’oro per un poema latino offertogli; al latinista Bonamici suggerì di narrare la presa di Porto Maone; da chiunque venisse di qua dell’Alpi mandava a salutare il Magliabechi.

Assegnò 2000 scudi a Bernino per la statua equestre, la quale poi fu trovata di sì poco merito. Oltre questo, chiamò in Francia Francesco Romanelli da Viterbo, che molte opere eseguì, e fu fatto cavaliere di san Michele; e Giacomo Torelli di Fano, come architetto regio e macchinista del teatro. Giannettino Semeria genovese che avea avuto dall’India una perla di cento grani di peso, somigliante un torso umano, vi fece aggiungere testa, braccia e piedi d’oro smaltato, e coprire di elmo, pennacchi, lancia, con molti fregi d’angeli, di simboli e trofei ed armi, lavoro finissimo e di mal gusto d’un tal Cassinelli, tutto posato sopra un bacile sostenuto da quattro sfingi; unitevi quattro pistole in filigrana, e un cartello con que’ versi del Guarini

Piccole offerte sì, ma però tali

Che, se con puro affetto il cor le dona,

Anche il ciel non le sdegna,

ne fece dono a Luigi XIV; e subito il giornale ufficiale congratulò il Semeria perchè il gran re l’avesse gradito e intitolatolo singolare, e Genova che possedesse un suddito degnato di tanta bontà dal re[19].

Gli ambasciatori di Francia doveano spiegar pompe e burbanza conforme a quella del monarca; e lo vedemmo nel Lavardino. Allorquando nel 1682 Amelot entrò ambasciadore a Venezia, mosse dal palazzo col suo seguito ed altri gentiluomini e mercanti francesi, entro cinque gondole ricche, e ricchissima la sua propria con cortinaggio ricamato a Parigi, e statue simboliche, schiavi, genj e pitture, da valer meglio di diecimila lire; e i ferri di poppa e di prua erano capolavori di cesello. Così passò all’isola di Santo Spirito, ove trovò un appartamento allestitogli dalla repubblica, e dove ricevette l’ambasciadore imperiale e il nunzio pontificio. Federico Cornaro, deputato dal senato a riceverlo, mosse da San Giorgio Maggiore a capo di sessanta senatori portanti i roboni rossi e la stola di velluto a gran fiori, con gondolieri in velluto azzurro riccamente gallonato. Fra i valletti e i paggi del signor Amelot giunto alla chiesa, ve lo ricevettero i gentiluomini di questo, che lo condussero a mezzo d’essa chiesa, ove l’ambasciadore gli venne incontro a lenti passi. Ricambiati i complimenti dall’uno in francese, dall’altro in veneziano, il cavaliere diede la dritta all’ambasciadore, e così ciascun senatore a quei del corteggio, conducendoli alle gondole e avviandosi alla città. Ed ecco muover incontro una peota carica d’Armeni, Arabi, Persiani, raccolti da un ricco mercante levantino che aveva ricevuto un favore dal gran Luigi. Arrivati al palazzo di Francia, finiti i complimenti, aprì le sue sale a tutti, essendosi tolto ai nobili il divieto d’entrare nel palazzo degli ambasciadori stranieri; e musiche e rinfreschi. Pomposissimamente fu al domani ricevuto nei Pregadi, ove, fatte nove riverenze, andò assidersi a fianco del doge e presentargli le credenziali. Il doge gli regalò dodici vassoj di confetture, due bacini di ostriche dell’arsenale, e molte bottiglie, e banchettò tutto il corteggio, aprendo poi al pubblico i suoi appartamenti.

Cento comparse potrei raccorre: ma restringendomi alla politica, dirò come Luigi XIV mestasse nelle vicende degli Italiani, e non per loro vantaggio. Deplorammo la condizione della Sicilia, e come nelle sue irrequietudini guatasse ai Francesi, nemici naturali de’ suoi padroni. Persistendo le cause, le ribellioni ripullulavano; e subito dopo la sollevazione dell’Alessi, un Antonino Del Giudice, giureconsulto di Palermo, con altri avvocati propose di cercarsi un re, fosse il duca di Montalto o il conte Mazarino; denunziati da questo, vennero mandati al supplizio. La Corte non vedea migliore spediente che ad una parte de’ Siciliani conceder privilegi ch’erano un aggravio per l’altra, e fomentar i gelosi rancori tra Catania, Palermo e Messina.

Quest’ultima avea conservato le libertà municipali, concessele dai Normanni; e v’aggiunse nuovi privilegi, pei quali formava quasi una repubblica sotto la monarchia. Un senato paesano di quattro nobili e due cittadini eleggeva i magistrati, amministrava il patrimonio pubblico, mandava ambasciadori al re, ricevuti come di principi; studiava a magnificare la patria con edifizj, scuole, professori, e far opposizione al governatore spagnuolo; e nei casi più gravi convocava il granconsiglio coi capi delle venti arti. A denaro avea comprato esenzioni dalle gravezze, le quali così venivano a pesar viepiù sulle altre città, che a vicenda s’offendeano di tali prerogative; non s’accorgendo che la particolare prosperità dovea venire dalla generale, non dall’altrui decadimento.