Già nel 1410 in un parlamento a Taormina si era risolto che il re di Sicilia risedesse a Messina; e dopo d’allora questa favoriva anche gli stranieri, purchè la preferissero. Vantava essa l’antico diritto di batter moneta; ma perchè tanta se ne falsificava, il vicerè Vegliena stabilì di rifonderla alla zecca di Palermo, ma Messina dal consiglio d’Italia a Madrid ottiene decisione favorevole (1581).

Spendendo aveva impetrato da Filippo III che il vicerè vi sedesse diciotto mesi del suo triennio; con nuovo denaro sperò ottenere si dividesse l’isola, con due capitali e separati vicerè. Corsero ambasciadori, rimostranze, corruzione; ma poichè l’Albuquerque, allora vicerè, prediligeva Palermo, e questa pagò cinquecento scudi, si decise l’integrità dell’isola, benchè Messina offrisse il doppio. E sempre rinascevano le pretensioni, ora per la residenza, ora per la moneta. Quando il vicerè Giovanni d’Austria volea restaurar la flotta, non trovandosi mezzi a ciò, nè bastando l’aver vendute le città di Girgenti e Licata, i Messinesi offersero novemila scudi al mese, purchè fosse fatta sede del governo; ma dalle lunghissime brighe non conseguì che la conferma delle antiche franchigie, le quali non impedivano le prepotenze dei vicerè.

Nel 1612 avendo il parlamento decretato nuove gravezze, i Messinesi vi opposero i loro privilegi, comprati a buoni denari: mandano ambasciadori a Madrid, ma l’Ossuna vicerè compare a Messina, agguanta i magistrati, e in catene li conduce a Palermo (1660). Il vicerè Ayala, uomo vano e pretensivo, tentando attenuare quelle prerogative, moltiplicò i mali umori e i richiami. Al contrario, il duca di Sermoneta, che per le male arti sue era chiamato Far moneta, si butta coi Messinesi, e in compenso della fedeltà serbata nei tumulti di Palermo, ridesta un’antica prammatica (1664), per cui dall’isola non si poteva asportare seta che per la via di Messina. Indarno il re la trovò «contraria alla ragione, al diritto naturale e alla libertà che deve esservi nel commercio, e di gran pregiudizio ed incomodo a tutto il regno»; la città sostenne quel diritto, e a tumulto lo fece sottoscrivere dal patrimonio reale.

Palermo manda a richiamarsene; Messina manda a sostenerlo: l’ambasciatore di questa pretende esser ricevuto come quelli di principi sovrani; l’ambasciadore di Palermo vi si oppone; dissentono con calor siciliano, e la Corte ride, che delle gelosie di ciascuna si fa puntello a conculcarle entrambe; poi quando il Marianna, reggente a nome di Carlo II, pronunzia contro i Messinesi, il loro inviato si ritira senza congedo e protestando. Di qui irrequietudine e fazioni interne; i Merli favoreggiano al re, i Malvizzi aborriscono gli Spagnuoli; il matematico Alfonso Borelli pensò tagliare il nodo costituendo una repubblica alla foggia di Genova, ma fu gran che se campò dalla forca.

Aggiungansi le prepotenze dei baroni, che ciascuno nel proprio feudo soprusavano; e nei parlamenti non provvedeano a moderare la monarchia, ma al più gli abusi di qualche vicerè. Aggiungansi terribili eruzioni dell’Etna: aggiungansi i Turchi che, dopo presa Candia, minacciarono la Sicilia, onde vi fu messo a custodia il fiammingo principe di Ligny, buon soldato.

Lo straticò, uffiziale regio comune a tutte le città sicule sotto i Greci (strategos), dopo gli Svevi non era rimasto che a Messina governando con mero e misto imperio, inferiore soltanto ai due vicerè e al governatore di Lombardia. Luigi dell’Hojo, dissoluto e ipocrito, propose alla regina, se lo nominasse straticò, sbarbicare da Messina quelle forme repubblicane, e l’esenzione dei magistrati da gabelle, dal servizio militare e da altri pesi. Abilissimo a concitare la moltitudine mediante l’invidia, l’interesse, il fanatismo, nello sbarcare si buttò a terra baciando il suolo della città prediletta di Maria; distribuì in limosine i cinquantamila scudi di cui il re avealo provveduto; sempre con popolani, sempre per chiese e spedali, sempre comunicarsi e gran limosine e conferenze spirituali, onde il vulgo lo reputava un santo e che avesse fatto un miracolo, e sacrilegio il contraddirgli. Del credito popolare si giova per seminar diffidenza contro i nobili e i ricchi; qualvolta assolve un ribaldo o supplizia un innocente, ne riversa la colpa sul senato; poi in una carestia cerca non arrivi più grano, e della fame accagiona gl’incettatori e la negligenza del senato; anzi dalla casa dei principali fin alla marina fa spargere striscie di frumento, per dar intendere che la notte e’ ne mandino fuori.

L’indignazione non tardò a prorompere, com’egli bramava, in bestemmie, violenze, incendj; esso si chiarisce contro i senatori, e pretende si scelgano in egual numero tra’ nobili e tra’ cittadini: ma avendo tentato sorprendere i forti, custoditi dalla milizia urbana, la sua nequizia venne palese, ed egli dichiarato pubblico nemico (1673). Non arretra però; e a capo della bordaglia e de’ prigionieri, sostenuto dai Merli, incendia i palazzi dei ricchi e dei Malvizzi, e chiama truppe. Accorse il principe di Ligny, e scoperto quel procedere da forca, condannò i colpevoli, lui destituì; poi vedendo che Spagna lo conserva accanto al nuovo straticò, marchese di Crispano, mandato con ordini severissimi, egli rinunzia al viceregno, e l’isola va tutta in subugli e violenze.

In occasione della solennità onde si festeggia la Lettera che Maria scrisse ai Messinesi, avendo il sartore Antonio Adamo esposto un emblema oltraggioso (1674 6 luglio) al nuovo straticò, questi lo fa arrestare; i borghesi esclamano ai privilegi violati, e unitisi ai nobili e ricchi, sanguinosamente abbattono i Merli, dichiarano traditore il Crispano, e fugano i soldati spagnuoli. Il Crispano d’intesa coi Merli convoca i senatori in palazzo, e tenta farne un vespro, ma la loro imperturbabilità li salva; e i Malvizzi, che sin allora aveano protestato riverenza al re, abbattono la bandiera spagnuola, occupano i forti, e respingono la squadra di ventitre vascelli e diciannove galere, guidata dal vicerè marchese di Bajona. Oltre le fatiche soldatesche, trovavansi ridotti a tre oncie di pane il giorno; poi anche questo venne meno, e per dodici giorni non si nutrirono che d’animali domestici.

Disperando di resistere soli, e poichè i nemici di Spagna sapevano sempre dove cercare appoggi, si volsero a Luigi XIV. Costui non poteva tollerare che la repubblica d’Olanda grandeggiasse vicino al suo trono, e annidasse la libertà ch’egli avea spenta sotto le pompe: la invase, e così eccitò una lega dell’Europa, sgomentata dal non sapere fin dove egli spingerebbe le ambizioni. Luigi conobbe qual vantaggio gli darebbe sopra la Spagna il possedere Messina; onde, senza ancora alzar la visiera, mandò soccorsi ai ribelli col cavaliere di Valbelle e col marchese di Vallavoire (1675). All’apparire della flotta, gli Spagnuoli dovettero allargar la città, che fu approvvigionata, ma con tal parsimonia che la fame ricominciò più violenta; finchè Luigi, che la favoriva soltanto a misura del proprio interesse, mandò un’altra squadra col famoso ammiraglio Duquesne, e tolse in protezione i Messinesi, manifestando all’Europa di farlo unicamente per conservarle le leggi e i diritti, e porvi un re di quella casa di Francia, che due dinastie avea già date alla Sicilia. Intanto vi destinava vicerè il duca di Vivonne, non d’altro meritevole che d’esser fratello della Montespan ganza del re, e che di pompeggiare in solennità per la proclamazione e pel giuramento curava piuttosto che di vincer gli Spagnuoli, nè d’estendere la sollevazione, o frenare i proprj soldati, che esacerbavano i Messinesi. Anzi costui fu la vera rovina di quell’impresa, eppure ne fu compensato col titolo di maresciallo.

Per quante sollecitazioni però si spargessero nell’isola, quasi nessuno si sollevò, la forca punì chi fece movimento: Napoli intanto dava ducentomila ducati per sottomettere i ribelli; truppe reclutavansi in Lombardia; la Spagna processò i generali, ed altri ne surrogò, ben provvedendoli per terminare l’impresa. L’Olanda, collegata contro Luigi, mandò colla flotta il terribile ammiraglio Ruyte ne’ nostri mari: ma quivi mal servita dai Napoletani che disistimava, e dal ritardo di don Giovanni d’Austria destinato vicario generale del Regno, perdette un tempo prezioso, del quale Duquesne profittò per ingrossare l’armata; e presso Lipari attaccò combattimento (1676 8 genn.) sanguinoso ma non risolutivo: in uno più segnalato avanti a Palermo, Ruyter ebbe una ferita, di cui moriva a Siracusa, e i suoi abbandonarono il funesto Mediterraneo. Erano le prime sconfitte che gli Olandesi toccassero in mare: e i Francesi trovandosi col vantaggio, poteano insignorirsi dell’isola; ma il ministro Louvois per gelosia contro Colbert sperdette l’opportunità col negare soccorsi; onde Duquesne fu costretto tenersi indarno, poi informato delle intenzioni del re, chiese congedo.