Perocchè il re trovava allora necessario raccorre tutte le sue forze contro il nord d’Europa, onde spedì il marchese della Feuillade, servile ai grandi e petulante cogl’inferiori, acciocchè levasse da Messina la guarnigione. Ma come farlo senza che i Messinesi si opponessero? Convenne ingannarli, e proclamato vicerè (1678) con indicibili feste, colui guadagna gli animi col secondare gl’impeti generosi e riprovare le lentezze antecedenti; dice voler guerra grossa e pronta, prende l’offensiva, attacca Palermo. A tal uopo confida i forti ai Messinesi, mentre imbarca truppe, viveri e cannoni; imbarca anche i malati, atteso qualche sintomo di peste; uno stendardo colla Madonna della Lettera gli è regalato dai Messinesi, esultanti della prossima ruina dell’emula antica. Ingannati! salpate le ancore e ridotto fuor del tiro del cannone, il vicerè chiama i giurati e dichiara: — Ho l’ordine d’abbandonar la città: se potete tener buono per due mesi, sperate; se no, provvedete ai casi vostri».
Colpiti da dichiarazione sì inaspettata e sentendo inutili le rimostranze, i giurati domandarono si ricevessero almeno sui vascelli quei che la devozione a Francia esponeva peggio. Il duca concedette non più di quattr’ore. Inesprimibile la costernazione degli abitanti; fanciulli, donne, uomini in folla accorreano sulla riva, portanti le più care cose; l’aria sonava de’ gemiti e delle imprecazioni di chi più temeva il castigo degli Spagnuoli; imploravano d’esser ricevuti nelle scialuppe che trasportavano alcune famiglie di senatori, partenti senz’altra provvigione; e respinti vi si ghermivano, non lasciandosi staccare che a sciabolate; molti si affogarono dalla disperazione. Il duca, imbarcate circa cento famiglie, sessantamila Messinesi abbandonò agli Spagnuoli; fermatosi alquanti giorni ad Agosta, fece volare la torre d’Avalos, inchiodare i cannoni di ferro, imbarcare quelli fusi, e portar via sin le campane; e perchè la tempesta durata otto giorni gli tolse di varcar lo stretto, da cui voleva allontanarsi ad ogni costo, dovè farsi rimorchiare dalle galee. I fuggenti approdati a Marsiglia, ebbero ad aspettare nuovi ordini: speravano aver ben tosto licenza di presentarsi alla Corte, e colla loro presenza risvegliare la magnanimità del re; ma furono sparpagliati in varj luoghi, e la più parte perirono di miseria[20].
La Francia avrà confortato la sua coscienza col riflettere che v’avea speso trenta milioni. Messina, la città della Madonna, per disperata mandò perfino ad invocare i Turchi; ma li prevennero gli Spagnuoli, che accorsi da Reggio, la occuparono. Don Vincenzo dei Gonzaga di Guastalla, nominato vicerè, per tre giorni permise ogni eccesso alle sue truppe; imprigionati e morti i più ragguardevoli, tutta Sicilia tornò all’obbedienza di Spagna. Da sessantamila, i cittadini trovaronsi ridotti a undicimila; portati via gli archivj e i greci manoscritti ch’essa avea comperati da Costantino Lascari; toltile la zecca e il senato, surrogandovi il magistrato degli eletti; demolito il palazzo, impostevi le gravezze comuni, tratti al fisco i beni de’ fuggiaschi. A questi Luigi continuò per diciotto mesi gli alimenti, poi ordinò se n’andassero, pena la testa. Molti da ricchissimi si ridussero a dover mendicare; altri gettaronsi al ladro; mille cinquecento rinnegarono Cristo per Maometto; cinquecento con salvocondotto di Spagna rimpatriarono, e da quattro in fuori, il vicerè li mandò alle galere[21].
La lunga guerra di Messina avea recato grave detrimento al Napoletano. Quivi dal vicerè Pier Antonio d’Aragona (1670) eransi lasciati moltiplicare i disordini di banditi, risse, duelli, assassinj col comporre a denaro i delinquenti, impinguandosi a pregiudizio della giustizia, come a pregiudizio delle gallerie nostre arricchì la sua di Madrid. Però col compire la numerazione dei fuochi rese più equo il comparto degli aggravj, e potè aumentar le rendite del tabacco e della manna: smaniato pel fabbricare, moltissime aggiunte fece alla reggia e all’arsenale, e la via che li congiunge, ricostruì l’ospizio di san Gennaro, fece il porto delle galee, il Presidio capace di seimila soldati; ristabilì i bagni di Pozzuoli e di Baja, riordinò l’archivio, sollecitò la spedizione delle cause.
Il marchese d’Astorga succedutogli (1672), ebbe molto a travagliarsi per riparar alla fame, ai tosatori e falsatori di monete e ai ladri, fra cui famoso un abate Cesare che finalmente fu ucciso. In nuovi impacci l’avvolse la guerra di Sicilia: e poichè bisognava alimentarla col denaro del regno, ricorreva ad ogni mezzo per farne, e il popolo ne mormorava, tanto che gli venne surrogato il marchese Los Veles (1675). Ma egli pure dovette sottigliarsi a smungere onde mantenere i soldati in campo e quei tanti Tedeschi che il clima buttava negli spedali; e venduti tutti gli uffizj e le gabelle, si vendettero e barattarono anche i fondi regj a gran vantaggio di chi avesse denaro da comprarli in quel precipizio; si ridusse a regalia l’acquavite, ricavandone tredicimila ducati l’anno. Per qualche riparo all’infinità di banditi, si promise perdono a tutti quelli che andassero a combattere in Sicilia; e molti il fecero, ma pensate come dovesse procedere la guerra fatta da cotali.
Tanto concorso di soldati, di marinaj, di gente comprata e che veniva a vendersi, empiva Napoli e il regno di disordini, e giustificava i rigori della giustizia, che non solo ne faceva pubblicamente impiccare a centinaja, ma fin strozzare in segreto. Intanto una giunta degli Inconfidenti scrutinava quei che avessero intelligenze colla Francia, e molti ne mandava alla forca, alla galera, all’esiglio. Raddoppiaronsi i rigori contro i monetarj falsi, peste dilatatasi a segno, che non solo aveasi a bisticciare del peso, ma e pel titolo e pel conio, con infinito impaccio del Governo.
Don Giovanni d’Austria, che in quel momento fu dichiarato primo ministro della monarchia, molti pravi magistrati depose, e furono costruiti processi di corruttela: ma come principe voleva continue feste, e colla sua superiorità offendeva le pretensioni del vicerè.
La pace di Nimega (1678-79) lusingò di riposo: ma Luigi XIV, quantunque assai vi guadagnasse, non parve guardarla che come un comodo a nuovi attentati; e piantò due tribunali che si arrogarono il diritto affatto insolito di esaminar giuridicamente le ragioni della Francia sopra alcuni paesi, e dichiararli devoluti a questa, calpestando la libera sovranità: intanto allestendo nuove armi, ispirava sgomento a tutti; e l’apparire di navi francesi nei porti di Napoli o di Sicilia partoriva sospetto al Governo, speranza ai popoli, non mai disingannati.
Altrove ancora fece egli sentire la sua infausta ingerenza. Genova, sì bella, sì opportuna, qual meraviglia se la proseguivano di funesti amori la Francia, la Spagna, la Savoja? Essa propendeva a Spagna per tradizione e perchè meno temibile che non la Francia, la quale dava ricovero e protezione ai Fiesco e ad altri nemici di essa, nè dimenticava d’averla altre volte posseduta. Gli esempj di Luigi XIV inuzzolirono Carlo Emanuele II ad acquistarla, e da querele di vicinato cercò pretesti a disturbarla. Rafaele della Torre, giovane di ventidue anni, per vizj e prepotenze condannato alla forca, fuggì da Genova a Torino, e al duca offrì di tradirgli la sua patria. Accettata l’infame proposta, mandaronsi truppe procurando occupare Savona, mentre si solleverebbe Genova: ma un Vico, altro mal arnese cui il Torre s’era affidato, scoperse l’ordita. Il ribaldo potè campar ancora, sempre mulinando contro di Genova e del Vico, finchè a Venezia fu ucciso in rissa mascherato fra donnaccie.
Il duca prese dispetto della fallita rapina, da cui sperava e comodità de’ sali e incremento di paese; e trovò pretesti d’intimar guerra ai Genovesi, i quali sorsero alla difesa, benchè a reclami contro tanta perfidia le potenze non badassero; lanciarono anche masnadieri sopra il Piemonte, che altri banditi spediva; vergogna e desolazione reciproca. In buona guerra i Genovesi restarono superiori; il duca (1673), uscitone con vergogna, punì i generali, e poichè d’ogni sconfitta vuolsi una vittima, fece condannar a morte il valoroso Catalano Alfieri, che poi da nuova revisione fu riconosciuto innocente. Intanto allestiva nuova guerra: ma re Luigi s’interpose, e pretese che Genova si rimettesse senza condizioni all’arbitrato suo; se no, dava ordine all’ammiraglio d’arrestare qualunque galea o barca appartenente alla repubblica. Avendo egli proferito con evidente parzialità verso il duca, e preteso che a questo si restituisse la toltagli Oneglia, Genova ricusò stare al lodo; ond’egli cominciò a lagnarsi ch’essa se l’intendeva col governatore di Milano, poi pretese restituisse i beni anticamente confiscati a Gian Luigi Fiesco, il quale dicea non aver cospirato se non per rendere la repubblica al legittimo dominio di Francia; le impose anche di disarmare quattro galee di libertà, di recente allestite; e il suo ambasciadore Saint-Olon avendo iscritto tra’ suoi famigli molte persone di perduta vita, perciò autorizzate a portar armi e soprusare, facea nascere mille di quelle cavillazioni, che al lupo dan pretesto di sbranare l’agnello. Essendosi trovato insudiciato lo stemma sulla sua porta, il Saint-Olon partì, che che scuse e spiegazioni porgesse la repubblica; si gettò voce che Genova vendesse munizioni agli Algerini, allora in guerra colla Francia; ma il vero si era che il Seignelay, ministro della marina francese, voleva segnalarsi in qualche impresa, morto Colbert che costringeva a sparagnar uomini e denaro.